Come superare un Amore non corrisposto ?

Quante  volte abbiamo pensato e detto frasi del tipo “ essere innamorati e innamorarsi è la cosa più bella che ci possa accadere”?

Sicuramente in questa frase c’è del vero, non possiamo certo negare la forza dell’amore, ma c’ è una cosa che non dobbiamo dimenticare: essere innamorati è stupendo se dall’altra parte c’è chi ci corrisponde.

Quando si ama a senso unico, la questione cambia e non di poco.

Amare chi non ci ama o  chi non ci ama più, può poter rappresentare un’esperienza difficile da accettare e superare.

Ma cosa si fa in questi casi? Quando vogliamo superare il dolore per un amore non corrisposto, da dove si inizia? O meglio da dove si ricomincia?

Cerchiamo di capirne di più qui di seguito.

L’amore non corrisposto: quando amiamo chi non ci ama

L’amore, lo sappiamo bene, è un sentimento che non conosce nè tempo e nè spazio: è quel sentimento che ci lega profondamente all’altro e che sicuramente presuppone la partecipazione di due anime che, in nome dell’amore che provano, decidono di camminare insieme, l’uno accanto all’altro.

 

 Eppure non è sempre così tutto facile e idiliaco, sapete?

 

L’amore non è sempre fonte di felicità: se dall’altra parte c’è chi non vuole intraprendere un cammino con noi o chi non ha più intenzione di farlo, come si può essere felici?

La tristezza, in questi casi, non può che essere dietro l’angolo, accompagnata anche da tanto dolore e da altrettanta frustrazione.

Sarà capitato a tutti noi, almeno una volta nella vita, di ritrovarci in una situazione di amore non corrisposto e, dunque, di amare senza essere ricambiati o di sentirci dire dal nostro partner “ non ti amo più”.

Vivere una condizione di questo tipo  non è sicuramente piacevole: come potrebbe essere altrimenti?

Non essere corrisposti fa nascere in noi una sensazione di rifiuto: è come se in un certo senso ci sentissimo rifiutati dall’altro.

E il rifiuto, lo sappiamo bene, può poter fare davvero tanto male, dal momento che può far sviluppare dentro noi un grande senso d’inadeguatezza oltre che un grande senso di colpa.

Non è insolita questa reazione: spesso chi non viene corrisposto arriva a pensare di essere sbagliato e quindi si sente quasi colpevole del fatto di non essere ricambiato, perché evidentemente non all’altezza dell’altro.

Tutto questo può far cadere la persona in questione in un circolo vizioso, fino a sviluppare una vera e propria ossessione o altri disturbi.

Avete presente la trama del capolavoro letterario di Johann W.Goethe “I dolori del giovane Werther”?

Qui si racconta proprio di un amore non corrisposto che ha portato la protagonista ad sviluppare una vera  e propria ossessione nei confronti dell’amato che non l’amava.

Un’ossessione che l’ha poi condotta ad un triste epilogo: il suicidio.

Anche la vita è piena di esempi di questo genere:  pensate, per esempio a chi viene lasciato dopo anni di matrimonio o  di fidanzamento, con la frase “ non sono più innamorato di te”.

Come può una frase di questo tipo non lasciare l’altro nello sconforto più totale?

Insomma amare chi non ci ama o chi non ci ama più è davvero un qualcosa di spiacevole che però deve essere affrontato, per essere superato.

A breve vedremo cosa si può fare a tal proposito.

Quando amare chi non ci ama diventa un rituale

Ma ora soffermiamoci su un aspetto in particolare:  alcune persone tendono a innamorarsi ripetutamente di chi non le ama.

E come se, in un certo senso, cadessero in un amore non corrisposto più e più volte. In questi casi sicuramente c’è da chiedersi “ è un caso”?

Certo che no.

In psicologia, vivere ripetutamente un amore non corrisposto significa aver potuto sperimentare delle mancanze d’affetto nella propria infanzia o adolescenza.

E’ come se in un certo senso avessimo già sperimentato un amore di questo tipo nel contesto familiare e lo agissimo anche successivamente, senza creare cosi una relazione vera.

In un certo senso, spesso, arriviamo ad essere attratti da chi non ci ama, perché in passato abbiamo vissuto in un contesto caratterizzato da una deprivazione affettiva, dove spesso non c’era nessuno che ci accoglieva a braccia aperte.

