Sentirsi vuoti: Come Rinascere

Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso”

Uno, Nessuno e Centomila – Luigi Pirandello

Quante volte abbiamo sentito dentro un grande vuoto?

Magari abbiamo anche pronunciato frasi del tipo “non sono felice,  niente mi rende felice”.

Non provo più emozioni. 

Queste sono proprio le frasi tipiche di chi si sente vuoto e infelice, di chi appunto sperimenta sentimenti  negativi, di cui ci si vorrebbe solo  liberare.

Ma perché arriviamo a sentire questo vuoto dentro e cosa possiamo fare per rinascere ?

Continuiamo a leggere qui di seguito per capire di cosa stiamo parlando e cosa potremmo fare per stare meglio.


Il senso di vuoto: ma che cos’è?

Poc’anzi  abbiamo parlato, o meglio, abbiamo fatto cenno al senso di vuoto, a quella sensazione che spesso ci attanaglia e ci fa sentire, appunto, vuoti.

 Ma se volessimo definirlo, concretamente, cosa potremmo dire?

Iniziamo con il dire che sentirsi vuoti non significa  avere delle mancanze.

Il termine vuoto non è sinonimo di mancanza e per rendersene conto basta fare riferimento all’etimologia del termine: la parola “vuoto” deriva da vacuo che significa “ occupato da alcuna materia”.

Il termine mancanza invece rimanda all’idea del “non avere a sufficienza”.

Quando parliamo di vuoto parliamo, insomma, di uno stato cognitivo ed emotivo che sembra quasi annullare l’esistenza del soggetto  che è priva di materia, ovvero di emozioni.

Se ci  riflettiamo su, la parola emozione deriva dal latino “emovere” e significa proprio tirar fuori.

Chi prova questo senso di vuoto non riesce a tirar fuori le proprie emozioni, per questo sente di esserne privo: in realtà il problema sta nel “ riuscire ad esprimerle”,  e come ben sappiamo, dove c’è il problema, c’è anche la soluzione, ma di questo ne parleremo a breve.

Cosa significa sentirsi vuoti?

Ora concentriamoci su un altro aspetto: chi avverte questo senso di vuoto  cosa sente? 

Paradossalmente può arrivare a lamentarsi proprio perché non riesce a sentire nulla e questo può portare ad una grande insoddisfazione, in diverse aree della propria vita.

A questo si aggiunge un senso di inquietudine, una grande tristezza mista ad un senso di noia.

Chi sente un vuoto dentro, inoltre, non riesce a trovare una motivazione per andare avanti  anche se si è consapevoli del fatto che bisogna pur partire da qualche parte, ma nella realtà dei fatti non si sa da dove partire e proprio per questo a volte ci si sente soli e confusi, fino ad arrivare a chiedersi “ ma cosa  voglio davvero?  Chi sono?”

Tutte domande queste a cui non si riesce a trovare una risposta e questo a lungo andare non può far altro che incrementare questa sensazione di vuoto.

Il senso di vuoto e quello che nasconde

Sicuramente vi starete chiedendo come mai alcune persone arrivano a sentirsi così.

Alcuni di noi pensano che questo vuoto sia da associare al proprio compagno che non dà abbastanza amore o all’assenza di un partner.

Alla frustrazione del proprio lavoro che non soddisfa o alla mancanza di soldi o  di veri amici.

Eppure  il vuoto interiore non ha nulla a che vedere con queste cose sapete?

Il vuoto interiore riguarda noi e il nostro senso di solitudine che viene vissuto con tristezza e malessere.

In un certo senso chi sente questo vuoto dentro, percepisce di non essere abbastanza e di non poter contare sulle proprie forze e questo a sua volta può dipendere da  ciò che è stato vissuto nella propria infanzia con le proprie figura di accadimento.

Se si è sperimentato un vuoto emotivo in questa fase, che non è stato affrontato e riparato, da adulti questo vuoto non sparisce mica per magia.

Questo vuoto emotivo, insomma, ha a che fare con l’amore che non abbiamo ricevuto dai nostri genitori e con le cure che ogni bambino merita di ricevere.

 E se questo non avviene?  

Non si possono che sperimentare delle ferite emotive.

Chi non supera certe ferite può arrivare ad essere bloccato da un punto di vista emotivo:  ecco perché si parla di incapacità di esprimere le proprie emozioni, poiché si diventa incapaci anche di riconoscerle.

Quanto detto ci fa dunque capire che il vuoto che sentiamo oggi ci parla molto di ciò che è stato ieri, dei traumi vissuti nell’infanzia e  ci spiega perché da adulti andiamo alla ricerca di rapporti impossibili, irraggiungibili e che ci portano ad attivarci e soprattutto a non sperimentare una sensazione di vuoto interiore che in realtà sperimentiamo già.

E’ come se in un certo senso ci illudessimo di poter riempire questo vuoto emotivo con le relazioni, ma alla fine ci circondiamo di relazioni non sane che  ci fanno sperimentare ulteriori sentimenti di vuoto.

Se tutto ciò viene vissuto più e più volte, come possiamo pretendere di non sentirci inadeguati e vuoti?

Alla fine ci si convince davvero di essere vuoti  e inutili, ma soprattutto non degni d’amore, proprio come quando eravamo piccoli e mamma non ci dava una carezza.

ll senso di vuoto in psicopatologia

Come abbiamo visto, spesso, proprio a causa di una carenza affettiva  sperimentata nel periodo infantile. arriviamo a sentirci vuoti dentro ed è proprio per questo che cerchiamo di colmare questo vuoto con chiunque, proprio per sentire o meglio, per non sentire, la nostra sofferenza o semplicemente per non sentirci soli.

Il termine vuoto però oltre che ad essere associato a questi vissuti, può essere associato anche a diversi quadri psicopatologici:  parliamo per esempio di fobie, borderline, disturbo narcisistico, depressione.

Insomma un soggetto può arrivare a sperimentare un senso di vuoto per  varie situazioni sperimentate nella propria vita, ma anche per ragioni riconducibili alla psicopatologia.

Prima per esempio abbiamo citato il narcisismo: in questo caso il soggetto sperimenta un senso di vuoto  ed è in nome di questo sentimento che cerca relazioni che possano regalargli emozioni forti, proprio per riempire il rumore di questo vuoto.

Anche la persona depressa arriva a sperimentare questo senso di vuoto: basti pensare che la depressione è caratterizzata da un’esistenza insoddisfacente e vuota .

Allo stesso modo chi soffre di Disturbi Alimentari porta dentro sè un vuoto affettivo interno che spesso si cerca di riempire. in modo compulsivo con il cibo.

Come rinascere ?

In questo articolo abbiamo  cercato di mettere in evidenza cosa nasconde davvero il proprio senso di vuoto, da dove deriva e chi può sperimentarlo.

