Non riesco a Dimagrire: Cause Psicologiche

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In questo articolo analizzeremo le cause psicologiche legate al non riuscire a dimagrire.

“Riuscire a mantenere la mia battaglia di una vita per tenere il peso sotto controllo, mi è stato possibile applicando il metodo di trattare me stessa così  come io tratto gli altri in ogni situazione.”

Oprah Winfrey

Non Riesco a Dimagrire

Nel corso della propria vita, ognuno di noi ha cercato di fare una dieta.

Spesso ci si è affidati semplicemente alle nostre conoscenze su quali fossero i cibi da eliminare o da mangiare, facendo quindi piani alimentari “fai da te”, altre volte si è fatto affidamento a diete “miracolose” trovate su qualche rivista o suggerite da qualche conoscente, altre ancora ci si è affidati ai professionisti. 

Tante le prove ma pochi risultati.

Funzionano solo all’inizio ma poi l’ago della bilancia ritorna inevitabilmente al punto di partenza e qualche volta schernendoci dei tanti sacrifici fatti aggiunge qualche linea in più evidenziando ulteriormente il nostro fallimento. 

Alla fine la frase che si sente pronunciare è sempre la stessa “Non riesco a dimagrire, eppure non mangio nulla”. Ma sarà proprio così? 

Di cosa c’è bisogno per decidere di fare una dieta ?

Sicuramente l’aver fatto molte diete ha permesso alla persona di documentarsi circa le calorie che contiene ogni alimento, leggendo magari i valori nutrizionali posti sui prodotti, trovando qua e là articoli sul funzionamento del metabolismo, su possibili cause fisiche legate a malfunzionamento ad esempio della tiroide o sugli scompensi ormonali.

Si cerca insomma una causa che sia esterna ma raramente si mette in discussione che invece la causa sia proprio interna a noi. 

A volte il problema del sovrappeso può essere determinato effettivamente da cause fisiche di tipo ormonale, endocrinologico, dovute a qualche cura farmacologica, ma una base psicologica c’è sempre. 

Decidere di fare una dieta non è solo un atto volitivo ma i fattori che devono entrare in gioco sono diversi.

Si ha bisogno di una forte motivazione, certo, di una forte volontà, ma è importante capire che cosa porta a mangiare più di quanto il nostro corpo necessita, soprattutto se veramente si è pronti a mettere in discussione noi stessi e l’ambiente che ci circonda.

Partendo proprio dall’ambiente, la società ci impone (e ciò è totalmente sbagliato per le motivazioni che ne sono alla base) di essere magri eppure siamo bombardati dalla presenza di pietanze succulenti sia in Tv che su cartelloni pubblicitari, sui giornali, ovunque insomma!

 L’avere qualche chilo in più sembra un reato.

Ovunque la persona si giri, c’è sempre qualcuno che le ricorda come ha “sfiorato i canoni” che vengono richiesti.

Anche comprare un semplice abito diventa fonte di frustrazione, c’è sempre una commessa pronta, con uno sguardo sprezzante a farci sentire inadeguati, come dei “mostri da baraccone” che devono essere messi alla berlina. 

Viene chiesto di essere normopeso e poi continuano a dare rinforzi positivi che ci fanno comportare come i cani di Parlov, al richiamo dello spot ecco che si scatena la salivazione alla bocca.

Proprio per resistere a tutto questo la nostra motivazione deve essere altissima e partire dal profondo. 

Quali sono le motivazioni che spingono a mangiare ?

Ci si dovrebbe porre nella mente una serie di domande: “Perché mangio così tanto? , Che cosa voglio colmare con il cibo? Chi rappresenta il cibo per me? Sono questi gli interrogativi che bisogna porsi prima ancora di iniziare una dieta.

Le risposte dovranno essere le più sincere possibili, non avrebbe poi tanto senso mentire a noi stessi! 

C’è sempre un motivo dietro ogni abbuffata.

Le cause psicologiche possono essere dovute a stress, ci si sente ad esempio sotto pressione per un’interrogazione, un esame all’università, per un carico di lavoro eccessivo,  perché i colleghi sono insopportabili, o perché, al contrario, si è in cerca di lavoro e non lo si trova. 

La solitudine potrebbe costituire un’altra motivazione, alcune volte pur stando tra tante persone si è soli, e questo lo dimostrano anche gli innumerevoli accessi che si fanno sui social, lo slogan che rappresenta questa situazione potrebbe essere: “ Tutti insieme ma soli”, poi c’è la noia, altro elemento da tenere in considerazione.

