Monofobia: La Paura di essere Soli

Indice dei Contenuti

In questo articolo analizzeremo la monofobia ovvero la paura di essere soli.

“La solitudine può portare a forme di libertà straordinarie”

Fabrizio De Andrè

Così De Andrè presentava in un live il suo album “Anime sole”, album dedicato alla solitudine, si può dire quasi un inno alla solitudine, strumento che secondo il cantautore permette un contatto profondo con noi stessi e con l’universo senza imposizioni esterne.


Uno spazio limitato in cui pensare meglio, in cui osservare meglio se stessi e il mondo, senza etichette né sovrastrutture. Qualcosa di più spontaneo, vero, che avvicina alla libertà.


Ma anche lo stesso cantautore definiva faticosa la solitudine, egli stesso diceva che “la libertà viene conquistata attraverso il disagio della solitudine” .

La solitudine, dunque, come tutti sappiamo e come l’arte e la psicologia ci fanno vedere può essere, infatti, in alcuni casi, vissuta come qualcosa di pericoloso, da cui allontanarsi. In questi casi si entra nel mondo della psicologia e delle fobie e si parla di monofobia.

Cos’è la monofobia

La monofobia o autofobia può essere definita come la paura, il timore forte e irrazionale di restare soli. Essa ha a che fare, dunque, con il timore della solitudine.

Mi viene da fare con voi un esercizio di immaginazione. Proviamo ad immaginare la solitudine. Un luogo, uno spazio e le sensazioni e le emozioni ad essa connesse.


A me personalmente viene in mente il silenzio; questo silenzio si colora di un’accezione negativa agli occhi di chi soffre di questa paura.

Diventa silenzio cupo, buio, ti toglie il fiato, ti irrigidisce. E’ una paura amara, di non trovare nessuno, a volte di non poter chiedere aiuto, quando il corpo parla per noi, tutto ciò si accompagna anche ad una sensazione di freddo psicosomatico.


Sono tutti sintomi che hanno a che fare con l’ansia.

L’ansia è, infatti, uno dei disturbi maggiormente correlato alla monofobia, così come l’ansia nella sua forma più forte e violenta: gli attacchi di panico.


La monofobia può accompagnarsi spesso ad altre problematiche quali la depressione, il disturbo dipendente della personalità o il disturbo bordeline di personalità.


Principalmente, essendo una fobia rientra nel quadro dei disturbi d’ansia con tutta la sintomatologia che li caratterizza: battito cardiaco accellerato, fame d’aria, irrigidimento dei muscoli, tensione corporea, vertigini.

Come si manifesta la Monofobia?

La monofobia è un disagio particolare, che si riversa anche nella gestione delle relazioni sociali in cui la manifestazione diviene evidente.


Il profondo senso di insicurezza vissuto dalle persone monofobiche può spingerle, infatti, ad accompagnarsi a qualsiasi persona per evitare di sentire quella paura o quel senso di vuoto.

Spesso ciò spinge alcune persone a rimanere in relazioni insoddisfacenti, dalle quali non si allontanano perché la paura della solitudine è talmente soverchiante da agire prima della presa di coscienza delle proprie emozioni più spontanee.

Ci si accontenta di relazioni non felici pur di non stare soli. In questi casi la relazione è centrata e costruita sulla paura, non permettendo al soggetto di vivere tutto il ventaglio delle emozioni e dei sentimenti disponibili nel qui ed ora. Il contatto con l’altro è bloccato, la relazione resta ad uno stato superficiale.


La monofobia è una paura che colpisce moltissime persone, e che nella moderna società, fatta a volte di rapporti veloci e poco profondi prende sempre più piede.

Spesso la monofobia ha un’accezione e una modalità di manifestazione più ampia. Ci si può sentire soli anche in mezzo a tante persone, in quel caso spesso non si riconosce la compagnia, perché prende il sopravvento la paura di non essere amati.


Molti soffrono di monofobia e non ne sono propriamente consapevoli, metteno, infatti, in atto varie strategie di compensazione che li aiutano a non consapevolizzare.

Evitano ad esempio di rimanere a casa da soli, inventandosi le scuse più disparate che fungono da meccanismo di difesa e non permettono di far arrivare alla coscienza tutta una serie di informazioni importanti sul punto in cui si trovano.

Altri modi in cui si manifesta la monofobia può essere la necessità di lasciare la tv accesa quando si è in casa da soli ad esempio, per non sentire il silenzio ed esorcizzare la paura trovando nelle voci e nelle musiche televisive compagnia.

Inoltre anche la percezione del tempo passato da soli in chi è monofobico è alterata: sembra passi molto più lentamente il tempo da soli, a volte sembra non passare mai.

Anche fare delle attività da soli sembra impossibile, spesso il monofobico chiede la presenza costante e rassicurante di qualcuno nelle sue attività, anche se si tratta di fare la spesa.

Avere questa paura è senz’altro difficile. E’ uno stato di tensione costante ed estenuate, tuttavia c’è qualcosa che può alleviare la sofferenza: non è uno stato perenne, può essere modificato e si può trovare l’equilibrio e la forza di vivere una vita più serena.

Monofobia e solitudine: due concetti differenti!

La monofobia va scissa e distinta dalla solitudine.