Chi prova questi sentimenti di vuoto cerca di colmarli e non solo attraverso le relazioni con gli altri, ma anche attraverso delle vere e proprie dipendenze: pensiamo per esempio all’alcool, allo shopping compulsivo, alle varie droghe.

Chi fa riferimento a queste “soluzioni” crede davvero di poter  star meglio, e invece non fa altro che alimentare un circolo vizioso di cui si diventa vittime.

Cosa bisogna fare, quindi? Come rinascere ? Vediamo qualche consiglio utile qui di seguito.

Utile a chi ha voglia di trasformare questo vuoto in altro.

Guardiamoci dentro: primo consiglio

La prima cosa che dovremmo fare? Guardarci dentro.  Possiamo infatti riempire questo vuoto, partendo da noi e dall’amore che proviamo per noi stessi.

Vi amate poco? Perché non coltivare allora quest’amore?

Chiedetevi innanzitutto cosa esattamente non amate del vostro essere e ciò che invece amate.

E partite proprio da qui: da ciò che amate. Coltivate i vostri interessi, prendetevi del tempo per voi e per quello che davvero vi fa stare bene.

Trascorrete più tempo in compagnia di voi stessi: evitate di guardarvi  sempre  intorno e ponete la vostra attenzione al vostro mondo interno, a quello che vi dice.

Forse all’inizio non sarà facile riuscire a fare questo, ma nel tempo potrà darvi grandi soddisfazioni

Facciamoci delle domande: ulteriore strategia utile

Esploratevi davvero:  cosa volete? Cosa desiderate? Quanto vi giudicate?

Vi dite delle cose positive o tendete a mettere in rilievo solo le cose negative? 

Siete attenti alle vostre esigenze o minimizzate quello che provate?

State rispettando le vostre opinioni  o state solo “comodi”?

Provare a farsi queste domande può essere un esercizio utile  per coltivare la propria auto-consapevolezza e soprattutto la propria autostima.

Cerchiamo  la nostra  autorealizzazione: altro passo importante verso noi

Tutto questo può essere utile anche per cercare e trovare finalmente la nostra strada e ciò che davvero ci può soddisfare soprattutto a livello emotivo. Questo significa infatti smettere di dare conto a quello che dicono gli altri e a quello che dovremmo essere, per inseguire chi vogliamo essere.

Ma per poter fare questo  dobbiamo riscoprirci e fare dei piccoli passi:  perché non darci questa  possibilità?

L’importanza della meditazione: ulteriore consiglio da seguire

Anche la meditazione può essere utile se si tratti di esaminare il proprio vuoto interiore.

In questo modo vi darete la possibilità di focalizzarvi più sulle vostre sensazioni che sui vostri pensieri.

Diario personale: l’importanza dello scrivere

Per quanto riguarda questi ultimi invece, provate a metterli nero su bianco: provate insomma a tenere un diario in cui  immortalare ciò che vi sta stretto dentro, in termini di pensieri e anche emozioni.

Studi scientifici confermano che la scrittura è davvero terapeutica e ci consente di sentirci più liberi e leggeri.

E voi avete bisogno anche di questo: di leggerezza e libertà.

Circondiamoci di persone positive

In tutto questo non dobbiamo sottovalutare l’importanza delle relazioni.

Insomma noi siamo degli esseri sociali e siamo collegati agli altri per natura.

Ritrovare se stessi è la prima cosa, ma questo non  significa che dobbiamo mettere in secondo piano le nostre relazioni.

Circondiamoci delle persone che ci amano e che tengono alla nostra serenità.

Questo fa bene alla nostra salute psicologica  e tutto ciò che fa bene va solo accolto e tenuto stretto.

Chiedere aiuto: altro consiglio 

Non riuscite a fare questo e continuate a sentirvi vuoti? Perché non intraprendere un percorso psicologico?

Grazie all’aiuto di un esperto potreste fare un viaggio alla scoperta di voi stessi e dei vostri punti di forza.

Gli stessi punti di forza che vi sfuggono ma che ci sono e aspettano solo di essere guardati e presi in considerazione.

Potrebbe essere una bella opportunità per trasformare questo vuoto in uno spazio in cui far entrare solo cose belle.

Riflessioni conclusive: cosa abbiamo detto sin’ora?

Come abbiamo visto sin’ora, il senso di vuoto può poter dire  davvero tanto di quello che abbiamo vissuto e di come ci siamo sentiti.

Spesso, quando ci sentiamo vuoti, pensiamo che il tutto sia dovuto a delle situazioni che si verificano nel nostro presente, nel nostro  qui e ora, ignorando il fatto che alla base a volte ci siamo noi e le nostre ferite.

E chi meglio di noi può curare queste ferite?

Come detto poco fa abbiamo il dovere e il diritto di prenderci cura di noi e del nostro mondo interno.

Forse all’inizio vi costerà farlo, ma ne varrà davvero la pena.

I nostri malesseri interiori non sempre derivano da cause esterne, ma dal modo in cui viviamo determinate cose: prepariamoci dunque ad incontrare e prendere confidenza con le nostre fragilità  e con le nostre emozioni.

Spesso pensiamo che quest’ultime siano da evitare e invece no, chiedono solo di essere vissute, poiché fanno parte della vita di tutti noi e se esistono ci sarà un motivo no? 

Solo quando permetteremo alle nostre emozioni di fluire, potremo riuscire a sentirci vivi e pieni.

Pieni di vita!

In questo modo potremo anche liberarci di tutto quello che ci spinge giù e finalmente iniziare a volare e rinascere.

E voi avete voglia di rinascere? 

Dott.ssa Alessia Pullano
Psicologa

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    La Paura di Fallire

    Tutti noi abbiamo dei desideri da realizzare e dei sogni da inseguire eppure non tutti  riusciamo a farli diventare realtà e un motivo c’è sicuramente.

    Alcuni di noi, per esempio, per paura del fallimento, non ci provano nemmeno ad andare oltre e restano fermi.

    Ma restare fermi non è sicuramente la strada più giusta per andare incontro ai nostri sogni: forse è proprio quando smettiamo di provarci o, ancora, quando non iniziamo a farlo che falliamo davvero.

    E’ questo il fallimento che dovremmo temere, non siete d’accordo?

    Ma perché alcuni di noi hanno così tanta paura del fallimento?

     Cosa vedono nel fallimento e come possiamo fare per gestire questa paura? Continuiamo a leggere qui di seguito e avremo sicuramente le risposte alle nostre domande.

    La paura: un’emozione forte

    Poco fa abbiamo menzionato una specifica paura: quella del fallimento.

    Ma prima di trattarla in modo specifico, diamo uno sguardo alla paura in generale:  cos’è davvero?