E questo diventa quasi un copione da riproporre anche in età adulta: rincorriamo proprio chi non ci aspetta a braccia aperte.

Molto sembra avere a che fare anche con la nostra autostima: chi incappa ripetutamente in queste situazioni ha una bassa autostima e tende ad accontentarsi delle briciole, come si suol dire.

Questo perché si ha la sensazione di valere poco e per questo ci si sente attratti da persone che in realtà non ci possono dare nulla e che quindi ci confermano l’idea che  noi stessi abbiamo di noi.

 Anche questo sembra aver a che fare con quello che abbiamo vissuto nella nostra infanzia, con le nostre figure di accadimento: la nostra capacità di considerarci come persone degne d’amore nasce proprio nel rapporto con l’altro, quando siamo piccoli e indifesi, e soprattutto in cerca di amore e cura e nient’altro.

Come superare un amore non corrisposto? Vediamolo insieme

Arrivati a questo punto, la domanda sorge spontanea: cosa bisogna fare in questi casi?

Come si può superare un amore non corrisposto ed evitare di ricadere ripetutamente in questi circoli viziosi?

Autostima, un fiore fondamentale: si parte da qui

Sicuramente bisogna partire da se stessi: annaffiare la propria autostima.  Bisogna arriva a riconoscere i propri bisogni, perché solo cosi possiamo soddisfarli.

Impariamo a fermarci e a chiederci: cosa voglio fare? Cosa mi piace fare? Cosa sono in grado di dare?

 Tutto questo non può che aiutarvi a riconoscere il vostro valore: lo stesso valore che tendete a mettere sempre in discussione, in modo ormai automatico e inconsapevole.

Rifiuto: riconsiderate il ruolo del rifiuto nella vostra vita

In tutto questo, bisogna sicuramente accettare il fatto che nella vita potrà capitare che qualcuno arrivi a non amarci o a non amarci più: questo non significa che noi non siamo degni d’amore.

Dunque in questi casi non bisogna vedere il rifiuto come la conferma del fatto che siamo persone indegne  e che non meritano di essere amati.

Tutti noi meritiamo di essere amati, nessuno escluso: paradossalmente chi crede di non poter essere amato, ha un grande bisogno di amore.

Se qualcuno vi ha rifiutato, quindi, non significa che sarete rifiutati a vita come non significa necessariamente che anche voi dovete smettere di amarvi.

I primi ad amarvi dovete essere proprio voi, altrimenti perché qualcun altro dovrebbe farlo?

Dimenticare: quando significa accettare e non evitare

Se a rifiutarci è una persona che fino a ieri diceva di amarci, sicuramente può essere più complicato rimettersi in carreggiata, ma non è impossibile riuscirci, sapete?

Tante persone sono  riuscite a rinascere e a ritrovarsi: solo dopo che ci si ritrova davvero, si ha la possibilità di incontrare il vero amore. Ma cosa bisogna fare per rimettersi in carreggiata?

In questi casi bisogna primariamente accettare il dolore, attraversarlo e non evitarlo.

Solo cosi darete la possibilità a voi stessi di elaborarlo e andare avanti.

Se qualcuno non ci ama più come un tempo, non significa che abbiamo sbagliato qualcosa o che siamo noi ad essere sbagliati.

Purtroppo l’amore nasce, ma può anche finire e se finisce, non significa che deve necessariamente finire anche la nostra vita e i nostri sogni.

E’ naturale sentirsi persi in un primo momento, ma dobbiamo prenderci cura di noi, se vogliamo  di riprendere in mano la nostra vita.

Un altro amore è magari proprio li che vi aspetta, ma prima occorre che vi fermiate un attimo e ricominciate a prendervi cura di voi.

Anche in questo caso parte tutto dalla nostra autostima: dobbiamo coccolarci, fare quello che più ci piace e impegnare la nostra mente con cose positive. Se nutriremo la nostra mente con pensieri e comportamenti positivi, non potranno che nascere ulteriori  idee e altrettanti pensieri positivi.

 Il segreto sta nell’iniziare a piantarne uno, un altre e poi un altro ancora.

Il valore del fallimento: cosa si  nasconde dietro?

E’ altresì fondamentale far riferimento ad un altro aspetto cruciale:  dovete evitare di pensare alla fine della vostra storia come ad un fallimento.

Dietro ogni fine si nasconde una lezione.

Chiedetevi cosa potete imparare da quello che vi state lasciando alle spalle. C’è qualcosa che potete portare con voi nel vostro presente e nel vostro futuro?

