Ecofobia: la Paura di restare Soli in Casa

Indice dei Contenuti

Quale miglior modo di capire cos’è l’ecofobia, se non il racconto (qui per questioni di privacy un po’ romanzato) di chi la vive?

Questa breve descrizione è un’ottima introduzione per comprendere e/o per riconoscersi nelle sensazioni di una persona che soffre di ecofobia: la paura di restare soli in casa. 

“Ho paura di restare solo in casa. La paura che provo, non è gestibile, è vero e proprio terrore. Credo che possa chiamarsi anche panico, perché il cuore mi batte all’impazzata e sento tutti i miei sensi in allarme, pronti a cogliere qualsiasi cambiamento nell’ambiente.

Ogni giorno che passo da solo in casa, questo terrore aumenta. È una sensazione che mi accompagna durante tutta la giornata, ma il picco maggiore, in cui per me le cose cominciano a diventare veramente incontrollabili, è la notte. Ho difficoltà a dormire da solo, spesso passo le notti in bianco e se riesco ad addormentarmi succede ormai a notte fonda.

La mattina mi sveglio molto presto, ma sono spesso confuso. Il mio non è un sonno riposante: faccio strani incubi e quando mi sveglio mi sento come se dovessi fuggire. Se in casa c’è qualcuno, non ho problemi, mi sento sereno e dormo bene, quando sono da solo è un inferno.

Mi vergogno molto di ciò che mi accade, perché spesso costringo qualcuno a stare con me o fermarsi a dormire da me, per non dover sentire tutto quel terrore. So che ho perso molti amici per questo, non sopportavano più le mie richieste ma sono stati cattivi a lasciarmi da solo in questo incubo, mi sento abbandonato”.

Cosa significa ecofobia

Ecofobia è un termine che deriva dal greco, èco- in greco significa “dimora”, “casa”, mentre -fobia significa “paura”. In psichiatria, l’ecofobia è la paura irrazionale, incontrollabile e persistente di restare soli in casa. Come abbiamo visto nell’introduzione, come accade in tutte le fobie, questa paura genera una forma di terrore che causa all’individuo sentimenti d’ansia e di panico ingestibili. 

Aspetti psicologici

Cosa rende la persona ecofobica?

L’ecofobia nasce dal bisogno di evitare un luogo, la casa, in cui è possibile che l’individuo abbia fatto delle esperienze spiacevoli.

Spesso le persone che soffrono di ecofobia presentano dei traumi legati all’ambiente domestico, ma non solo.

Vediamo alcuni esempi di esperienze che possono indurre l’individuo a sviluppare questa particolare forma di fobia:

  • Aver subito un furto in casa mentre si era nell’abitazione, 
  • Aver subito un abbandono,
  • Aver vissuto in un ambiente familiare iperprotettivo,
  • Aver avuto gravi incidenti domestici,
  • Aver avuto malattie improvvise.

Tutte queste esperienze rimandano a situazioni in cui l’individuo si sia ritrovato solo a dover affrontare emergenze, esperienze traumatiche, senza poter esser soccorso da nessuno.

Aver vissuto la separazione dei genitori, sentirsi trascurati emotivamente dalla famiglia, subito un allontanamento di uno o entrambi i genitori, le violenze domestiche, sono esperienze che se vissute in particolar modo durante l’infanzia, possono lasciare cicatrici difficili da accettare.

Inoltre, la solitudine è una componente fondamentale di questo stato d’ansia, perché è la sensazione che innesca il terrore che spesso accompagna il pensiero che se succede qualcosa nessuno può accorrere in soccorso.

Come visto nell’elenco dell’esperienze che concorrono allo sviluppo dell’ecofobia, non sono solo le esperienze traumatiche ad innescare l’insorgenza di questa strana forma di paura: un particolare accento va posto sulla possibilità che si sperimenti queste sensazioni perché si è cresciuti in un ambiente familiare iperprotettivo.

Questa persona non ha potuto sperimentare un sano processo di separazione-appartenenza: è come se quello scudo di protezione fosse saltato improvvisamente, senza che l’individuo abbia avuto l’occasione di sperimentare una certa sicurezza di sé che gli consenta di vivere serenamente la solitudine. 

Per fare un esempio concreto di questa situazione, possiamo immaginare il caso di quei giovani che riescono a scegliere ed ottenere la possibilità di proseguire gli studi lontani dal proprio nucleo familiare, ma che appena si trovano soli nelle nuove case vivono con terrore, fanno lunghe telefonate ai genitori e tendono a tornare spesso dalle proprie famiglie.

A volte questi sentimenti di paura sono così forti da limitare il rendimento nello studio o nel lavoro, spingendo la persona ad abbandonarlo, o a cercare trasferimento in luoghi in cui sa che non sarebbe da solo in casa.