Paradossalmente siamo bombardati da stimoli su cosa si potrebbe fare per passare il tempo eppure non si è in grado di scegliere, ci si rifugia nelle solite attività ripetitive fatte ormai solo per automatismo senza alcun interesse e questo porta alla noia e allora?

Meglio spizzicare qua e la qualcosa, un tarallino, due patatine, una caramella, qualche gomma da masticare, l’unica parte di noi che le resiste sono le mandibole sempre in movimento. 

Altre volte le motivazioni che spingono a mangiare sono un po’ più profonde: si ha la necessità di spostare l’attenzione da ripetuti maltrattamenti subiti sia nelle mura domestiche che fuori, oppure il fattore scatenante diventa la fine di una relazione, la perdita di una persona cara, ci si sente sopraffatti dall’ansia, da un senso di oppressione che il cibo può calmare. 

Si potrebbe continuare all’infinito nel trovare possibili cause. 

Chi o Che cosa rappresenta il cibo ?

Come già si è detto sopra, molte persone hanno provato a fare delle diete ma poi sono state puntualmente abbandonate. 

Le motivazioni hanno tutte lo stesso minimo comune multiplo: si mangia perché mangiare fa star bene!

Almeno così sembra, in realtà si entra in un circolo vizioso a cui è difficile sottrarsi proprio per la facilità con cui si può reperire.

Spesso il cibo rappresenta un amico fedele.

Sempre presente, come ci si aspetta da un buon amico.

Si è tristi e allora si mangia una buon gelato, una buona barretta di cioccolato, un bel pezzo di torta, ed ecco ci sente meglio, l’amico è stato in grado di calmarci, di farci stare bene, ma dopo solo poco tempo quel senso di vuoto inizia nuovamente a farsi sentire, a diventare soffocante e allora si ha ancora bisogno del compagno fedele, si riapre la credenza e si ricomincia.

Senza che ci si renda  conto i chili sulla bilancia salgano, e più aumentano, più si lievita, più si mette una distanza tra noi e il mondo. 

Si assume quindi cibo come mezzo di protezione tra il mondo esterno che viene percepito come minaccioso, pericoloso e il nostro mondo interno così delicato e sensibile da non tollerare tutta questo male. 

Ma in realtà più si ingrassa e più si permette a questo vuoto di divorarci, non ci si rende conto che oltre ad acquistare peso si acquistano anche delle lenti sempre più spesse che fanno guardare il mondo con occhi paranoici, dove la società appare perversa e  quindi bisogna trovare il modo di difendersi.

Può anche rappresentare un mezzo per poter fare “gruppo”, aggregarsi.

I pranzi con la famiglia, gli aperitivi o le cene con gli amici, le colazioni con i colleghi di lavoro, le feste.

Tutte occasioni “sociali” per mangiare e dove certamente il computo delle calorie è l’ultima cosa che interessa, in quel momento si pensa a stare con gli altri, a parlare, ridere, scherzare e soprattutto a mangiare in modo sproporzionato senza tenere conto che solo poche ore prima si era stati un qualche altro luogo, con altri compagni a ripetere il rituale.

Altre volte rappresenta un fattore culturale.

Non è infrequente, soprattutto da piccoli sentir dire che un bel bimbo paffuto sia bello da vedere a dispetto di uno magrolino, gracilino, che fa pensare che sia malato.

Soprattutto le nonne (e che non me ne vogliano), incitano le giovani madri a dar da mangiare ai nipotini. Ogni strillo di pianto è buono come pretesto per ingozzare il bimbo!

A volte sono anche le stesse mamme che prese dai loro innumerevoli impegni lasciano questi bambini a poltrire su un sofà guardando la Tv o a giocare ai videogiochi con un bel po’ di “cibo spazzatura” a tenerli compagnia sostituendosi alla loro presenza, così le leccornie assumono il posto vacante dalla mamma sostituendosi alla sua figura. 

Il cibo può anche rappresentare un modo per ricercare l’attenzione proprio dalle figure di attaccamento.

Le madri, a causa dei loro vissuti, possono essere particolarmente ansiose e comportarsi in modo ambivalente nelle risposte con i propri figli.

Questa incertezza può portare i ragazzi prima e i futuri adulti poi, a sviluppare un senso di disorientamento, di insicurezza che gli porta ad usare l’assunzione di cibo per richiamare l’attenzione materna. 

Il cibo è oralità, si ingurgita nel proprio corpo ciò di cui si sente la mancanza. Si indossa una zavorra in modo da far rimanere stabili su una base e respingere il vento della precarietà affettiva che si è sempre percepito soffiasse sopra le proprie teste.