Fallire non significa “ dire a se stessi sono finito”, ma affermare  e ripetersi “ ho la possibilità di sperimentarmi in nuove cose, e in questo caso, in nuove relazioni, ma con nuove consapevolezze”.

Dunque se volete guarire davvero, accettate il vostro dolore, vivetelo, permettetevi di stare nel dolore e con il dolore, ma imparate quanto potete da esso.

 Solo così ne uscirete più forti e consapevoli.

Non rincorrete chi non vi ama

Se avete di fronte qualcuno che non vi ama, vi verrà quasi naturale cercare di rincorrerlo, non lo fate, però.

L’amore non si fa rincorrere, ma vi viene incontro a bracci aperte.

Se queste braccia sono chiuse, chiudete anche le vostre.

 Accettate che l’altro non provi il vostro stesso sentimento e andati avanti, a testa alta.

Non smettete mai di essere voi stessi per andare dietro a qualcuno che non lo merita e che non vi merita.

Cercate invece di capire cosa cercate davvero, lasciate andare via le illusioni o le false speranze, e imparatead amare ciò che vi circonda.

Tutto questo non vi aiuta ancora a riprendere in mano la vostra vita, i vostri sogni e la vostra serenità?

 Provate a mettere in pratica questi ulteriori accorgimenti che possono tornavi utili.

Ulteriori consigli da seguire

A volte, per riuscire a fare tutto quello che abbiamo detto fin’ora, bisogna aiutarsi con delle piccole strategie. Vediamole qui di seguito.

Eliminare il contatto con la persona della quale siete innamorati:

Sicuramente la frase “lontano dagli, lontano dal cuore” in questo caso ha il suo perché.

Vogliamo davvero dimenticare chi non corrisponde il nostro amore?

 Limitiamo i contatti con questa persona.

Quando parliamo di contatti, non ci riferiamo solo a quello fisico, ma anche  a quello virtuale.

Evitate, per esempio di controllare tutto quello che questa persona fa: se per esempio avete l’abitudine di controllare cosa scrive sui social o cosa pubblica, iniziate a smettere di farlo, gradualmente, poco a poco.

Se questa persona fa parte della vostra cerchia di amici,  riducete le uscite con loro e cercate di crearvi nuove conoscenze e amicizie. Tutto questo può essere d’aiuto al vostro processo di guarigione.

Aiuto professionale: quando chiedere aiuto ad un esperto

Quanto detto fin’ora non sembra funzionare? Non riuscite a dimenticare questa persona?

In tal caso potrebbe essere opportuno chiedere un aiuto terapeutico: provate a rivolgervi ad un esperto affinchè possa aiutarvi a superare le vostre resistenze e andare oltre tutto questo.

A volte abbiamo bisogno proprio di questo: dobbiamo saper andare oltre.

 Abbiamo bisogno di conoscerci meglio.

Abbiamo bisogno di vedere e percepire alcune cose in modo diverso.

Abbiamo insomma bisogno semplicemente di avere nuovi occhi.

Un professionista può aiutarci ad intraprendere questo viaggio dentro di noi:  un viaggio che può  aiutarci a scoprire che forse il peggior giudice di noi stessi siamo proprio  noi e che se, siamo noi i primi ad amarci, nient’altro può arrivare davvero a distruggerci.

Nemmeno un amore non corrisposto. Non vale forse la pena intraprendere questo viaggio?

Riflettendo insieme su quanto è emerso

Come abbiamo avuto modo di constatare fin’ora,  amare senza essere amati, per certi versi, significa anche poter incorrere in situazioni spiacevoli e in sentimenti non facilmente gestibili.

Il senso di colpa, la frustrazione, il non sentirsi all’altezza: una persona che sente di non essere corrisposta si sente rifiutata e abbandonata.

Se alla base di tutto questo c’è poi un’autostima labile,  questi sentimenti diventano ancora più difficili da gestire.

In questi casi farsi aiutare è un proprio dovere, oltre che un proprio diritto: chiedere aiuto può essere un grande segno di forza, soprattutto quando e se non riusciamo a ritrovare da soli la retta via.

E voi, volete finalmente riprendere in mano la vostra vita  e ritornare ad amare, ma questa volta amare davvero?