Al di fuori dell’ambiente domestico gli ecofobici non hanno nessuna difficoltà a restare da soli: non hanno problemi durante i viaggi anche solitari, nei rapporti sociali. La particolarità di questa fobia è la connessione esclusiva con l’ambiente domestico.

Chi è maggiormente a rischio di sviluppare un’ecofobia?

Innanzitutto, una precisazione: le caratteristiche che vedremo non implicano che chi le ha svilupperà sicuramente la fobia, ma che potrebbe avere più probabilità di altri di svilupparla. 

Un elemento importante che spinge verso il rischio di sviluppare l’ecofobia è quello di avere una bassa autostima.

Avere bassa autostima implica una scarsa fiducia nelle proprie capacità, quindi nella possibilità di affrontare autonomamente i problemi e le emozioni.

È importante precisare che l’autostima può variare in base ai contesti.

Avere una buona autostima in ambito lavorativo, non significa avere una buona autostima in ambito relazionale, o in altri contesti ancora: ad esempio una persona con ecofobia può funzionare benissimo in campo lavorativo, ma essere terrorizzata di ritornare a casa.

Come accennato in precedenza, in genere queste persone hanno avuto un’esperienza di abbandono in infanzia che le spinge a temere l’ambiente domestico, ma al tempo stesso a ricercare la presenza di qualcuno che non le faccia sentire abbandonate, sole o a riproporre l’esperienza di iperprotezione.

Ricreare questo contesto relazionale, induce chi ha un’ecofobia a mantenere la credenza di essere incapaci nella gestione dell’esperienza di solitudine domestica, influenzando pian piano, in base alla gravità di tale convincimento, le proprie esperienze e la propria vita. 

I sintomi

Il quadro psicologico ci è utile per individuare quali sono i comportamenti osservabili con cui si esprime questo disagio.

I sintomi più frequenti sono riconducibili alle sensazioni del disturbo d’ansia, perciò possiamo affermare che la persona con ecofobia, quando si trova sola in casa sperimenti:

  • Tachicardia
  • Perdita del controllo
  • Disorientamento
  • Idealizzazione catastrofica
  • Ipervigilanza
  • Attenzione selettiva

Facciamo un esempio di ciò che accade quando la persona ecofobica si trova in casa da sola: l’individuo può improvvisamente sentire il cuore batter forte, e sperimentare la famosa “fame d’aria” tipica degli stati ansiosi e del panico.

Può succedere che l’ecofobico si aggiri per casa senza sapere cosa fare e che cominci ad immaginare tutte le situazioni apocalittiche che possono accadergli: “se entrano i ladri che faccio?”, “se mentre cucino inalo per sbaglio il gas?”, “se mi sento male, a chi chiedo aiuto? Morirò da solo”.

Questi pensieri possono influenzare la sua percezione: il sistema nervoso manda messaggi d’allarme che lo fanno essere ipervigile a ciò che gli accade intorno, ma al tempo stesso queste sensazioni contribuiscono a spostare l’attenzione solo su alcuni stimoli come i rumori o a cercare di cogliere l’origine dei movimenti percepiti in casa. 

La strategia che viene attuata per sfuggire a queste sensazioni spiacevoli è quella dell’evitamento, che vedremo in modo più specifico nel prossimo paragrafo.

Evitamento e Ansia Anticipatoria

Evitare di stare in casa da soli è una delle strategie preferite da chi soffre di fobie: chi ha l’ecofobia la mette in atto per non dover sperimentare quella sensazione di terrore e angoscia che attanaglia quando si è soli in casa.

Non è raro che queste persone tornino a casa tardissimo la sera, hanno una vita sociale intensa, oppure che la mattina escano all’alba anche quando non ce ne sarebbe bisogno.

Un altro comportamento che hanno è quello di tendere spesso a richiedere la presenza di amici e parenti in casa, con domande così urgenti ed assillanti che causano disagio non solo alla persona che ha paura di stare in casa da sola, ma anche ai suoi cari. Ciò ha un’influenza negativa sulle relazioni sociali oltre a delle conseguenze sulla possibilità che l’ecofobico superi la sua paura

Perché la compagnia non è la soluzione all’ecofobia?

Purtroppo, è probabile che se la persona per stare bene ha bisogno della presenza di qualcun altro, sta sviluppando una forma di dipendenza da ciò che è altro da sé perché non ha abbastanza fiducia nella possibilità di potersi rassicurare da solo: “affinché io non abbia paura, ci deve essere qualcuno accanto a me”.

Questa affermazione, che può essere più o meno consapevole, è una soluzione disfunzionale che sicuramente favorisce l’attenuarsi dei sintomi, ma non risolve il problema.

Dipendendo dall’esterno, l’individuo imparerà che per sentirsi al sicuro deve sentire prima possibile quando accadrà che si trovi solo in casa, che c’è tale possibilità, che sta per incontrare la sua paura.

Per questa ragione i sintomi ansiosi inizieranno a presentarsi anche se non i trova solo in casa, ma quando inizia a presentarsene la possibilità.

