Depressione Post Partum

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In questo articolo analizzeremo la depressione post partum e i metodi per superarla.

Finalmente sei mamma! Il momento tanto atteso è arrivato: palloncini colorati, doni per il nuovo arrivato e il sorriso di tutti intorno che esprimono le loro congratulazioni…

Dopo aver affrontato il parto con il coraggio di una leonessa puoi stringere tra le braccia la piccola vita che hai portato in grembo per nove mesi.

Sei al settimo cielo e non aspetti altro che far ritorno a casa con il piccolo e occuparti finalmente di lui.

Oppure no.

Forse le cose non sono esattamente così, non sono come te le aspettavi, come immaginavi.

Forse ti senti triste, ansiosa, non riesci a dedicarti come vorresti al tuo piccolo, e, i consigli non richiesti della vicina di casa non fanno che peggiorare il tuo umore facendoti sentire inadeguata, anche una sciocchezza può farti esplodere in una crisi di pianto senza fine.

Nulla di quello che fai sembra placare le crisi di pianto del tuo bambino, sei spossata, priva di stimoli, investita da pensieri cupi e vorresti passare le giornate a letto piuttosto che dedicarti alle cure di tuo figlio. 

Nella maggior parte delle culture e delle società l’arrivo di un bambino viene considerata un evento felice, accolto da soddisfazione e gioia incondizionata.

Questa immagine utopica della maternità però, si contrappone, molto frequentemente, a quello che è il vissuto più intimo e reale dalla madre stessa. 

Nei giorni che seguono la nascita di un figlio le neo-mamme sono sottoposte ad una moltitudine di sollecitazioni biologiche, psicologiche, culturali e sociali e si trovano a sperimentare una varietà di emozioni e reazioni comportamentali, unitamente ad una forte stanchezza fisica, oscillando quindi da momenti di gioia e appagamento a momenti di profondo sconforto spesso caratterizzati da ansia ed eccessiva preoccupazione. 

Perché tutto questo? Che cosa ti sta succedendo? 

II. In questo delicato periodo è normale che la donna manifesti sbalzi d’umore o crisi di pianto, in quanto con la maternità, ma già dalla gravidanza, sperimenta un profondo cambiamento e riorganizzazione nell’aspetto fisico, ormonale, psichico e anche del contesto sociale.

Con il rientro a casa dall’ ospedale inizia a tutti gli effetti una nuova fase di vita in cui madre e bambino cercano di adattarsi l’uno all’altro provando nel migliore dei modi, o per tentativi, a dare un seguito a quel legame iniziato con la gestazione, e, di scoprirne il loro peculiare equilibrio. 

Una neomamma è chiamata ad immergersi in questo mondo completamente nuovo, inesplorato, e molto differente dal mondo degli adulti a cui è abituata. La madre deve quindi in un certo senso “indovinare” di cosa il suo piccolo ha bisogno. 

Ma quanto la donna può tollerare di non sapere cosa ha il suo bambino e come intervenire? 

In questo continuo e reciproco scambio tra madre e bambino, l’incapacità o l’impossibilità di placare i disagi del proprio cucciolo, possono gettare la donna nello sconforto e nella sfiducia rispetto alle proprie capacità.

Sono molte le neo-mamme infatti che subito dopo il parto attraversano un momento di particolare tristezza o “lieve malinconia”.

Si parla di baby blues o maternity blues, espressioni coniate dal pediatra e psicoanalista Donald Winnicott, che indicano uno stato emotivo, piuttosto comune e temporaneo (tende a svanire generalmente entro i primi 15 giorni dal parto), considerato non patologico e caratterizzato da irritabilità e affaticamento, sentimenti negativi e pensieri di inadeguatezza su di sé e sulle proprie capacità di accudimento.

In alcune donne, specialmente al primo figlio, questo peculiare stato può derivare da una sorta di disillusione rispetto al reale impegno rivestito dai compiti materni, o, al contrario da una sopravvalutazione delle difficoltà come ad esempio quelle relative all’allattamento. 

La sua insorgenza è riconducibile al drastico cambiamento ormonale, in particolare ai livelli di estrogeni e progesterone, che avviene subito dopo il parto, e alla spossatezza fisica e mentale dovuta al travaglio e al parto stesso, unitamente al fatto di trovarsi in una situazione completamente nuova, che può creare ansia ed incertezza rispetto alla propria condizione, all’aumento delle responsabilità ed eventuali contrasti con il compagno o i familiari.