Dott.ssa Alessia Pullano
Psicologa

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    Quando i Genitori Litigano: gli effetti sui Figli

    In questo articolo metteremo in rilievo come e quanto possa far male ad un figlio vivere in un contesto familiare caratterizzato da continui litigi, tra mamma e papà.

    Sicuramente fa male alla propria autostima, alla propria serenità e in un certo senso al proprio futuro. Perché?

    Perché tutto questo può avere delle ripercussioni importanti, che vedremo qui di seguito.

    Continuate a leggere per saperne di più.

    Aria di litigi in casa: una guerra non indifferente

    Come la maggior parte di noi sa, fare il genitore è il compito più difficile da ricoprire. 

    Questa difficoltà la si può riscontrare a diversi livelli: un genitore, per esempio, può poter avere delle difficoltà per quanto riguarda la gestione dei conflitti coniugali che possono, quindi, arrivare a minare il clima sereno che dovrebbe albergare all’interno delle propria mura domestiche.

    Questo non significa che i genitori non possono litigare: qualche discussione tra marito e moglie ci può stare e infatti il problema sorge nel momento in cui questi litigi diventano frequenti e si trasformano in una vera guerra coniugale.

    Se tutto questo è poi agito in presenza dei propri figli, la situazione si compromette ulteriormente.

    I litigi, se abbiamo in casa dei bambini piccoli, possono arrivare ad incutere terrore e paura.

    Questo perché i bambini non hanno le giuste risorse cognitive per comprenderli o per comprendere cosa vi è alla base.

    Per i figli infatti sono i genitori quelli in grado di risolvere i problemi: vedere invece  litigare mamma e papà significa in un certo senso confrontarsi con una realtà che ancora non si comprende e che può far scaturire sentimenti di fragilità e insicurezza.

    Per quanto per alcuni genitori queste siano cose da niente e da sottovalutare, in realtà sono importanti e possono avere delle conseguenze sui figli e sul loro futuro.

    Insomma anche la violenza psicologica ha un peso, un grande peso: se ci pensiamo i nostri figli dovrebbero vivere la loro età e  la loro quotidianità in modo spensierato.

    Dovrebbero giocare e non aver tempo di pensare alle preoccupazioni e alle responsabilità dei grandi.

    Invece spesso sono vittime di recriminazioni, offese e veri e propri momenti di panico e di confusione. Perché?

    Perché  non hanno quella stabilità di cui invece avrebbero tanto bisogno: alla fine però si ritrovano ad assistere a film di guerra agiti proprio in casa, laddove dovrebbero invece essere e sentirsi protetti e amati.

    Il figlio che assiste ai litigi

    Insomma crescere in questo clima di rabbia e tensione sicuramente non è un bene, soprattutto per un figlio piccolo.

    Spesso capita di veder dei genitori così tanto presi dai propri problemi che dimenticano totalmente il benessere dei loro figli, un benessere che dipende primariamente dal modo in cui vengono cresciuti e dal clima di serenità che respirano o meno.

    Ovviamente, come dicevamo prima, un figlio piccolo arriva a risentirne di più:   i neonati, per esempio, non si rendono conto del litigio in sè, eppure assorbono la pesantezza che ruota intorno.

    Per quanto riguarda i bambini di 10 anni, possiamo sicuramente dire che pur non comprendendo la causa dei litigi, riescono comunque ad assorbire l’angoscia che si respira in casa che poi a lungo andare diventa anche la loro.

    A tal proposito va detta una cosa fondamentale: un bambino vittima di litigi violenti  a sua volta può anche essere vittima di disturbi seri, come l’ansia, attacchi di panico,  e fobie, come vedremo a breve.

    La cosa si complica ulteriormente nella fase dell’adolescenza, una fase questa già di per sé delicata e complicata.

    Tutto questo cosa può comportare nell’immediato?

    Le reazioni dei figli ai conflitti coniugali

    Come può reagire un figlio di fronte ai continui litigi dei propri genitori?

    Diciamo che le reazioni possono essere visibili e individuabili a diversi livelli.

    A livello scolastico, per esempio, un figlio vittima di continui litigi può arrivare ad assumere dei comportamenti aggressivi con i propri compagni o anche nei confronti delle maestre.. Inoltre può arrivare a  mettere in atto dei veri e propri atti di vandalismo o assumere addirittura droghe o alcol.

    Spesso un figlio si comporta in questo modo per richiamare l’attenzione dei propri genitori:  quei genitori, che evidentemente, sono troppo occupati a litigare e a dirsene di ogni.

