Disturbi dell’Attaccamento: Conseguenze in Età Adulta

Indice dei Contenuti

In questo articolo analizzeremo i disturbi dell’attaccamento e le conseguenze in età adulta.

“Il bambino chiama la mamma e domanda: “Da dove sono venuto? Dove mi hai raccolto?”. La mamma ascolta, piange e sorride mentre stringe al petto il suo bambino: “Eri un desiderio dentro al cuore.”

(Rabindranath Tagore)

Le prime domande che il bambino si pone

Da piccolini non è stato infrequente chiedere ai nostri genitori il modo in cui siamo venuti al mondo,  crescendo le nostre curiosità sono aumentate e abbiamo inziato a chiedere alla nostra mamma a quanti anni abbiamo camminato, quali e quando sono state le nostre prime paroline.

Le mamme, dal canto loro, sono contente di rispondere ai nostri quesiti esistenziali e di raccontare aneddoti di quando eravamo piccoli.

Nel sentire questi ricordi si può percepire il calore di quelle parole, un senso di protezione  che solo le mamme sanno trasmettere, ci sentiamo coccolati dal suono della loro voce come se in noi l’evocazione della nostra infanzia potesse avere un effetto placebo. 

I diversi approcci della madri con i propri figli

Tutto il nostro mondo ruota intorno alla mamma che rappresenta per noi una educatrice, la nostra doposcolista, la nostra amica e confidente.

Ma guardandoci intorno ci rendiamo conto che non tutti hanno questa visione.

Alcuni nostri amici ci confidano di quanto le loro madri possano essere soffocanti, di quante chiamate arrivano sui loro cellulari quando sono fuori, di come sono costantemente messi sotto “torchio” per fare i compiti, di quanto sono alte le  aspettative che ripongono sui figli, mentre i ragazzi raccontano della loro voglia di sottrarsi a tutto questo, di non essere capaci di soddisfare i desideri dei loro genitori perché inadeguati.

Si percepisce un senso di colpa per non essere all’altezza, una rinuncia aprioristica dei desideri.

Altri invece nei loro racconti sembrano quasi “spocchiosi” dicendo che possono fare tutto con il permesso dei loro genitori, e che anche a scuola non sono oppressi, i loro genitori sono impegnati nelle loro cose e non prestano attenzione e quindi sono contenti di assaporare questa libertà, ma poi, quando siamo per strada, a guardarli bene vedi i loro occhi osservare con malinconia quando una mamma dà un bacio al proprio bambino o gli fa una carezza. 

Stili di attaccamento

Questo ci fa capire che esistono diversi stili di “mamma”, che più tecnicamente possiamo dire “stili di attaccamento”. 

In ambito psicologico ci sono stati diversi autori che hanno condotto studi e ricerche proprio per capire quanto lo stile comportamentale e comunicativo della madre potesse influire sullo sviluppo prima del bambino e poi consolidarsi nell’adulto che sarebbe diventato.

Tra questi, un autore illustre è Bowlby che ha permesso di capire come le madri con i loro comportamenti possano favorire un attaccamento di tipo “sicuro” quando sin dalla nascita riescono a rispondere in modo adeguato ai bisogni del piccolo, allattandolo quando il bambino piange per la fame, cambiarlo, lavarlo, vestirlo e man mano che cresce permettergli di sperimentare il mondo, lasciandogli fare il piccolo “scienziato” ma essendo sempre pronta, capace e disponibile quando il bambino ha necessità di essere accudito nei suoi bisogni primari o semplicemente di ricevere un abbraccio di sostegno, o una parola di conforto, di incitamento quando si presenta una delusione.

Ad un brutto voto a scuola, queste mamme non si arrabbiano, non criticano ma aiutano a capire per fare meglio. Altre volte capita di essere in presenza di mamme che hanno un comportamento insicuro, ambivalente.

In questo caso i loro figli sperimentano imprevedibilità nelle risposte che possono ricevere.

Queste madri si presentano affettuose, calme, comprensibili, ma altre volte invece le loro risposte sono negative, urlano, disprezzano, arrivando anche ad umiliare i propri figli. Siamo presenza del “Dottor Jekyll e Mister Hyde”.                                                                                            

Come sono in realtà? Come risponderanno ad un brutto voto, ad una caduta con la bici, alla richiesta di invitare un amichetto a pranzo? Le loro risposte hanno la stessa probabilità di quando si  gira la roulette russa e di aspettarsi un numero nero o rosso all’inzio della partita.