    La paura è un’emozione adattiva: potremmo definirla una spia che si accende per segnalarci un pericolo.

    Per questo è adattiva, perché ha la funzione di metterci in guardia.

    La paura, a differenza di quello che si pensa, dunque non è una nostra nemica, poiché ci mette in condizione di agire e di poterci difendere.

    E’ quando ci destabilizza o ci blocca che diventa un problema, poiché appunto diventa patologica.

    Da emozione adattiva può diventare un ostacolo, dunque:  un ostacolo per la nostra vita, per i nostri progetti e per le nostre azioni. 

    La paura patologica può manifestarsi in diverso modo, a seconda dell’oggetto temuto.

    Abbiamo paure più specifiche e paure più generali, come quella che tratteremo ora: la paura del fallimento, che può avere un impatto forte sul raggiungimento dei nostri obiettivi sia a livello personale che lavorativo.

    La paura di fallire: cosa nasconde?

    Proviamo a definire la paura del fallimento, ora: cosa possiamo dire a tal proposito? Sicuramente possiamo dire che è una reazione.

    Una reazione che sperimentiamo a livello emotivo, cognitivo e comportamentale,  in risposta a quelle che possono essere le conseguenze o le possibili conseguenze se non  raggiungiamo un x obiettivo.

    Possiamo dire che questa reazione comprende dunque una grande preoccupazione e la comparsa di pensieri negativi che spesso ci  portano a mollare prima ancora di buttarci in un nuovo progetto o in qualsiasi altra cosa che ci espone ad un rischio. Al rischio di fallire, appunto.

    Perché, cosa significa fallire?

    Sicuramente questa parola porta con sé diverse accezioni negative, altrimenti non ci sarebbe la paura del fallimento.

    Quanto detto mette in rilievo una componente soggettiva del fallimento che per alcuni  può rappresentare la fine del mondo, per altri la spinta per riprovarci.

    E’ proprio nel primo caso che fa paura il fallimento: se lo reputiamo motivo d’imbarazzo e lo associamo ad un insuccesso, è naturale averne timore.

    Se ci pensiamo bene, la maggior parte di noi non è mica orgogliosa di fallire, proprio perché al termine “fallire” associamo altre cose come “non valgo abbastanza”, “non ce la farò mai”. 

    Cosa penseranno di me?

     Insomma si vengono a creare una serie di pensieri che non fanno altro che aumentare la paura del fallimento, che spesso deriva proprio dalla paura del giudizio altrui.

    Ovviamente, a questa paura, è  più esposto il soggetto che ha una bassa autostima e che, per sentire di valere qualcosa,  ha bisogno dell’approvazione dell’altro.

    Se pensiamo che oggi siamo anche immersi in un contesto sociale in cui  è più facile vedere persone che hanno “successo”, in termini di raggiungimento dei propri obiettivi, è naturale sentirsi, a volte, fuori luogo.

    Ma anche in questi casi il nostro senso d’inadeguatezza deriva dalla nostra bassa autostima, ovvero dal valore che noi stessi ci diamo. 

    Spesso dietro al fallimento si nasconde un altro termine, quello della delusione:  pensate a quelle volte che non avete raggiunto ciò che vi eravate prefissati.

    Avete avuto paura di deludere vostra madre, vostro padre o il vostro partner?

    Fallire, per alcuni,  può significare anche questo, deludere chi ci sta accanto, perché alla base di tutto sembra esserci una convinzione ben precisa:  “se  riesco a fare questo, gli altri mi ameranno e continueranno a farlo.”

    Dirsi questo è un po’come dirsi  che gli altri  possono amarci solo per quello che riusciamo a fare e non per quello che siamo.

    Ma siamo davvero sicuri che sia così?

     Gli altri non smetteranno di amarci o di stimarci solo perché non abbiamo fatto quel tiro in porta o perché non abbiamo superato quell’esame o quel colloquio di lavoro.

    Riflettiamoci su.

    La paura del fallimento: cause e comportamenti protettivi

    Insomma, da quello che abbiamo detto sin’ora, si evince una cosa fondamentale:  ciascuno di noi associa al fallimento un’idea precisa e un’accezione diversa  ed è proprio in base a questa che noi alimentiamo o meno la paura del fallimento.

    Centrale è la nostra visione del fallimento e soprattutto la visione di noi stessi.

    Spesso alla base di questa paura ci sono delle cause specifiche: come abbiamo detto prima, una di queste è da rintracciare nella propria autostima che come sappiamo è anche il frutto delle nostre esperienze passate.

    Se si cresce con genitori molto critici e che, quindi, ci criticano per ogni sbaglio commesso, facendocelo pesare, è naturale crescere con la convinzione che uno sbaglio è inaccettabile e che non bisogna fallire, altrimenti “sei un fallito”.

    Anche il vivere delle situazioni traumatiche può portarci ad avere paura del fallimento: se per esempio abbiamo fatto scena muta durante la presentazione della nostra tesi di laurea e abbiamo provato sentimenti di vergogna e imbarazzo, è più facile che le volte successive tenderemo ad evitare tutte quelle situazioni che possono portare alla ri-comparsa di questi sintomi.

    Ecco che in questi casi il soggetto può poter mettere in atto dei comportamenti protettivi, che in realtà mantengono viva la dinamica della paura.

    Tra questi comportamenti ritroviamo l’evitamento, appunto: un soggetto può cercare di evitare di essere coinvolto in una situazione o  in un progetto in cui, per esempio, è esposto al giudizio altrui o in cui potrebbe fare “ brutta figura”.

    Potrebbe anche ritrovarsi a rimandare e ancora rimandare un impegno o un appuntamento per paura di non riuscire a fare bene.

    Potrebbe ancora poter dire a se stesso parole come “non ce la farò mai, quindi evito di andare a quell’appuntamento di lavoro”.  

    In questo caso oltre all’evitamento vero e proprio c’è proprio un dialogo interiore che è negativo e limitante.

    Che conseguenze possiamo sperimentare ?

    Cosa porta tutto questo? Il fatto di evitare di fare qualcosa per paura di fallire, a cosa ci  espone?

    Ad una cosa davvero invalidante: a restare fermi, bloccati e a continuare a credere che davvero non siamo abbastanza.

    Continuando a restare dove siamo, infatti, non ci diamo la possibilità di mettere in discussione queste credenze che alla fine diamo per vere e che invece non fanno altro che limitarci e farci rimanere con le nostre convinzioni.

    Nostre e di chi nel tempo ci ha inviato questo messaggio,sia a parole che con i comportamenti: “tu non vali abbastanza”.

    Ma quanto è giusto questo?