    Altre volte ci si comporta in questo modo per innescare dei sensi di colpa in quei genitori che sembrano non essere attenti ai propri bisogni.

    Spesso alcuni figli si sentono addirittura in colpa loro, perché  ritengono di essere responsabili di questi litigi: è come se si ritenessero  responsabili del benessere dei loro genitori e il fatto di non riuscire a risolvere questi conflitti a posto loro, a volte li porta a intraprendere strade sbagliate.

    A questi scenari litigiosi un figlio può poter reagire anche in altri modi, però:  alcuni figli per esempio, pur di non essere d’intralcio e un ulteriore problema per i loro genitori, fanno finta che tutto vada bene. 

    S’impegnano a scuola, nei loro hobbies, recitando quasi il ruolo “del figlio felice”.

    Questi comportamenti permettono loro di sentirsi amati e accettati, eppure in realtà tutto questo, a volte, porta i genitori stessi a pensare che loro non abbiano bisogno di nulla.

    Nel tempo,però, tutto questo può portare a dei danni importanti. Che intendiamo dire?

    Le conseguenze sui figli a lungo termine

    Un figlio che cresce con genitori litigiosi, in che conseguenze può incorrere?

    Vediamolo qui di seguito, area per area.

    • Area personale: chi cresce in un clima come questo, caratterizzato dall’assenza di attenzioni e dalla presenza costante di litigi, non può che accumulare nel tempo rabbia, frustrazione, malessere, angoscia e una bassa autostima che non permette al soggetto di relazionarsi agli altri in modo sano.
    • Area relazionale: per quanto riguarda la questione “ conflitti”, molto dipende anche dal tipo di carattere che si è sviluppato e che sicuramente dipende anche da altri fattori. Un carattere più chiuso, per esempio, tenderà ad evitarli, fino a subire pur di evitare litigi  e discussioni accese.

    Chi invece ha un carattere più aggressivo tenderà ad imporsi, senza considerare gli altri e quello che pensano.

    In un certo  senso metterà in atto quello che ha appreso in casa.

    • Area sentimentale: in coppia, una persona che ha subito questo, avrà più difficoltà a fidarsi e  a credere di poter creare una famiglia felice. Di conseguenza incapperà più facilmente in persone problematiche con le quali rivivere quello che già si conosce. A volte dietro questo si nasconde un’idea ben precisa:  “se sono cresciuto con genitori infelici, perché mai dovrei essere felice io? “
    • Area genitoriale: un figlio cresciuto in un clima di litigi, da genitore, tenderà a replicare gli stessi errori dei genitori o  a prendere le distanze dal modello di genitori che si è sperimentato in prima persona
    • Area mentale: sicuramente l’essere stati esposti a questi scenari, può avere delle ripercussioni anche sul proprio stato di salute mentale, fino a sviluppare  disturbi ossessivi, ansia, depressione, dipendenza da sostanze, disturbi della personalità, soprattutto se i genitori hanno utilizzato nei confronti del loro figlio frasi del tipo “se stiamo insieme, è solo per te”.

    Un figlio che si sente dire questo  recepisce un messaggio ben preciso: “ se litighiamo è per colpa tua”.

    Con questi presupposti il senso di colpa non può che essere dietro l’angolo.

    A tal proposito riportiamo i risultati di alcuni studi chedimostrano come  il litigare davanti ai figli  aumenti nei figli il rischio di sviluppare disequilibri mentali.

    I problemi negli adulti del domani: il frutto di quello che si è vissuto

    Insomma, quanto abbiamo riportato sicuramente mette in rilievo una cosa molto importante: crescere in una famiglia che litiga, discute e lo fa in modo poco sano e poco attento, significa anche potersi ritrovare in età adulta ad avere dei comportamenti ben precisi.

    I bambini di oggi che assistono a queste guerre coniugali saranno molto probabilmente adulti chiusi in loro stessi, che non si permetteranno di star male, di mostrare le loro debolezze, perché hanno imparato che in realtà i grandi sono più piccoli dei veri piccoli.

    Molto probabilmente saranno genitori altrettanto incuranti dei loro figli o invece si prenderanno cura di ogni minimo aspetto, pur di non far rivivere a loro quello che hanno vissuto loro, sulla propria pelle.

    Potranno essere adulti depressi, insicuri e che non riusciranno a fare nemmeno la metà di quello che invece avrebbero voluto.

