Cherofobia: La Paura della Felicità

Indice dei Contenuti

In questo articolo analizzeremo la cherofobia o paura della felicità.

La felicità è una condizione, uno stato, che interessa la sfera psichica, sociale, biologica.

L’uomo si è sempre interrogato sulla forma di benessere che produce la felicità: è difficile da definire, per cui ci sono mille diverse interpretazioni e assiomi sulla felicità, ma sembra che nessuna sia capace di mettere d’accordo le varie correnti di pensiero, nessuno è davvero riuscito a scrivere “il manuale della persona felice”.

Tuttavia, per quanto ciò sia difficile e probabilmente impossibile, il bisogno di attribuire delle caratteristiche specifiche alla felicità, quindi di comprendere quali sono i parametri per cui una persona possa definirsi “felice”, è sempre presente ed urgente per l’uomo occidentale.

Ciò che è certo è che la ricerca della felicità assoluta, come definizione condivisibile, è spesso una chimera: è decisamente buono il consiglio per cui la vera felicità non si ricerca all’esterno, nella vita materiale, ma in sé stessi e nelle passioni che ci tengono vivi.

La felicità è per la maggior parte delle persone un obiettivo da raggiungere ad ogni costo. E’ indiscutibile che questo desiderio al quale non molti sfuggono, ha funzionato nel tempo moderno come una sorta di motore: ci ha spinti verso il miglioramento delle capacità umane e al compimento di quell’evoluzione che ci ha accompagnati ad essere ciò che oggi siamo, una società moderna, tecnologica.

Perciò vi chiederete, come sia possibile che uno stato emotivo, oggetto di desiderio, ricercato dalla maggior parte delle persone, che ha permesso lo sviluppo di tante comodità che appartengono ormai alla vita quotidiana di molte persone, possa per altri di noi, o per te che leggi l’articolo, rappresentare un qualcosa da temere e tenere lontano? 

Le spiegazioni psicologiche di questo fenomeno sono varie, però prima di approfondirle, facciamo un passo indietro, cercando di dare un significato alla parola Cherofobia.

Cosa significa cherofobia

Cherofobia è un neologismo, una parola nata di recente e questo fatto ci fa comprendere quanto sia ancora giovane e molto attuale la riflessione sullo stato emotivo che descrive.

Cherofobia è una parola composta da due termini diversi: chero- di derivazione greca, che significa “rallegro” e -fobia, altra parola di origine indoeuropea, utilizzata in ambito psicologico per indicare paure, sentimenti di rifiuto irragionevoli verso degli oggetti specifici, in questo caso verso la felicità.

In ambito scientifico è ancora un argomento da sviluppare, non sembra siano stati fatti molti studi a riguardo perché è uno stato emotivo riconducibile anche a diversi disturbi, come ad esempio il disturbo d’ansia e ai disturbi fobici.

Ciò che indica il termine Cherofobia, perciò è uno stato emotivo legato a diverse emozioni, che provoca nell’individuo una paura per i possibili momenti di felicità, di gioia che potrebbe vivere.

Aspetti psicologici 

La cherofobia non può essere diagnosticata o considerata un disturbo psicologico specifico, ma può essere ricondotta come un sintomo specifico di una particolare forma del disturbo d’ansia.

È una configurazione particolare di sofferenza che spinge l’individuo a comportarsi in modo irrazionale, illogico.

Aver paura di essere felici e di divertirsi infatti fa sperimentare alla persona che ha questa paura, un forte sentimento di preoccupazione e una forma di “ansia anticipatoria” relativa a diverse occasioni di socializzazione e non solo (approfondiremo nel prossimo paragrafo!).

Alla base di questa paura sembra che ci sia un sistema di convinzioni per cui l’individuo ha paura di vivere momenti felici.

Una di queste convinzioni riguarda la certezza che è proprio in quei momenti spensierati, gioiosi, che si formano “i germi” degli eventi tristi, perciò portatori di sofferenze e dell’infelicità.

Per queste persone non vale la pena vivere momenti di contentezza, perché c’è un prezzo caro da pagare. Un’altra certezza distorta può essere legata ad una bassa autostima: la persona potrebbe esser convinta che non merita di essere felice, oppure che la felicità le renda delle cattive persone, che provare felicità potrebbe far male, mettere a rischio i propri cari.

Qualcuno è anche convinto che esser felici, passare dei momenti di contentezza sia solo una perdita di tempo e di risorse che potrebbero essere utilizzate diversamente. 