C’è incertezza, insicurezza nel ricevere una risposta o un’altra. Pretendono molto dai propri figli, spesso non fanno neanche scegliere ma impongono i loro desideri, i figli devono realizzare ciò che loro non sono state in grado di fare, e allora investono in modo eccessivo il bambino limitandone anche l’autonomia.

Questi figli si ritrovano ad essere un loro prolungamento. 

Altre madri non rispondono ai bisogni della propria prole, sono evitanti.

Il bambino piange, ha fame, sonno e loro ne rimangono totalmente indifferenti, come se ciò abbia poca importanza. Il bambino da parte sua, ha sperimentato talmente tante volte l’ ”indifferenza” della sua figura di accudimento che se c’è o non c’è non cambia nulla, non ne ricerca la vicinanza.

Ci sono situazioni in cui il bambino nasce in un contesto familiare dove i genitori possono far uso di alcool, sostanze stupefacenti. In questi contesti non di rado il piccolo è vittima di maltrattamenti, abusi.

Non c’è una figura di accudimento adeguata che gli permetta di capire e introiettare una figura positiva a cui fare riferimento, dei modi di comportamento adeguati, delle regole.

Non c’è nessuno pronto a rispondere ai suoi bisogni, le sue esigenze, il bambino si sente confuso, disorientato, colei che dovrebbe proteggerlo non è in grado di farlo, il suo modo di accudire il piccolo è totalmente disorganizzato. Non può prendersi cura del figlio perché nessuno si è preso cura di lei. 

In queste righe abbiamo dovuto proporre un po’ di nozioni teoriche per meglio comprendere successivamente come queste prime relazioni siano importanti e costitutive dell’intero arco di vita di una persona e come uno sviluppo non adeguato possa portare a conseguenze anche molto serie rispetto il proprio posizionamento nel mondo, e il proprio adattamento all’ambiente.

Le conseguenze degli stili inadeguati nelle relazioni affettive

Ma quali sono le conseguenze che possono scaturire da un modello di attaccamento non adeguato?

Un bambino crescendo sperimenta se stessto nella relazione con l’Altro. Il primo rapporto, il più esclusivo è con la madre ma poi le varie fasi di crescita vedono entrare in contatto con il nostro Sé anche altre figure significative: i nonni, gli insegnanti, gli amici, fidanzati/e mariti/moglie, e così via. 

Queste  figure di attaccamento “secondarie” rivestono anch’esse la loro importanza e vanno a completare le rappresentazioni, gli schemi che ognuno di noi introietta per gestire le varie fasi di vita e relazioni future. 

La percezione e la qualità  di queste nuove relazioni dipende molto da come si è sviluppata la relazione con la propria madre.

Come già abbiamo detto in precedenza, quando la mamma ha dimostrato di rispondere in modo adeguato ai nostri bisogni, presentandosi come base sicura ci ha permesso di sviluppare in noi una concezione positiva dell’Altro, le relazioni saranno quindi basate sulla fiducia, il rispetto, e saranno stabili e durature.

Nella vita ci possono anche essere situazioni stressanti, si possono purtroppo sperimentare traumi ma si è in grado di affrontarli, abbiamo ricevuto gli strumenti per farlo. Ma quando la figura di accudimento non ha risposto in modo adeguato ai nostri bisogni, allora le nostre relazioni possono essere caotiche.

Possiamo riattualizzare le nostre paure di insicurezza e di inadeguatezza dovute ad uno stile materno ansioso. Per paura di perdere la persona amata possiamo essere sempre super attivati tanto che una piccola disattenzione del partner ci può sembrare qualcosa di catastrofico, un presagio di un imminente abbandono e da qui le nostre incertezze diventano ancora più reali.

Si ha talmente tanta paura di ricevere del male, di non sentirsi riconosciuti, proprio come a volte capitava da bambini, tanto da essere i primi a far del male alle persone amate, ci si trasforma da vittima a carnefice.

Se la rappresentazione che abbiamo dell’Altro è di una persona che ha abusato di noi, ci ha maltrattato, siamo stati portati apprendere questo tipo di comportamenti ed a legittimarli e così spesso nelle relazioni amorose replicheremo senza neanche renderci conto queste modalità disfunzionali di rapportarsi con l’Altro.

Saremo maltrattanti, abusanti, umilianti nei confronti della persona che avremo scelto come compagna/o di vita, ma ciò che sembra assurdo è che replicheremo questo comportamento sui nostri figli.

Eppure quando eravamo bambini, nella nostra mente i nostri pensieri più volte hanno gridato che non saremmo mai stati come gli orchi dei nostri genitori. Guardando la realtà invece lo siamo diventati, eccome se lo siamo diventati. Perché?