     Così facendo, più che concentrarci su quello che potremmo avere, pensiamo a quello che potremmo perdere in termini di approvazione  e alla fine perdiamo davvero, si , ma solo tempo, poiché potremmo concentrare i nostri sforzi sul raggiungimento dei nostri obiettivi,  per esempio, con la consapevolezza che possiamo anche sbagliare e che questo non significa necessariamente fallire.

    La paura di fallire, se  protratta a lungo, inoltre, può causare diversi problemi e non solo a livello psicologico e personale, ma anche a livello fisico.

    Chi ha paura di fallire  può sperimentare un senso di affaticamento,  apatia e una grande insoddisfazione della propria vita fino a sperimentare, in alcuni  casi, anche una grande disperazione.

    Questo in virtù della visione che si ha del fallimento e che abbiamo delineato poc’anzi.

    Ma siamo davvero sicuri che il fallimento sia solo questo? Siamo sicuro che sia solo vergogna, imbarazzo e la conferma delle proprie incapacità?

    Consigli per superare o gestire la paura del fallimento

     Forse per riuscire a gestire questa  paura, bisogna fare un passo indietro e prender  in considerazione il fatto che possiamo associare al fallimento anche tanto altro.

    Nuova visione del fallimento

    Provate ad andar oltre ed evitate di associare il fallimento alla vostra persona, ma anzi prendetelo come un segnale che vi sta dicendo che dovete ancora imparare tanto dalla situazione o dall’esperienza che state vivendo o che avete vissuto.

    In questo modo il fallimento sarà esso stesso un’informazione utile che vi farà tollerare meglio l’errore commesso e di conseguenza sarete maggiormente motivati per riprovarci in seguito.

    Accettazione dell’errore: una nuova visione

    Questo significa che dobbiamo accettare il fatto che tutti noi commettiamo errori e che questi sono necessari se vogliamo raggiungere i nostri obiettivi.

    Le persone che la pensano in questo modo non hanno paura di fallire, perché vedono l’errore come un’ opportunità e un’occasione di crescita e avanzamento.

    Se proprio volete evitare un’ errore, evitate quello di attribuire al fallimento un’accezione totalmente negativa e  attribuire a voi la causa dell’errore fatto.

    Se sbagliamo non  è perché  “non siamo in grado di…”

    Diamoci dunque l’opportunità di capire cosa c’è dietro l’errore: non c’è sempre  e solo la nostra incapacità. 

    A volte c’è un comportamento che ci porta in tutt’altra direzione.

    Primo lo individueremo e prima riusciremo ad intraprendere la strada giusta.

    Il rischio di correre rischi

    Iniziamo in questo senso ad assumerci dei piccoli rischi: in questo modo darete a voi stessi la possibilità di sperimentarvi e sperimentare.

    Magari gli altri non saranno così giudicanti come vi aspettate, magari siete proprio voi i primi giudici di voi stessi e non lo sapete ancora.

    L’importanza dell’agire

    A tal proposito agire è la cosa più terapeutica che si possa fare: se ci soffermiamo troppo a pensare, alla fine eviteremo di agire e ci bloccheremo.

    Se invece agiamo e trasformiamo la nostra paura in azione, qualcosa sicuramente si muoverà.

    Voi stessi potrete muovervi ed eviterete così di stare e rimanere fermi.

    Non riuscite proprio a non pensare? Bene, se proprio dovete farlo, pensate alla situazione peggiore che potrebbe verificarsi se deciderete di agire.

    Cosa potrebbe succedere? Pensare in questi termini vi aiuterà a trovare una soluzione e soprattutto a ridimensionare le vostre paure e a vedere il fallimento con occhi diversi.

    L’importanza del dirsi un si

    Fondamentale è anche imparare a dire a se stessi quel si che evitate di dirvi:  se si presenta un’occasione in cui siete chiamati ad  esporvi come professionisti o altro,  buttatevi.  Dite di si e non abbiate paura di sbagliare.  

    Chissà magari non solo andrà tutto liscio, ma avrete anche ulteriori proposte e opportunità: perché rinunciare a tutto questo? 

    Concentratevi insomma su quello che di bello potrebbe accadere.

    E se anche dovesse esserci qualche intoppo, provate a pensare a come potreste fare per risolverlo. 

    In questo modo sarà più facile andare avanti.

    Riflessioni conclusive

    Da quanto detto sin’ora, non possiamo che evincere una grande verità: a farci paura non è tanto il fallimento, ma ciò che noi stessi pensiamo del fallimento e delle sue conseguenze.

    Se continueremo a vedere il fallimento come una prova della nostra incapacità è 

    naturale che faremo di tutto per evitarlo, non esponendoci e rimanendo fermi.

    Ma noi non vogliamo questo, vero?

    Noi vogliamo crescere, sperimentare, evolvere.

    Per fare questo, però,  dobbiamo concederci il lusso di poter sbagliare  e imparare dagli sbagli fatti.

    Solo in questo modo possiamo e potremo fare delle cose davvero grandi:  pensate per un momento a quell’obiettivo che avete ben chiaro nella testa e che non state riuscendo a raggiungere per paura di fallire.

    Oraprovate a pensare a come potrebbe essere la vostra vita dopo aver raggiunto questo vostro obiettivo: come vi vedete? Felici, soddisfatti e soprattutto in pace con voi stessi?

    Bene, se solo provate a concedervi il rischio di correre qualche rischio, tutto questo potrebbe diventare realtà. La vostra bellissima realtà.

    Sicuramente non dovete pretendere da voi stessi un cambiamento radicale: non è possibile, quindi andate per gradi.

    Iniziate proponendovi di raggiungere un piccolo obiettivo, poi un altro e un altro ancora, come fossero dei piccoli step  utili per raggiungere la meta finale.

    Vedrete che man mano che andrete avanti, avrete sempre più fame di benessere e non vi fermerete più.

    Un passo alla volta  e riuscirete ad avere sempre più fiducia in voi stessi e alla fine riuscirete ad arrivare dove sareste sempre voluti essere.

    Ma  in tutto questo non dovete dimenticare che la vita è  fatta anche di momenti di difficoltà,  ma non per questo dovete sentirvi falliti.

    E poi, lo abbiamo detto, siamo noi a decidere che valore vogliamo dare al fallimento:  possiamo decidere di vederlo come la fine dei nostri sogni o come un’occasione di crescita.

    Dunque, quando vi capiterà di non riuscire a realizzare qualcosa, invece di ripetervi  “sono un incapace”, provate a capire qual’ è la lezione che vi si nasconde dietro.

    Perché il vero fallimento è smettere di provare e voi, oggi, cosa volete fare?

    Dott.ssa Alessia Pullano
    Psicologa

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      Quando una relazione è tossica ? Come riconoscerla

      Avete mai sentito parlare delle relazioni tossiche o ne avete mai vissuta una?

      Forse si, forse no.. 