Ansia Anticipatoria: la prima sveglia del mattino

Come accennato, l’ansia anticipatoria è un sintomo tipico dei disturbi ansiosi e fobici: la sua caratteristica generale è che non è relativa al contatto con l’oggetto fobico, ma si presenta anche solo al pensiero di poter contattare la situazione fobica, spingendo l’individuo ad assumere una serie di comportamenti evitanti lo stimolo che provoca loro paura.

Come quelle persone che la mattina sanno che per svegliarsi ad un orario consono hanno bisogno di mettere tante sveglie, che li preparino ad affrontare il momento in cui svegliarsi: così funziona l’ansia anticipatoria, prima dell’orario di incontro con la felicità disturba il sonno della persona, affinché possa arrivare preparata a quel momento.

Tuttavia, questo tipo di sveglia non suona solo quando la mattina bisogna andare presto a lavoro, ma anche casualmente la domenica mattina creando un certo disagio nella persona che si sente confusa e spaventata.

Questa metafora è utile per meglio comprendere come sia imprevedibile il suono dell’ansia anticipatoria, anche se vi è sempre uno stimolo che la scatena come l’idea di doversi svegliare per andare al lavoro.

Nel caso della cherofobia, perciò si presenta quando si prevede che ci sia la possibilità di esser felici perché invitati ad una lieta occasione, ad esempio, ma anche al solo pensiero di potersi divertire o provare gioia.

Ciò suscita sensazioni corporee invalidanti, che potrebbero addirittura sfociare in attacchi di panico, che la predispongono a preoccuparsi molto in momenti in cui gli altri semplicemente gioirebbero e a trovare strategie utili per schivare tutte le situazioni in cui potrebbe sperimentare allegria, vivere momenti lieti. 

Quali personalità potrebbero esser maggiormente a rischio ?

Le persone introverse sono maggiormente soggette a sviluppare questa paura, si sentono a disagio nei luoghi affollati, chiassosi e all’interno di gruppi numerosi, preferiscono svolgere attività da soli o in coppia, sono molto riflessivi e riservati: ciò li potrebbe indurre a disprezzare le attività goliardiche.

Un altro tipo di personalità a “rischio” è quella dei perfezionisti: possono essere convinti che la felicità sia solo per pigri, per gli scansafatiche, perciò per non rischiare di esser come loro, scansano ogni genere di attività che porti solo gioia. 

Le persone con una bassa autostima potrebbero pensare di non meritare le occasioni di felicità e di gioia.

In genere queste persone hanno avuto un’esperienza di trascuratezza o di iperprotezione durante l’infanzia, che le ha convinte di non essere degne di affetto e attenzioni nel primo caso, o di non esser capaci di gestire da soli le proprie esperienze e la propria vita. Oppure delle relazioni con i pari poco gratificanti, violente che le ha convinte di non meritare la gioia. 

Come si è formata questa convinzione?

Per quanto ci sono tipi di personalità maggiormente a rischio, non è detto che tutti gli introversi o i perfezionisti, o chi ha una bassa autostima in alcuni ambiti della vita, possano sperimentare mai questa paura in modo invalidante.

Ogni individuo è diverso da un altro, perciò lo sviluppo di queste convinzioni e della fobia stessa, deve esser valutato da un professionista, caso per caso.

Per queste ragioni non è possibile identificare in termini assoluti cosa faccia sviluppare queste idee capaci di condizionare la vita personale e sociale di queste persone.

Ciò che si può ipotizzare è che questi individui abbiano potuto vivere in passato situazioni traumatiche importanti, oppure abbiano sperimentato momenti di intensa tristezza, o rabbia, che hanno associato a precedenti momenti di gioia.

Sintomi

Innanzitutto, una precisazione importante: non ci sono dei sintomi definibili in termini assoluti che descrivano questa fobia, perché la cherofobia potrebbe essere essa stessa un sintomo connesso più in generale al disturbo d’ansia, però possiamo tentare di individuare delle caratteristiche.

Abbiamo già anticipato la possibilità di comportamenti bizzarri ed evitanti, vediamo adesso nella sintesi quali sono gli aspetti più diffusi e alcuni esempi chiarificatori:

  • Ansia anticipatoria quando si presenta alla persona l’occasione di partecipare a momenti che possono farle sperimentare gioia, soddisfazione. Ad esempio, la possibilità di partecipare ad un concerto potrebbe far preoccupare molto questi individui.
  • Rifiutare delle occasioni che potrebbero cambiare il destino della persona, anche in meglio. Ad esempio, rifiutare una promozione sul lavoro per paura che questa possa comportare sofferenza nonostante la possibilità di essere maggiormente riconosciuti. 
  • Non partecipare ad occasioni in cui la maggior parte delle attività preveda divertirsi. Ad esempio, una persona potrebbe non partecipare alle feste aziendali perché non ne coglie l’utilità, considerandole solo delle perdite di tempo.
  • Essere felici rende cattive persone, è deplorevole. Ad esempio, che la propria felicità possa esporre ad un rischio di esser puniti da eventi infelici.