Trattandosi di un disturbo lieve e tendenzialmente a risoluzione spontanea non dovrebbe rappresentare una fonte di preoccupazione eccessiva, tuttavia è sempre importante per la neomamma ricevere un adeguato sostegno; il partner e le persone care dovrebbero far sentire una calda vicinanza emotiva, nonché fornire un pratico aiuto nelle attività quotidiane. 

È importante già dalle prime ore dopo il parto rivolgersi agli operatori sanitari, come ostetriche e psicologi, per qualsiasi dubbio o necessità, i quali potranno accompagnare e sostenere la coppia genitoriale nei primi giorni a casa con il bambino e, ove si presentasse la necessità programmare un controllo a distanza, per valutare il decorso della eventuale sintomatologia.

Nella maggior parte dei casi gli indizi di disagio saranno scomparsi nel giro di qualche settimana, lasciando spazio ad una più sintonica e soddisfacente relazione tra la madre e il suo bambino.

Quando questa tristezza e lo stato emotivo contraddistinto da disagio si protraggono per oltre 1 mese dalla nascita del bambino questo potrebbe sfociare nella depressione post-partum vera e propria, che può manifestarsi con diversi livelli di gravità.

La depressione post partum (DPP) colpisce in Italia circa il 10-12% delle neomamme. 

Oggi la DPP non è sempre riconosciuta e viene ancora poco diagnosticata, per quanto sia piuttosto diffusa.

Come scrive Karen Kleiman (2017) “La depressione non è sempre quello che sembra. Anche donne gravemente sofferenti possono dare l’impressione di stare bene e presentarsi altrettanto bene.”  

Quali sono i principali sintomi ?

Irritabilità, tristezza, pianto persistente e senso di inadeguatezza. Insonnia, inappetenza, apatia. La depressione post partum si presenta, solitamente, intorno al primo mese di vita del bambino e può perdurare anche per un periodo superiore ad un anno.

Spesso la donna si vergogna o sottovaluta la sua condizione di sofferenza. Complice un ostinato retaggio culturale, promotore di un istinto materno benevolo e incondizionato, che la vorrebbe sempre felice e soddisfatta per il solo motivo di avere il proprio erede fra le braccia. 

Ma l’essere madri prevede delle condizioni. E il famigerato istinto materno è suscettibile a fallimento. È questa la verità.

Perciò è bene condividere il proprio stato emotivo e senso di inadeguatezza, con il proprio compagno, con amici o parenti, perchè è importante ricevere un adeguato supporto e comprensione per favorire una pronta guarigione e permettersi di godere pienamente, in modo consapevole, dell’esperienza della maternità. 

Ricorda: genitori non si nasce si diventa!                                                                                                     

È quindi importante e fondamentale riconoscere i fattori di rischio e chiedere aiuto senza vergogna al fine di promuovere un intervento precoce ed il più possibile efficace.

Le cause di insorgenza di una DPP fanno riferimento a fattori di tipo fisiologico, in conseguenza del calo dei valori ormonali nel sangue, fisici, come la stanchezza causata dai nuovi compiti e ritmi imposti dal bambino, ma anche di tipo psicologico, legati allo stress derivante da questa nuova condizione, una personalità con bassa autostima o perfezionista, e, fattori sociali come mancanza di aiuto e sostegno, assenza di una rete sociale e affettiva di riferimento.

È anche possibile rintracciare nella storia di ciascuna donna degli eventuali fattori di rischio che predispongono maggiormente l’emergere di una tale condizione: episodi pregressi di tipo depressivo o ansioso, la familiarità con disturbi di natura psichiatrica, lutti o eventi molto stressanti, una situazione socio-economica precaria.

In alcuni casi sembrerebbe che un parto traumatico possa influenzare il grado di rischio di depressione conseguente… 

Quando un parto può essere definito traumatico?

Il parto può essere un evento bellissimo e per molte donne, nonostante la fatica e il dolore, rimane un evento di cui conservano un ricordo più o meno intenso, ma comunque costruttivo.

Per altre donne può essere un evento estremamente spiacevole o addirittura traumatico. 

La società non concepisce il parto come un evento potenzialmente traumatico, e non sempre è disposta ad ascoltare queste donne, aspettandosi da esse un recupero autonomo, rapido e naturale. Ma non è così.

Può non essere così. Proprio per questo molte mamme che soffrono di disturbi post parto si trovano isolate e poco capite anche dalle altre madri che invece non hanno vissuto le stesse problematiche.

L’aspetto fondamentale che deve essere tenuto sempre in considerazione è che la traumaticità sta in come la donna ha vissuto il parto e non, o non sempre, in ciò che è realmente accaduto!  