I modelli di attaccamento che abbiamo sperimentato da bambini  sono trans-generazionali.

Poter riconoscere che la nostra visione di mondo, di relazionarci con l’Altro a volte non è adeguata ma deriva dalla visone della nostra figura di riferimento ci permette di operare una riflessione cercando, magari con l’aiuto di un professionista di non aderire a questa trasmissione di generazione in generazione ma spezzare questo circolo vizioso ed operare per mezzo dello specialista una rielaborazione dei vissuti mediante una sana regolazione emotiva.

Stili inadeguati e condatta alimentare

Un’altra conseguenza ai quali modelli di accudimento disfunzionali possono portare sono i disturbi della condotta alimentare.

 Quando le madri  sono troppo intrusive ed invadenti tanto da rendere le figlie (ma anche i maschi, il problema dell’anoressia non è esclusivamente un disturbo femminile) un prolungamento di se stesse ecco che l’unico atto di separazione da ella diventa quello di rifiutare il cibo in modo da scomparire e differenziarsi nell’Altro.

Al contrario le abbuffate tipiche della bulimia sono modalità di uno scarso controllo messe in atto per ricercare e portare dentro di sé l’amore di una madre che nella regolazione affettiva si è dimostrata essere ambivalente.

I modelli di attaccamento e i disturbi di personalità

Sperimentare una relazione con la madre che non sia adeguatamente sicura ci mette a rischio di organizzare tutto il nostro modo di essere, la nostra personalità in maniera rigida, poco adattiva nell’ambiente.

Ci potremo ritrovare da adulti a essere considerati “malati psichiatrici”, con caratteristiche che possono essere sia di tipo psicotico che nevrotico, altre volte l’etichetta potrebbe addirittura essere quella di “psicopatici”.

Se si sperimenta una madre incapace e  incompetente a cogliere i bisogni, la risposta per respingere l’angoscia è quella di mettere in campo sentimenti quali il disprezzo, la freddezza e il distacco emotivo, che porterà l’adulto ad isolarsi anziché stabilire legami affettivi preferendo  ritirarsi in attività spesso ripetitive ed abitudinarie.

Con madri insensibili che possono far sentire  inadeguati e insicuri, ci si potrebbe ritrovare trincerarsi dietro regole rigide che investono tutti i diversi settori della vita dell’individuo compreso il lato affettivo ed amoroso.

Fa paura pensare che tutto possa avere origine nelle primissime fasi della nostra vita e soprattutto che possa avvenire a causa di una mancata “sintonia” con la persona più importante.

Per non fornire al lettore indicazioni sbagliate è giusto precisare che: perché una struttura di personalità assuma i connotati di disturbo della personalità sono necessari diversi fattori disfunzionali intervenienti non solo una relazione distorta ed inadeguata con le figure di attaccamento.

I disturbi infatti hanno una base genetica o biologica, altre volte sono intervenuti problemi fisici (trauma cranico, per esempio) che ne hanno compromesso il quadro.

Lavorare su noi stessi

Leggendo a volte, quando ancora l’istinto materno non è stato soddisfatto si prova angoscia nell’apprendere che si possa essere la responsabile dell’insorgere di disturbi anche gravi nei futuri figli.

Ci si sente caricati di una responsabilità abnorme e si ha paura, ma la paura è un’emozione adattiva che nella giusta dose è fisiologica e necessaria.

Quando questa diventa soffocante, fobica, oppressiva, ecco questo è già un segnale delle madri che saremo e delle figlie che siamo state.

E anche in questo caso l’attivazione dei nostri sistemi attacco – fuga (si attivano quando ci si sente in una situazione di pericolo/paura), ci dicono qualcosa di importante: cercare l’aiuto per elaborare i nostri vissuti, per ricercare quella sintonia mai avuta con la propria madre, di mentalizzare l’Altro positivo.

Lavorare sulle rappresentazioni che abbiamo del nostro Sé e degli Altri, sulla relazione con le nostre figure primarie e su come noi le percepiamo potrà metterci di capire che visione del mondo abbiamo.

Possiamo mediante un aiuto specialistico risperimentare in modo appropriato ciò che ci è stato negato, bloccando o quanto meno limitando la trasmissione transgenerazionale dei “germi” che ci hanno fatto sentire inadeguati, non degni di amore, insicuri.

Possiamo essere ciò che desideriamo, una base sicura per noi stessi, i nostri figli e le persone che ci sono intorno. 

Dott.ssa Alessia Pullano
Psicologa

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