Tutto ciò che è stato precedentemente detto, potrebbe indurci a pensare che le persone cherofobiche possano essere caratterizzate da un umore depresso, ma non è così.

Gioia e tristezza, due facce della stessa medaglia

Per chi soffre di questa condizione, come abbiamo visto fin ora, la gioia e la tristezza rappresentano le facce di una stessa medaglia.

Non è possibile per loro vivere appieno la gioia, perché c’è da aspettarsi qualcosa di negativo. Come anticipato, queste persone non vivono una vera anedonia, una depressione, perché non si privano del tutto della gioia, ma trovano conforto nel trasformare l’emozione di gioia in una sfumatura più tenue che è la serenità.

Le persone cherofobiche non soddisfano i criteri della depressione, non sono totalmente chiusi in sé stessi, spesso tristi come potremmo comunemente immaginarli.

Molto più semplicemente, attuano strategie di controllo emotivo, privandosi della possibilità di sperimentare emozioni intense, in particolar modo di intensa gioia: secondo questa logica, ciò li protegge dalla possibilità di sperimentare una tristezza troppo profonda.

Se potessimo paragonare le emozioni ad un suono riprodotto da una radio, il cherofobo è sempre attento a tenere basso il volume delle canzoni troppo gioiose.

Perciò è errato pensare che siano tristi o persone spiacevoli da frequentare, semplicemente potremmo notare una sorta di “compostezza” emotiva e non trovarli alle feste dell’ufficio.

Il tenere basso il volume, gli permette di non esporsi ad oscillazioni emotive che potrebbero far perdere loro il controllo.

Cosa fare se si teme la felicità

Aver paura della felicità è una condizione che crea disagio, non solo nella persona cherofobica, ma anche nelle persone vicine: condividere la felicità è un aspetto relazionale che rinforza i rapporti, costruendo quella rete di sostegno utile per affrontare anche i momenti di difficoltà, di tristezza.

Privarsi della possibilità di vivere la gioia, non permette alle persone di godere appieno delle esperienze, di apprezzare fino in fondo le occasioni che la vita regala.

Rivolgersi ad uno specialista, è sicuramente il consiglio più scontato ma anche il più efficace. Perché farlo? Perché solo un professionista può aiutare la persona a iniziare un percorso utile a identificare le esperienze traumatiche che possono aver sostenuto l’associazione gioia-dolore.

La relazione terapeutica è una relazione protetta, in cui è possibile avviare l’elaborazione dei vissuti e delle convinzioni che l’hanno indotto a temere la gioia senza correre il rischio di sentirsi in pericolo.

È un percorso non privo di ostacoli, che richiede impegno e grande motivazione da parte del paziente, perciò il primo passo è quello di riconoscere la propria paura e pensare che con il supporto di uno specialista, i limiti che questa paura pone alla propria vita possono essere modellati e gestiti, non perché scompaiano ma perché possano essere occasione di maturazione personale.

Mentre la terapia prende il via, qualcosa è possibile farla anche in autonomia, seguendo i prossimi tre consigli:

  • Riconoscere le sensazioni fisiche, i campanelli d’allarme, collegati alla paura di esser felici,
  • Considerare la paura come un’emozione utile a proteggersi dai rischi, ma che a volte si attiva anche quando non ci sono davvero dei pericoli,
  • Avvicinarsi gradualmente all’eventualità di sperimentare sensazioni di gioia, iniziando ad accettare qualche piccola occasione di svago, anche in solitudine. 

Dopo tutto, come accennato nell’introduzione, la ricerca della felicità è insita nella spinta evolutiva dell’uomo, perciò per quanto possa sembrarci difficile, ognuno di noi può riuscire a sbloccare il meccanismo che suscita paura di questo stesso processo, accettano che gioia e dolore non sono solo causa di sofferenza intensa, ma anche possibilità di crescita e di acquisizione di maggior maturità.

Bisogna aver fiducia nel fatto che l’individuo può riscoprire, acquisendo gli strumenti necessari, il piacere insito nella ricerca stessa della felicità. 

Dott.ssa Alessia Pullano
Psicologa

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