Questo particolare tipo di ansia si chiama ansia anticipatoria: è un sintomo caratteristico dei disturbi ansiosi e fobici e la sua caratteristica è che non è relativa al contatto diretto con l’oggetto della fobia, perciò in questo caso allo stare soli in casa, ma si presenta anche solo al pensiero di poter vivere la situazione fobica, spingendo il fobico ad assumere una serie di comportamenti evitanti lo stimolo che provoca loro paura.

Perciò rispondere alle richieste d’aiuto della persona ecofobica non la aiuta davvero a superare il problema.

D’altro canto, non rispondere alla richiesta di aiuto potrebbe incidere negativamente sul rapporto, perché spinge inevitabilmente la persona che ha paura a stare sola in casa al confronto con il senso di abbandono e di inefficacia che generano la stessa fobia.

Ciò causa nelle persone che vogliono bene all’individuo con ecofobia una grande difficoltà sul decidere quale sia la posizione da prendere: stargli vicino, accontentando tutte le sue richieste a scapito della propria libertà, non accontentarlo alimentando un senso di abbandono irrazionale.

Non esiste una risposta, un manuale su come potersi rapportare con chi soffre di questo, ma sicuramente si può aiutare l’amico, il figlio a riconoscere che qualcosa non sta funzionando. Cosa fare allora per affrontare il problema e la paura? Lo vedremo nel prossimo paragrafo!

Come affrontare la paura di restare soli in casa

L’ecofobia è incontrollabile e irrazionale.

Nei paragrafi precedenti abbiamo visto quanto disagio e difficoltà può far vivere sia alla persona che ha paura di restare sola in casa, che ai suoi cari che possono sentirsi oppressi dalle richieste continue di rimanere in casa.

Vista l’importanza di questo disagio, per poterlo superare è necessario che la persona riesca a riconoscere che i suoi stati ansiosi dipendono da questa paura, affinché trovi il coraggio di contattare un professionista che la aiuti a gestirla e superarla.

L’intervento del professionista è fondamentale in questo caso, perché si possano riscoprire le risorse dell’individuo, acquisire una consapevolezza dei traumi che ha potuto vivere in passato e che l’hanno condotto a sperimentare questa paura.

Potrebbe essere utile lavorare anche sulle dinamiche relazionali che non hanno permesso lo sviluppo della fiducia in sé stessi o dell’autonomia, nella relazione terapeutica che garantisce protezione ma non dipendenza, sostegno ma non sostituirsi al paziente nel risolvere le problematiche che descrive. In attesa di iniziare un percorso di psicoterapia, si può anche pensare di gestire momentaneamente il problema con piccole strategie, vediamone alcune!

  • Scrivere una lista dei pensieri che incrementano la paura di restare a casa: spesso questi pensieri sollevano problematiche a cui è difficile dare risposte, perché si sommano ad altri pensieri diventando una matassa ingarbugliata senza capo né coda. Perciò, scrivere una lista di pensieri, analizzarli uno per volta e pensare ad una soluzione può aiutare a vedere con coraggio la propria paura, permette di coglierne le sfumature, di ritrovare capo e coda così da iniziare a riavvolgere il gomitolo.
    • Esempio: ho paura di sentirmi male mentre sono in casa da solo perché non saprei chi può portarmi i farmaci di cui necessito  soluzione possibile: cercare una farmacia che consegna a domicilio a cui riferirsi nell’eventualità che ciò accada.
  • Iniziare piano piano a stare del tempo da soli in casa: iniziare passando dieci minuti da soli in casa e gradualmente aumentare la permanenza in solitudine. Queste esperienze, ripetute nel tempo, possono aiutare a sperimentare che non è un pericolo per noi restare da soli in casa, che le cose spaventose che immaginiamo possono anche non capitare. 
  • Immaginare che lo stare soli in casa sia un momento di piacere, un’occasione per prendersi cura di sé senza essere interrotti.

Conclusioni

La fobia di cui abbiamo parlato può interessare tante persone, di tutte le età, giovani e anziani.

Ha una stretta connessione con esperienze traumatiche, con la mancanza di autostima, un carente sviluppo dell’autonomia.

Ciò implica vivere in uno stato d’allarme perenne, che può avere conseguenze anche sulle scelte della nostra vita come andare a studiare in altre città, accettare incarichi di lavoro importanti fuori sede, ma soprattutto sul benessere psicologico.

Tutta questa sofferenza però non deve portare ad una rassegnazione o alla convinzione che se è così oggi, così sarà per sempre, perché il lavoro su di sé può essere di grande aiuto per superare questa fobia, riconquistare la propria vita, un pezzetto per volta.

La terapia non è semplice, ma iniziarla permette di incrementare la speranza che sia possibile superare le difficoltà, che ognuno di noi può avere la forza di cercare le soluzioni migliori per sé stesso, per compiere il proprio bene.

Dott.ssa Alessia Pullano
Psicologa

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