      Chi si ritrova in queste due parole, sicuramente, starà pensando a cosa ha dovuto “sopportare”, chi invece non l’hai mai sperimentata e non sa cosa possa nascondere, si starà chiedendo “di cosa stiamo parlando” ?

      Bene, per trovare una risposta a questa domanda, provate a dare uno sguardo alle righe successive.

      Relazione tossica: riflessioni introduttive

      La prima domanda a cui cercheremo di dare una risposta è proprio questa: cos’è una relazione tossica?

      Iniziamo con il dire che una relazione tossica è sicuramenteuna relazione conflittuale e  non sana, poiché come vedremo, mancano quelli che sono i presupposti  base di un rapporto sano.

      Come possiamo immaginare, una relazione sana è fatta di rispetto, amore, condivisione: tutto questo manca  in quelle che sono definite essere relazioni tossiche.

      Ovviamente queste relazioni possono poter riguardare l’ambito amicale, lavorativo oltre che quello sentimentale.

      In questo articolo ci soffermeremo, però, su quello sentimentale: parleremo di una relazione tossica vissuta in un rapporto di coppia.

      Relazione tossica in coppia

      Quando due persone decidono di stare insieme e di condividere la loro vita, sicuramente accettano anche il fatto di dover dare all’altro amore, rispetto, supporto e di poterlo allo stesso tempo ricevere.

      Insomma la reciprocità è un ingrediente fondamentale, soprattutto se si parla di un rapporto di coppia.

      Spesso, però, in una coppia tutto questo viene a mancare: ecco perché poi  si arriva a parlare di relazione tossica.

      Il termine “tossico” può dirci davvero tanto riguardo questo tipo di relazione:  ciò che è tossico, si sa, fa male, nuoce alla salute.

      La relaziona tossica, allo stesso modo,  fa male : almeno uno dei due “attori” della coppia infatti arriva a provare malessere, sofferenza e angoscia.

      La prima psicologa a parlare di relazione tossica fu Lillian Glass, la quale utilizzò queste due parole per riferirsi proprio a quelle relazioni caratterizzate dall’assenza di sostegno reciproco, rispetto e alleanza.

      A questo punto vi starete chiedendo “ ma come possiamo riconoscere una relazione di questo tipo”?

      Come riconoscere una relazione tossica?

      A tal proposito c’è da precisare il fatto che, spesso, proprio chi è coinvolto in una relazione di questo genere non riesce a rendersene conto.

      Questo significa che il più delle volte restiamo in una relazione che fa male e che continua a far male, ma che accettiamo in nome dell’amore che proviamo per l’altro.

      Se solo provassimo a porre attenzione ad alcuni segnali, ci renderemmo subito conto di vivere in un rapporto tossico e che non ha nulla a che vedere con l’amore.

      Ma di che segnali parliamo? Vediamoli qui di seguito.

      No autonomia: primo segnale

      Stare insieme ad un’altra persona non significa perdere la propria autonomia: bene, in  una relazione tossica questa, invece, viene a mancare.

      Il primo segnale che può aiutarci ariconoscere una relazione tossica riguarda proprio la perdita di autonomia. 

      All’inizio di un rapporto sicuramente è naturale ritrovarsi a  sperimentare questa mancanza, poiché si è proprio nella fase dell’innamoramento, quella che tutti conosciamo come “la fase delle farfalle nello stomaco”.

      Come ben sappiamo, però, superata questa fase, bisogna uscire  da questa forma di “isolamento”.

      Molte coppie invece continuano a vivere la loro relazione in questo modo, isolati dal mondo circostante e questo a lungo andare non può che avere delle forti ripercussioni sulla relazione stessa.

      Gli individui, inoltre, dovrebbero continuare a conservare la loro individualità, seppur in coppia, ovvero mantenere le proprie amicizie, i propri interessi e non privarsi di tutto questo.

      No equilibrio: ulteriore  segnale

      Una relazione tossica  è sicuramente una relazione in cui non vi è equilibrio tra le parti: cosa significa questo?

      Che siamo in presenza di un rapporto in cui un individuo tende a predominare sull’altro, impedendogli di esprimersi ed esprimere appunto la propria individualità.

      Questo può dunque portare a delle situazioni di dipendenza  e di manipolazione.

      Un rapporto sano, al contrario, è un rapporto dove i partner sono sullo stesso livello e non  c’è alcun tipo di dominazione o manipolazione.

      No interesse : altro segnale

      Una relazione tossica  è  una relazione priva di quel fuoco che invece caratterizza il rapporto sano e salutare.

      In coppia è naturale parlare, comunicare, dedicare all’altro parole dolci e soprattutto la propria presenza, anche tramite un messaggio, se si è fisicamente lontani.

      Essere in coppia significa anche questo, trasmettersi amore anche a livello comunicativo con un riscontro forte anche quando si è vicini.

      In una relazione tossica la comunicazione si basa invece  su offese, messaggi negativi e il tutto avviene sporadicamente, quando si trova il tempo o si è semplicemente annoiati.

      In una relazione di questo tipo non c’è dunque interesse e voglia di stare con l’altro, nemmeno quando si ha il proprio partner vicino.

      E’ più facile che in questa relazione il partner sia più interessato a giocare con il telefono invece che abbracciare la sua dolce metà.


      No sostegno e supporto: altro campanello d’allarme

      Quando si sta con una persona si desidera il suo bene: un partner che ama davvero l’altro spera nella sua crescita personale, sia a livello lavorativo che a livello di obiettivi e sogni da realizzare.

      Questo accade se si è in una relazione sana e salutare, d’altronde un rapporto sano promuove la crescita personale della coppia, ma anche dell’individuo.

      Si respira amore vero, interesse per gli obiettivi dell’altro che anche se non sono propri, hanno una grande  importanza.

      Nella relazione tossica invece spesso accade che uno dei due partner si senta quasi minacciato dagli interessi dell’altro.

      Se tra questi interessi non rientra anche lui, può arrivare a provare malessere e di conseguenza può arrivare a dettare leggi “su quello che l’altro può e non può  fare”.

       No responsabilità dei propri errori

      In una relazione sana gli individui, inoltre, riescono a prendersi le proprie responsabilità.

      Sicuramente si possono commettere degli errori, ma in un rapporto degno di essere chiamato tale si cerca di rimediare, partendo proprio dal presupposto che si è commesso un errore che magari, indirettamente, ha ferito l’altro.

      In una relazione tossica è raro che uno dei due partner riesca a pronunciare queste due parole “ ho sbagliato”.

      In un rapporto di questo tipo, insomma, non si ammettono i propri sbagli, anzi ogni scusa diventa buona per giustificare i propri comportamenti, anche se hanno recato un danno all’altro.