    Questo perché non hanno avuto le basi giuste per poter crescere in modo sano e dei genitori in grado di assicurar loro queste basi.

    Ovviamente a tal proposito bisogna fare una precisazione: un genitore che non arriva a rendersi conto di questo, ovvero della gravità dei suoi comportamenti litigiosi e delle conseguenze che questi possono avere, non è un genitore che deve essere “classificato” come cattivo.

    Molto probabilmente anche i nostri genitori hanno a loro volta conosciuto questi scenari e li hanno semplicemente riproposti nella loro nuova famiglia.

    Questo non significa che dobbiamo giustificare questi comportamenti, ma quantomeno dobbiamo cercare di capire cosa si nasconde dietro.

    Spesso anche i nostri genitori hanno dentro delle ferite mai guarite che finiscono per influenzare il loro stesso ruolo genitoriale e indirettamente, il benessere dei loro figli.

    Come affrontare il bambino indifeso che abbiamo dentro?

    Arrivati a questo punto vi starete chiedendo se si può uscire da tutto questo.

    Sicuramente la risposta è si: ognuno di noi può decidere di far  i conti con il proprio passato e con la propria rabbia, per riscoprire anche il bello che non si è potuto apprezzare quando era il momento, ma che esiste e va ricordato.

    Si, perché a volte le esperienze positive vissute anche in famiglia vengono quasi cancellate, o meglio, sommerse da quelle negative, ma ci sono e meritano di essere messe in rilievo, tanto quanto quelle negative.

    In questo modo  si può davvero ricostruire il proprio presente, a partire dal proprio passato e da quello che si è vissuto.

     A partire dal prenderci cura di quel bambino che abbiamo dentro, che è indifeso e spaventato e che ha solo bisogno e voglia di essere preso per mano, per diventar finalmente un adulto, nella mente e nell’anima, oltre che nel corpo.

    Per fare questo possiamo intraprendere un percorso terapeutico che ci aiuti ad affrontare il nostro dolore: se siamo in coppia e i problemi si ripercuotono anche sulla coppia, possiamo anche decidere di intraprendere una terapia di coppia.

    Se siamo genitori e nostro figlio presenta comportamenti inadeguati, possiamo intraprendere una terapia familiare.

    Insomma in tutti questi casi possiamo prendere in considerazione l’idea di farci aiutare.

    Consigli per gestire un conflitto coniugale

    A questo punto è doveroso dare dei consigli utili, affinchè da genitori sappiate ben gestire i litigi con il vostro compagno: come abbiamo detto il litigio ci sta, fa parte della vita di tutti noi, è il modo in cui che viene gestito che fa la differenza.

    Come comportarsi dunque?

    • Sicuramente potrebbe essere opportuno, durante la discussione, provare a moderare i toni: questo significa anche evitare di offendere l’altro, con parole o insulti
    • Bisogna evitar che i figli siano spettatori dei vostri litigi e se proprio non è possibile, cercate di non farvi travolgere dalle vostre stesse emozioni e confrontatevi  in maniera civile. Questo non può che fungere da modello per vostro figlio, qualora si ritrovi a discutere con un suo pari, per esempio.
    • Evitate di portare vostro figlio dalla vostra parte: questo in automatico lo porterebbe contro l’altro genitore e non è giusto mettere i propri figli nella posizione di dover scegliere con quale genitore schierarsi. Questo potrebbe innescare in loro dei sensi di colpa.
    • Avete litigato in presenza dei vostri figli? E’importante che anche davanti a loro ristabiliate la pace, per far capire che è naturale avere una divergenza, l’importante è arrivare ad un chiarimento, perché è possibile farlo, dal momento che mamma e papà sono due adulti e si amano.
    • Se avete già alzato i toni e i vostri figli erano proprio lì, non sminuite l’accaduto: riconoscete l’errore e tranquillizzate i vostri figli sul fatto che non accadrà più e che a volte capita agli adulti di esagerare, l’importante è rendersene conto per non ricadere più in certe dinamiche.

    Riflessioni conclusive: cosa è emerso fin’ora?

    Come abbiamo avuto modo di constatare fin’ora,  vivere l’infanzia  o l’adolescenza con genitori che litigano sempre, dalla mattina alla sera, significa  poter avere anche una ferita dentro che se non curata tornerà a farsi sentire anche in età adulta, in varie aree. In quella personale, in quella sentimentale, in quella relazionale e in quella mentale.