Vi sono persone che si sentono sole perché non circondate dai propri affetti o da amicizie nutrienti.

Persone che passano il tempo da sole perchè sono in una nuova città o ancora per motivazioni differenti.

Insomma ci sono persone la cui vita sociale, per svariati motivi può risultare scarna. Sentirsi soli in queste circostanze è una riposta del tutto naturale di un essere umano.

Non ha nulla a che vedere con la paura irrazionale di restare soli, che come detto in precedenza si può manifestare anche quando si è circondati da molte persone.

Quali sono le probabili cause della monofobia

Solitamente la paura di restare soli affonda le sue radici nell’infanzia, in esperienze di abbandono o di una presenza non costante da parte del care-giver che ha fatto temere al bambino l’abbandono.

La minaccia può essere anche solo percepita da parte di un bambino, che essendo molto piccolo ha bisogno di un adulto per sopravvivere.

Si tratta quindi di esperienze di abbandono reale o percepito, che divengono esperienze traumatiche, segnando profondamente degli aspetti di sé con cui la persona crescendo guarderà se stesso e il mondo.


Il terrore del bambino è, dunque, legato alla sua sopravvivenza, alla paura di non farcela da solo da solo non essendo autonomo.

Quest’esperienza può da adulto ripresentarsi sotto forma di paura della solitudine, percepita appunto come pericolosa.

La persona si percepisce non capace di rimanere da solo, riattivando il ricordo doloroso della sua infanzia. Tutto ciò influenza i livelli di autostima , di autonomia, di indipendenza e la percezione di sé.

La persona ha bisogno della presenza di qualcuno che lo rassicuri evitando il confronto con quello che viene percepito come un pericolo, la solitudine.

Nell’immaginare la solitudine ad inizio articolo, ognuno di noi, in base al momento attuale che sta vivendo, ma anche in base ai momenti precedenti, come quelli del lockdown in cui abbiamo vissuto il concetto di solitudine in un verso (chi era distante da tutti e si sentiva solo) chi in un altro (famiglie numerose in cui è stato difficile trovare il proprio spazio) abbiamo sperimentato rispetto al concetto di stare soli piacere e relax o inquietudine e paura.

Questa percezione ha a che fare con molti elementi, uno dei quali è anche l’estensione temporale dello stare soli. In ogni caso appare chiaro che il concetto di solitudine ha in sé una doppia accezione: oltre a quella negativa associata alla tristezza vi è anche quella positiva, associata all’idea di staccare la spina.

Solitudine, dunque, come momento per stare con noi stessi, ascoltarci, capire come stiamo, ascoltare il nostro corpo, i nostri ritmi, rallentare se necessario, rigenerarsi. In altre parole, prendersi una pausa dai frenetici ritmi che richiede la società moderna e tutti i ruoli che in essa rivestiamo con le preoccupazioni che ci assillano.


Sembra, dunque, chiaro che stare da soli non necessariamente significa essere soli.


In tal senso, propongo di riappropriarci dell’idea di passare del tempo anche da soli per nutrirci di un tempo più calmo e arrivare a quelle che De Andrè definiva come straordinarie forme di libertà, in cui tutte le sovrastrutture cedono lasciando spazio al relax, utile per entrare di nuovo in contatto pieno con il mondo.

E se la solitudine fosse positiva?

Strumenti per superare la paura

Quando la paura di stare soli raggiunge livelli estremi un modo per superarla e riappropriarci di risorse e autostima è quello di rivolgersi a un professionista della salute mentale, uno psicologo o uno psicoterapeuta, con il quale intraprendere un percorso in cui ricostruire la cosiddetta base sicura (Bowlby) grazie alla quale si sperimenta la possibilità di sentirsi autonomi e protetti, camminare da soli senza farsi prendere dalla paura di rimanere soli e di sentirsi in pericolo.

Ritrovare il proprio baricentro senza appoggiarsi a qualcuno di esterno da noi.


Sarà molto importante iniziare a riconoscere il proprio valore mettendo a fuoco tutte le volte che da soli, in qualche situazione, si è stati capaci di farcela.

È fondamentale riconoscere le proprie risorse e renderle arma per combattere la paura, emozione che quando diventa soverchiante ci racconta una visione distorta di noi e della nostra realtà.

Ci descrive come incapaci dandoci lenti di lettura non nostre. Riconoscere le proprie capacità, al contrario, conduce tutti inevitabilmente ad aumentare i propri livelli di autostima e di fiducia in se stessi.

Alla base di tutto ciò, la costruzione di una base sicura rappresenta le fondamenta di una rinascita che sarà capace di fare un sorriso di scherno a quella paura che ha vissuto per noi, deciso per noi e bloccato molte azioni ed emozioni.


Col tempo la paura della solitudine si affievolirà lasciando spazio alla capacità di decidere, di volta in volta, se si vuole stare da soli oggi, se si ha bisogno di ricaricare la spina, o se si vuole stare con gli amici, scelti senza il terrore della solitudine, ma grazie a caratteristiche di compatibilità che rendono quelle relazioni maggiormente nutrienti. Insomma la consapevolezza e la capacità decisionale saranno, a questo punto ulteriori valori aggiunti da poter utilizzare.

Dott.ssa Alessia Pullano
Psicologa

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