      No ascolto: segnale forte di relazione “tossica”

      Come tutti noi ben sappiamo le coppie litigano e possono litigare, anche in una relazione sana si litiga, anzi se una coppia non litiga significa che qualcosa non va,  poiché il litigio può far bene alla coppia, se gestito bene, però.

      Questo significa che non deve trasformarsi in una guerra dove uno dei due vince o deve vincere sull’altro.

      Un rapporto sano infatti si caratterizza per la presenza di due partner che seppur litigano, al contempo si sforzano per rimediare e arrivare ad un compromesso.

      Questo sicuramente presuppone ascolto e comprensione.

      In un rapporto tossico queste due cose mancano: in questi casi non esiste e non viene cercata una soluzione al conflitto, ma esiste solo la voglia di vincere sull’altro, poiché il partner è più interessato a far valere  le sue ragioni che a trovare una soluzione in due e per entrambi.

      Non c’è cooperazione e complicità, ma solo voglia di dominare.

      No compromessi a livello sessuale

      In tutto questo non va lasciata sullo sfondo la sfera sessuale.

      In un rapporto sano sicuramente i partner hanno esigenze diverse, anche se si parla di sesso, ma riescono comunque a venirsi incontro, accettando il punto di vista dell’altro e prendendolo in considerazione.

      In un certo senso viene preservato anche in questi casi un certo equilibrio.

      Nella relazione tossica invece no:  capita spesso che il partner arrivi ad    esigere sesso anche quando l’altro non può o non ne ha voglia.

      Non vengono rispettati i gusti sessuali del’altro, ma sono messi in primo piano solo i propri.

      Persona tossica nel rapporto di coppia

      Come si evince da quanto detto sin’ora, una relazione tossica è tale poiché caratterizzata almeno da una persona tossica che non riesce a comportarsi come una persona che appunto ama e lo sa fare.

      Le persone tossiche  sono infatti persone che mettono in atto comportamenti spiacevoli e che avvelenano la vita degli altri e che non riescono a gioire dei successi altrui.

      Sono solo capaci di creare zizzanie e sono incapaci di mettersi in discussione  e riconoscere i propri errori.

      L’unico modo che sentono di avere per esistere è quello che prevede la manipolazione e la violenza verbale a cui spesso segue anche quella fisica.

      Perché queste persone conoscono solo questo linguaggio? 

      Molto probabilmente perché è l’unico che conoscono, appunto, e che hanno conosciuto sin da piccoli nel loro contesto familiare e non.

      Parliamo di persone insicure che non riescono a empatizzare con l’altro, ma anzi hanno bisogno di dominare per sentirsi vivi e forti.

      Sperimentare una relazione tossica significa dunque legarsi ad una persona tossica che riverserà sul rapporto tutte le sue frustrazioni: cosa fare in questi casi? Come liberarsi di questo rapporto insano?

      Come liberarsi da una relazione tossica

      Come accennato all’inizio dell’articolo, spesso è difficile rendersi conto di vivere una relazione di questo tipo.

      Per questo è fondamentale riuscire a prenderne consapevolezza: se avete accanto una persona che adotta questi comportamenti e questi atteggiamenti, forse siete davvero in una relazione tossica e dovete liberarvene prima che vi porti a stare davvero male.

      A volte, in nome dell’amore che proviamo per l’altro, arriviamo a giustificare l’ingiustificabile e questo è il modo migliore per restare intrappolati in questa relazione.

      Spesso e volentieri cerchiamo di sopportare tutto, per paura di restare soli, di essere abbandonati, ma questo significa solo una cosa:  non ci stiamo prendendo cura di noi.

      Dunque prendete consapevolezza del circolo vizioso in cui siete immersi e provate ad uscirne, tenendo in considerazione il fatto che quello che state vivendo non è un rapporto sano e non vi porterà nulla di buono, se non tanto dolore.

      Come riuscirci?

      Provate a guardare in faccia le vostre paure, solo così potrete superarle e ritrovare il coraggio di rinascere.

      Chiedetevi se davvero se meritate di essere trattate così, ma soprattutto prendetevi le vostre responsabilità.

      Perché continuate a restare in un posto in cui non siete apprezzate e amate?

      Perché sopportate tutto? Perchè sperate che l’altro cambi? Perché credete che l’amore sia sinonimo di sofferenza?

      Insomma provate a mettere in discussione anche voi stessi, perché quando qualcuno ci tratta “male” e noi glielo permettiamo, una parta di responsabilità è anche nostra e va riconosciuta e analizzata.

      Credete di non riuscire a fare tutto da soli? Chiedete aiuto ad un’amica  o provate ad aiutarvi concentrandovi sulle vostre passioni, quelle che avete messo da parte in nome di quello che chiamavate amore e che invece era una relazione tossica.

      Cercate il positivo  e annaffiate la vostra autostima, riprendendovi la vostra  autonomia e il vostro amor proprio.

      Se non riuscite a fare tutto questo, rivolgetevi  ad un professionista grazie al quale potrete sicuramente intraprendere un percorso di crescita personale e di scoperta di voi stessi.

      Potrete affrontare il distacco da quella persona tossica grazie un percorso che vi aiuterà a valorizzare la vostra persona e le vostre qualità.

      Perché ce le avete, solo che avete smesso di guardarle, ma ci sono.

      Riflessioni conclusive: cosa abbiamo detto?

      Come abbiamo detto sin’ora vivere una relazione tossica significa perdere.

      Perdere la propria autonomia, il proprio amor proprio, le proprie passioni, i propri hobbies.

      Insomma perdere chi siamo.

      Per riuscire a riprenderci tutto questo è necessario trovare il coraggio di mettere un punto e uscire da questa relazione, anche con l’aiuto di un esperto.

      In questi casi è fondamentale sentirsi supportati e capiti: sicuramente al’inizio potrà essere dura, ma alla fine capirete che ne è davvero valsa la pena e sapete perché?

      Perché ritroverete voi stessi e finalmente potrete trovare l’amore, quello vero però.

      Quello che non priva, ma che dà: dà amore, supporto,comprensione non amarezza, sofferenza e dolore.

      L’amore non fa rima con queste parole e se nel vostro rapporto c’è tutto questo, allora fermatevi a riflettere.

      Dott.ssa Alessia Pullano
      Psicologa

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        Empatia: cos’è e perché aiuta ?

        Quante volte vi è capitato di vedere un film commovente e magari piangere insieme a chi, in prima persona, stava vivendo quel momento  particolare?

        Quante volte vi è capitato di dare una mano a quell’amica che ha chiesto il vostro aiuto e alla quale non avete saputo dire di no, perché vi siete calati nei suoi panni?

        Sarà capitato alla maggior parte di noi di sperimentare tutto questo, ma perché arriviamo a sentire quello che sente l’altro?