    Ciò che conta per un figlio sono sicuramente l’affetto, la serenità, l’amore, le attenzioni.

    Quando i genitori litigano e lo fanno costantemente, buttandosi addosso rabbia e tanto altro, non riescono a fornire nulla di tutto questo, lasciando i propri figli sullo sfondo.

    Ed è questa la sensazione che si prova anche da adulti: spesso ci si sente sullo sfondo e  non al centro della propria vita.

    Se da piccoli non siamo in grado di gestire tutto questo, da grandi abbiamo le risorse e il dovere di farlo: lo dobbiamo non solo a noi, ma anche al bambino o alla bambina che è dentro di noi e che chiede solo di essere felice.

    Un bambino che merita di essere amato e coccolato e non di essere lasciato ancora una volta lì, nello sfondo, dimenticato.

    E voi volete finalmente prendervi cura del bambino o della bambina che è dentro di voi?

    Dott.ssa Alessia Pullano
    Psicologa

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      Come Vivere Bene la Solitudine

      Se sei triste quando sei da solo, probabilmente sei in cattiva compagnia

      Jean-Paul Sartre

      La parola “solitudine” sembra spaventare o incutere paura, soprattutto nel periodo che stiamo vivendo attualmente.

      Il termine solitudine, oggi più che mai, viene infatti associato a quello di isolamento e abbandono: come potrebbe essere altrimenti? Oggi stiamo vivendo una pandemia che ci sta privando di tutto ciò che ci rende umani.

      L’abbraccio, i baci, le carezze, il contatto fisico. E’ naturale sentirsi soli e sperduti.

      Eppure  se solo guardassimo il bicchiere mezzo pieno, ci renderemmo conto che qualcosa in tutto questo può essere salvato.

       Se ci fermassimo un attimo a riflettere, ci renderemmo conto che la solitudine nasconde ben altre cose: non solo è un sentimento del tutto naturale e funzionale, ma  se vissuto bene può davvero portare i suoi frutti.

      Qui di seguito cercheremo di mettere in evidenza proprio questa forma solitudine: una solitudine che non necessariamente fa male e che sicuramente nasconde delle virtù che vale la pena conoscere.

      Prima però chiediamoci: cos’è la solitudine? Per scoprirlo inizieremo a dire cosa non è la solitudine.

      Continuate a leggere per riscoprire il valore di questo grande, grandissimo valore.

      Che cosa non è la solitudine: scopriamolo insieme

      Come ben sappiamo l’uomo non è nato per restare solo:  pensiamo ai primi ominidi che si sono evoluti vivendo in branco. Questo ci fa capire come noi uomini viviamo con e attraverso le nostre relazioni.

      Il contatto con gli altri è qualcosa di innato se ci pensiamo: basti pensare a quando nasciamo.

      Senza le cure di nostra madre, come possiamo anche solo pensare di vivere  e sopravvivere? Sarebbe impossibile farlo. Il legame con l’altro è dunque viscerale.

      Qualcuno, a questo punto, potrebbe pensare e dire che noi non siamo fatti per la solitudine.

      Come possiamo sentirci davvero vivi senza le nostre interazioni?   Eppure spesso non ci sentiamo soli anche in mezzo alla folla o altre diecimila persone? A volte capita di sentirsi bene anche se si è soli a riflettere sulla propria vita, sulle proprie relazioni.

      Insomma la solitudine non è sicuramente sinonimo di  “assenza di compagnia.”

      Per alcuni, però, significa proprio questo: per alcuni viver la solitudine significa percepirsi fuori da qualcosa, sentirsi incompresi, soli, perduti, spaesati.

      Per altri la solitudine sta per “star da soli” : pianificare le proprie giornate in santa pace, senza ascoltare nessuno.

      Vista in questi termini, la solitudine  acquista sicuramente un valore diverso da quello reale.

      Nel primo caso è sinonimo di esclusione, nell’altro di “ un voler star soli”, come a non voler avere nessuno accanto.

      La solitudine, però, vi svelo un segreto: non è né l’una e nell’altra cosa.

      La solitudine: ma che cos’è?

      Cos’è davvero, allora, la solitudine?

      La solitudine è uno stato d’animo, sicuramente non negativo, che può aiutarci a riflettere meglio su  determinate questioni, esigenze, in particolari momenti della nostra vita.