Problemi di Proporzioni

Nella mia esperienza di clinico ho rilevato anche un altro aspetto che spesso afflige coloro che hanno problemi di peso.

I colloqui iniziano sempre allo stesso modo: “Dottoressa, ho fatto tante diete ma con me non funzionano, eppure mangio pochissimo, meno di un bimbo”. 

Durante l’anamnesi raccontano che mangiano pochissimi carboidrati, pochissime proteine, poca frutta, insomma dai loro racconti dovrebbero addirittura avere delle carenze alimentari eppure non è così.

Dopo i vari tentativi di convincermi che effettivamente non mangiano spesso chiedo di mostrarmi con le mani quanto riempiono un piatto di pasta, e di qui che il  loro corpo inizia a smascherare l’idea che si sono fatti di “quel poco”, le mani le tradiscono facendo emergere il vero problema: le proporzioni. 

Alla fine pian piano la verità inizia a venir fuori, ciò che per loro è poco per altri è tanto o quanto meno è più della giusta quantità.

Ma queste persone, come già è stato detto prima, hanno la necessità di introdurre quel di più per permetterli di essere riconosciute e di essere calmate dall’ansia che le divora.

Iniziano a parlare dei momenti in cui si sentono sopraffatte dai sentimenti e così compulsivamente introducono cibo nel proprio corpo come effetto placebo, è a tutti gli effetti un calmante, che a differenza di altre “medicine” non ci vogliono prescrizioni mediche, lo si trova con facilità e le controindicazioni (peso in aumento) con una buona dose di volontà si possono eliminare. 

Purtroppo non è così, perché questa gratificazione momentanea ci rende sempre più dipendenti, e come si sa le dipendenze sono dure da combattere. 

Quando si usa questo termine “dipendenza” si pensa automaticamente all’uso di droghe o di alcool come se il termine fosse stato coniato solo per loro e invece sta proprio qui l’errore.

Il dipendere o “l’essere condizionato da” può essere riferito anche all’assunzione di cibo. Anzi a dire il vero, in questo caso diventa un “mostro” ancora più infido proprio grazie alla sua facile reperibilità, al fatto che esso sia sempre posto sotto il nostro campo percettivo.

Come affrontare il problema

Quando c’è un problema la prima cosa da fare certamente è quello di riconoscere che esso esista, e questo non è poi così automatico. 

Il secondo passo da fare è quello di capire quanto questo disagio sia presente nella vita e quanto esso sia invalidante.

Va chiesto un aiuto ad un professionista che in questo caso non dovrebbe essere una solo figura ma una equipe perché da come si è potuto notare prima, il problema del peso è multifattoriale dove possono entrare in gioco variabili ormonali, endocrinologiche insieme a variabili psicologiche.

Certamente l’affermazione latina “mens sana in corpore sano” è vera,  e allora anziché sperare che ci venga un’illuminazione dall’Alto e “Orandum est ut sit mens sana in corpore sano” (Bisogna pregare affinché ci sia una mente sana in un corpo sano), questa preghiera va rivolta all’interno, alla propria volontà, alla propria motivazione, alla propria capacità di doversi e volersi rimettere in gioco per combattere i propri nemici neutralizzandoli, portandoli fuori dal nostro corpo divenuto ormai tossico. 

Ci vuole un’azione di epurazione dalle tossine che hanno avvelenato il corpo.

Alla fine del percorso non si uscirà solo più magri, un fisico più snello diventerà la rappresentazione della leggerezza che sarà presente dentro di noi, quelle lenti “paranoiche” indossate fino a quel momento si trasformeranno in lenti con cui vedere tantissimi nuovi colori, un arcobaleno che prima era stato ingrigito da quegli sguardi persecutori che la nostra mente percepiva.

Affidarsi ad una buona equipe significa mettersi nelle mani di persone che capiscono il problema e che non giudicano. Chiedere aiuto è un segno di grande coraggio, di una grande forza. 

Decidere di cambiare è un atto d’amore verso se stessi e questo è proprio il punto di partenza, ritornare ad amare prima il nostro essere per poi amare gli altri.

Non bisogna essere perfetti, né magri per gli altri, la necessità di perdere peso deve essere una scelta salutare, un bisogno fisiologico per stare meglio, deve essere la scelta di uno stile di vita non una imposizione solo così la battaglia sarà vinta.

Dott.ssa Alessia Pullano
Psicologa

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