        Perché se l’altro sta male, stiamo male anche noi?

        Potete trovare tutte le risposte in un’unica e sola parola: empatia.

        Avrete sicuramente sentito parlare dell’empatia, ma forse non tutti sapete in cosa consista davvero e come possiamo svilupparla.

        Qui di seguito cercheremo di toccare proprio questi aspetti, proveremo a capire cosa si nasconde dietro il mondo dell’empatia, un mondo che vale la pena conoscere, per capire finalmente che non esiste un “io” senza un “noi”.

        L’empatia: che cos’è?

        Per molti di noi l’empatia è un vero e proprio superpotere, per altri un’esperienza bellissima da poter sperimentare.

        Ma cos’è davvero l’empatia?

        Iniziamo a definirla a partire dalla seguente definizione che credo ben rappresenti l’empatia e tutto quello che racchiude:

         “L’empatia è l’atto paradossale attraverso cui la realtà di un altro, di ciò che non siamo, non abbiamo ancora vissuto o che non vivremo mai e che ci sposta altrove, nell’ignoto, diventa elemento dell’esperienza più intima cioè quella del sentire insieme che produce ampliamento ed espansione verso ciò che è oltre, imprevisto”. Edith Stein

        In questa definizione compaiono parole come “esperienza più intima, “sentire insieme”.

        L’empatia profuma di tutto questo, proprio perché è quella capacità che ci consente di sentire l’altro,  attraverso un ascolto che va oltre le parole.

        Un ascolto che si nutre di gesti, espressioni e cose non dette a voce, ma con il corpo e il suo linguaggio.

        E’ proprio  grazie a quest’ascolto che possiamo metterci nei panni dell’altro e sintonizzarci con i suoi stati emotivi e cognitivi.

        D’altronde dietro il termine empatia ritroviamo proprio questo: en-phatos che significa sentire dentro.

        Va da sé che essere empatici significa riuscire ad interpretare quelle che sono le emozioni altrui e comprenderle, secondo la prospettiva altrui.

        E’ fondamentale in questo senso, ricordare, che bisogna tener conto della visione che ha l’altro, altrimenti non si parla più di empatia.

        Una psicologa, Norma Feshbach, a tal proposito ha messo in rilievo quelle che sono le componenti dell’empatia, ovvero la capacità di  decodificare gli stati emotivi altrui, la capacità di assumere la prospettiva altrui, ma soprattutto la capacità di rispondere alle emozioni altrui.

        A questo punto vi starete chiedendo: “perché?”

        Cosa c’è alla base dell’empatia?  Perché siamo in grado di sintonizzarci con l’altro?

        Continuiamo a leggere qui di seguito.

        I neuroni specchio e il loro ruolo

        Per rispondere agli interrogativi appena posti, dobbiamo  mettere innanzitutto in evidenza il fatto che occorre vagliare due prospettive: quella neurobiologica  e quella relazionale.

        Secondo la prima prospettiva, alla base dell’empatia vi è l’attivazione dei neuroni specchio: ne avete mai sentito parlare?

        Parliamo di specifici neuroni che si trovano all’interno del sistema motorio e che sembrano attivarsi  quando effettuiamo un’azione o mentre osserviamo l’altro agire un’azione, ma anche di fronte ad un’azione mimata, riuscendo ad anticipare gli atti successivi all’azione che si è osservata.

        Cuccio, Carapezza e Gallese, rispettivamente Dottore di ricerca in Filosofia del Linguaggio e della Mente,  Professore associato di Filosofia e teoria dei linguaggi e  Neuroscienziato cognitivo  e uno degli scopritori dei neuroni specchio, affermano come questo sia “un meccanismo di simulazione incarnata” grazie al quale riusciamo ad emozionarci empaticamente e a comprendere il vissuto emotivo dell’altro.

        Questo ci fa capire come siamo legati all’altro attraverso un legame viscerale: il sol guardare un volto disgustato o sofferente può determinare un’attivazione di questi neuroni e di conseguenza possiamo immedesimarci in modo spontaneo e calarci nei panni dell’altro.

        Tutto ciò è spiegato dal fatto che i neuroni specchio, in queste situazioni, inviano alle aree somato-sensoriali segnali simili a quelli che inviano quando questi sentimenti sono sperimentati da noi. 

        Questi segnali passano per l’insula ed è proprio qui che le emozioni dell’altro sono codificate e vissute come fossero le proprie.

        Insomma dietro una lacrima che scende sul nostro viso, alla visione di un film, c’è tutto questo, ma non solo questo.

        Se l’empatia comprendesse solo un meccanismo puramente fisiologico, saremmo tutti empatici e in grado di metterci nei panni dell’altro, ma la realtà è ben diversa.

        Non tutti siamo empatici e a questo sembra esserci una spiegazione.

        Come dicevamo prima, se si parla di empatia, bisogna prendere in considerazione anche una seconda prospettiva: quella relazionale.

        L’importanza delle relazioni primarie

        Se è vero che esiste un processo primitivo che ci permette di avere i nostri primissimi legami con l’altro, è anche vero che questo non basta per parlare di empatia vera e propria, poiché questa si sviluppa anche in base a quelle che sono le nostre relazioni primarie di attaccamento.

        La nostra capacità empatica, dunque, non possiede solo una base neurobiologica: come affermano, infatti,  le teorie dello sviluppo altrettanto innata è la nostra capacità di entrare in  relazione con la nostra figura di attaccamento, sin da subito ed è proprio dalla qualità di queste relazioni che dipende la nostra capacità empatica.

        Solo se la nostra figura di attaccamento è capace di prendersi cura di noi, di cogliere e accogliere il nostro mondo emotivo, può instaurarsi  un processo intersoggettivo ottimale che risulta essere la base dello sviluppo dell’empatia.

        In un certo senso, funziona proprio così: più le nostre figure di attaccamento sono in grado di prendersi cura di noi, più alta è la possibilità di sviluppare la nostra capacità empatica.

        Ora è chiaro perché alcuni individui sembrano non essere dotati di questa capacità?

        Proprio per le esperienze che hanno sperimentato nel proprio passato: se abbiamo avuto “il privilegio” di sperimentare esperienze di comprensione empatica con i nostri genitori, da “grandi” riusciremo ad essere empatici.

        Questo è ciò che si evince dalla teoria dell’attaccamento di Bowlby, il quale parla proprio dell’importanza del legame che si crea tra bambini e genitori.

        A cosa serve l’empatia

        Quanto detto sin’ora mette in luce una grande verità:  il legame che ci unisce agli altri è profondo e viscerale.

        Quando pensate di poter far a meno degli altri, ricordatevi di quanto detto sin’ora: l’empatia, d’altronde, ci insegna come la nostra capacità umana sia innata e appresa attraverso il rispecchiamento con l’Altro.