Proprio per queste ragioni è auspicabile rivolgersi, per essere accompagnate nella gravidanza e nel momento specifico del parto, a dei professionisti di fiducia, per i quali l’obiettivo primario e costante, insieme a quello di far nascere un bambino sano, sia la preoccupazione e la cura per l’esperienza che la madre vive durante il parto e quindi per le possibili conseguenze, sia per la salute emotiva della neomamma che per la relazione con il bambino e per l’impatto sul rapporto di coppia.

Anche i padri infatti sono testimoni del trauma e si sentono il più delle volte impotenti, impossibilitati ad aiutare e spesso impreparati a far fronte a situazioni di “squilibrio” di tale portata.

Quali sono gli effetti della depressione materna sulla relazione madre-bambino?

 Quando la mamma è depressa non ha a disposizione tutte le risorse fisiche e psichiche per prendersi cura del suo piccolo e quello che può accadere è che possa venir meno la possibilità e l’opportunità di entrare in sintonia con i bisogni del bambino, primo e fondamentale passo per la costruzione di un “attaccamento sicuro”, ovvero di uno stile relazionale sano e adeguato.

Infatti nelle prime settimane di vita, la mamma deve decodificare i segnali – come il pianto, le urla, i movimenti – lanciati dal figlio, per dare un senso alle sue prime esperienze di vita.

Ma non può farlo adeguatamente se lei stessa è in uno stato di ansia o di chiusura agli stimoli esterni. In generale le madri sofferenti risultano quindi meno sensibili e responsive ai bisogni del neonato e le attività di cura possono risultare più difficili e complicate, come ad esempio l’allattamento al seno, la routine dell’addormentamento o la compliance alle visite di salute del bambino.

L’effetto negativo della persistenza della depressione materna sembrerebbe ripercuotersi quindi nello sviluppo del bambino.

Ma è fondamentale sapere che attraverso interventi tempestivi è possibile moderare o annullare i rischi per il bambino.

Per un esito positivo risulta fondamentale il coinvolgimento del padre in primis, e della rete primaria di contatti sociali, come moderatori rispetto alla depressione della mamma.

Spesso la DPP può mostrare i primi segnali già durante la gravidanza.

È importante quindi per la coppia in attesa di un bambino affidarsi a delle figure esperte e qualificate per ottenere informazioni adeguate e consigli pratici su come gestire il periodo della gravidanza e del post parto e, in particolare, essere sensibilizzati sui rischi derivati dalla depressione post natale e sull’opportunità di un intervento precoce.

In questo senso è importante fin dalla gravidanza l’inserimento dei neo-genitori in una rete di “pari”, con cui confrontarsi e condividere in un ambiente appositamente strutturato, le proprie esperienze, i propri vissuti, le proprie paure, e scoprire di non essere soli e “i soli”. 

Nel caso in cui ci si accorga che qualcosa non va, che la vita non ha più gli stessi colori, non è come ti aspettavi e questo ti fa soffrire, è fondamentale non sottovalutare questi segnali, monitorarli, e, nel più breve tempo possibile, affidarsi alle cure di professionisti dell’ambito perinatale.

Le aspettative di vivere serenamente la maternità sembrano sgretolarsi insieme alle risorse fisiche e mentali.

Tendi a chiuderti in te stessa, a minimizzare e fai fatica a mostrare le tue debolezze. Nonostante il disagio interiore con cui convivi ormai da settimane continui a dire che va tutto bene e a non chiedere aiuto…

Ma devi sapere che non sei sola! Non sei l’unica donna a vivere questo momento, ma sei una delle tante neo-mamme che si sentono disorientate, per tanti motivi diversi, di fronte ad una nuova vita di cui non hanno mai avuto esperienza prima e per cui non esiste un libretto di istruzioni.

Non sei sola. E condividere questo intimo malessere è il primo passo per uscire dall’isolamento, per viverlo e per affrontarlo.

Non avere timore di parlare con qualcuno. Ricorda che il dialogo è una strategia molto efficace per ridurre e contrastare la depressione post-partum. 

Se pensi di soffrire di depressione post partum rivolgiti sempre ad un professionista accertato e se non ne conosci uno parlane con il medico di base o l’ostetrica, sapranno fornirti un supporto ed indicarti a chi indirizzarti per superarla.

Non puoi pensare di affrontare la depressione da sola, perché non sei sola! 

La depressione è una malattia come le altre ed esistono diverse possibilità di aiuto. 

Essere depressa non significa essere una cattiva madre e quindi non devi sentirti in colpa.  

Chiedere aiuto è il primo segno dell’essere una buona madre.

Dott.ssa Alessia Pullano
Psicologa

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