        Ma soprattutto ci ricorda che  non possiamo entrare in risonanza con l’altro, senza essere empatici.

        E’ proprio il nostro metterci nei panni degli altri che ci consente di entrare in contatto con il loro mondo. 

        Non ci può essere, dunque, socialità senza empatia.

        E’ grazie a questa “dote” che noi possiamo instaurare delle vere relazioni caratterizzate da autenticità e trasparenza: sentire da dentro quello che provano gli altri ci permette di capirli, capire i loro comportamenti e questo ci consente anche di poter dar vita ad una comunicazione efficace, fatta di fiducia e onestà.

        Tutto questo ci porta ad instaurare e vivere con gli altri in un clima di serenità, un clima costruttivo, ma soprattutto di condivisione:  grazie all’empatia inoltre possiamo, anche noi, esprimere meglio noi stessi, senza il bisogno di indossare una maschera per paura del giudizio altrui.

        Non per questo l’empatia risulta essere anche uno degli ingredienti fondamentali dell’intelligenza emotiva: Daniel Goleman, psicologo, scrittore e giornalista statunitense definisce l’ intelligenza emotiva come quella “capacità di riconoscere i nostri sentimenti e quelli degli altri, di motivare noi stessi e di gestire positivamente le nostre emozioni”.

        In un certo senso l’intelligenza emotiva ci permette di usare in maniera positiva le emozioni, affinchè stiamo bene noi che al contempo facciamo stare bene gli altri.  

        In questa visione l’empatia sembra basarsi  sull’autoconsapevolezza, poichè più siamo aperti verso le emozioni, più riusciamo ad essere abili nel saper leggere i sentimenti altrui.

        Come allenare la propria empatia

        A questo punto vi starete chiedendo: “ma l’empatia può essere allenata o no?”

        Come tutte le capacità degne di essere chiamate in questo modo, l’empatia può essere annaffiata. Come?

        Vediamo qualche consiglio utile a tal proposito.

        Partiamo da noi: primo passo fondamentale

        Sicuramente  la prima cosa da fare è cercare di  porre una certa attenzione al nostro mondo emotivo: in tal senso è fondamentale riuscire a comprendere le proprie emozioni altrimenti non possiamo pretendere di comprendere quelle altrui.

        Una volta analizzate e comprese, dobbiamo anche saperle gestire, però.

        Dobbiamo saper gestire anche il nostro modo di reagire e il nostro modo di comunicare all’altro i nostri sentimenti.

        Insomma tutto deve iniziare da noi: sicuramente non esiste un io senza un noi e lo abbiamo non solo detto, ma anche spiegato attraverso le due prospettive prese in esame.

        Ma in tutto questo non dobbiamo dimenticare che non esiste un noi senza un io.

        Dunque prima di comprendere gli altri, dobbiamo imparare a comprendere noi stessi, altrimenti l’empatia sarà e resterà solo una parola che non sperimenteremo mai davvero.

        Ascoltiamo attivamente l’altro

        Nel rapporto con gli altri è fondamentale cercare di ascoltarli davvero, attraverso un ascolto attivo, facendo dunque attenzione anche al linguaggio del corpo: un gesto, un’espressione possono dirci davvero tanto dell’altro.

        Secondo lo psicologo Carl Ramson Rogers, l’empatia è infatti quell’abilità che ci permette di stabilire un contatto emotivo con gli altri attraverso una comunicazione verbale, ma anche non verbale unito ad un atteggiamento di accettazione.

        In questo senso non solo dobbiamo imparare ad ascoltare l’altro, ma dobbiamo anche sospendere i nostri giudizi se vogliamo davvero comunicare, ma comunicare efficacemente.

        Impariamo a comunicare meglio

        A volte, senza rendercene conto, però, lo facciamo: giudichiamo l’altro ,ma in questo modo non facciamo altro che limitare la nostra visione del mondo e anche le nostre relazioni. 

        Quando  vi rivolgete a qualcuno, dunque, chiedetevi se le vostre sono parole giudicanti. 

        Vi avvicinano o vi allontanano dall’altro?

        Se non vi sentite vicino all’altro, potete imparare a fare le giuste domande: provate a chiedere quali siano i suoi interessi, i suoi obiettivi.  

        Questo esercizio vi consentirà di sviluppare la vostra empatia, proprio perché in questo modo vi darete la  possibilità di vedere la realtà secondo l’ottica dell’altro, senza però perdere di vista la vostra identità.

        E se qualcuno dovesse chiedervi un consiglio? Evitate di dire come dovrebbe comportarsi, secondo il vostro modo di vedere la realtà. Questo non significa essere empatici. 

        Anche in questo caso date all’altro ascolto e non consigli, lasciate che sia l’altro a trovare le sue soluzioni.

        Insomma sicuramente è importante ascoltare, ma altrettanto importante è scegliere con cura le parole da dire e da non dire.

        Per questo bisogna fare attenzione a non sottovalutare l’importanza della comunicazione.

        Abbandoniamo la nostra comfort zone

        Un ulteriore passo per poter annaffiare la nostra empatia?

        Uscire dalla nostra comfort zone: dobbiamo darci la possibilità di comunicare con più persone per conoscere altre realtà, poiché anche questo ci permette di fare nuove esperienze e questo a sua volta non può che aiutarci ad accrescere la nostra autoconsapevolezza e la nostra curiosità.

        Empatia, autoconsapevolezza e curiosità, insomma, vanno di pari passo.

        Riflessioni conclusive sull’empatia

        Se siete arrivati alla fine di questo articolo, avrete  sicuramente maturato  un’altra visione dell’empatia, una nuova visione che ci vede legati all’altro, in tutti i sensi.

        L’empatia, lo abbiamo visto, è l’ingrediente fondamentale per una buona comunicazione ed è proprio attraverso una comunicazione empatica che riusciamo a stabilire delle relazioni autentiche.

        Quando siete con l’altro, dunque, ricordate di portare con voi la vostra empatia: provate a focalizzare la vostra attenzione nel comprendere i suoi comportamenti e sentimenti.

        Siate presenti e ascoltate, non per rispondere, ma per comprendere davvero.

        Immaginate di essere quest’altra persona, come se quello che prova vi appartenesse da dentro.

        Questo significa empatizzare con l’altro: niente di più e niente di meno.

        Significa sfidare i propri pregiudizi, i propri preconcetti. Significa smettere di essere prigionieri dei propri stereotipi.

        Così facendo non farete altro che annaffiare questo bellissimo fiore che è l’empatia.

        Ed è proprio così che voglio concludere: definendo l’empatia un fiore : un fiore che può essere annaffiato in qualsiasi momento, anche iniziando ora.

        Dott.ssa Alessia Pullano
        Psicologa

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