      Possiamo sperimentare, infatti, la solitudine in determinate fasce d’età:

      – Adolescenza

      – A 30 anni

      – A 50 anni

      – A 80 anni

      Come si evince da quanto affermato, la solitudine può venire a farci visita durante le nostre fasi si crescita, o meglio durante quelle tappe evolutive  grazie e all’ interno delle quali riusciamo a consolidare le nostre certezze.

      Tra queste tappe abbiamo sicuramente quella dell’adolescenza, una fase questa fondamentale, delicata che porta con sé molti cambiamenti sia a livello fisico che psicologico e sociale.

      Non da meno è la fase della prima giovinezza o quella della mezza età o ancora quella della vecchiaia, che sicuramente porta con sé la necessità di consolidare ed accettare determinati cambiamenti.

      Insomma la solitudine come la stiamo intendendo noi, è tutt’altro che negativa. Anzi, è uno spazio che possiamo e dobbiamo concederci per avanzare nella nostra crescita e non ha necessariamente a che a vedere  con l’abbandono, la tristezza.

      Questi, semmai, sono sentimenti che generalmente sperimenta chi ha paura di rimanere da solo, perché probabilmente ha bisogno di appoggiarsi a qualcuno per restare in piedi.

      Come abbiamo accennato, però, tutto questo ha a che vedere con “il sentirsi soli” che è un’altra cosa e non ha a che fare con la solitudine, considerata secondo un’ottica di crescita e cambiamento.

      Le virtù della solitudine

      La solitudine dunque non è una nemica da evitare, ma da accogliere.

      Noi possiamo scegliere infatti di vivere la solitudine senza essere davvero soli: questo perché la solitudine è uno stato d’animo, un impegno positivo che prendiamo con noi stessi e che possiamo scegliere di utilizzare per riflettere e crescere a livello interiore.

      Noi possiamo leggere bene il nostro mondo interiore quando sperimentiamo la solitudine, quando ci guardiamo davvero dentro. La  solitudine,  in questo senso, ci permette di concentrarci su quelli che sono i nostri interessi, ci permette di conoscere il nostro vero io.

      Spesso in “mezzo alla folla” non riusciamo a capire tutto questo o comunque non fino in fondo.

      Vivere la solitudine è un’opportunità che possiamo decidere di cogliere per fare delle scelte migliori per noi e per la nostra vita e questo non significa necessariamente rimanere da soli.

      Quando la solitudine diventa una trappola?

      Come avrete dunque notato, fin’ora abbiamo cercato di mettere in rilievo il lato positivo della solitudine.

      Nella vita può capitare di dover vivere dei momenti in cui si è soli, perché magari lontani dai propri cari, proprio come sta avvenendo ora, in piena pandemia.

      Ma questo non significa necessariamente che dobbiamo chiuderci in noi stessi e abbandonarci a sentimenti di tristezza.

      Possiamo cogliere il bello della solitudine anche in queste circostanze dove siamo fisicamente soli, ma moralmente siamo in compagnia di noi stessi.

      Questo è ciò che va salvato della solitudine: una solitudine intesa come atteggiamento e come fonte di cambiamento.

      Una solitudine che dobbiamo cogliere e accogliere.

      Anche se per molti essere in solitudine significa sentirsi fuori dal coro, percepirsi esclusi, sentirsi abbandonati, tristi, depressi, bisogna andare oltre, perché  è proprio questa lettura della solitudine a farvi cadere in trappola.

      Molti , per esempio, per il timore di poter restare soli e quindi per il timore di non poter avere qualcuno accanto, arrivano a commettere errori su errori, circondandosi di persone insane, nocive, instaurando così relazioni altrettanto insane e addirittura tossiche.

      Non è proprio questo a farvi sentire soli alla fine?

      Avere qualcuno accanto che ci fa del male: non è  forse questo il miglior modo per condannarci a sentirci completamente perduti?

      Forse dovremmo iniziare a fare un po’ di chiarezza e capire che la solitudine non è come l’abbiamo sempre immaginata.

      La solitudine non presuppone necessariamente lo star da soli.

      Quindi in nome della lotta contro la solitudine, non accettiamo relazioni di convenienza, non accettiamo  di vivere in una situazione di precarietà.

      Perché non c’è motivo o ragione valida che giustifichi  una lotta contro la solitudine.

      Non si combatte la solitudine, non si sconfigge la solitudine.

      Possiamo scegliere però di combattere e sconfiggere l’idea che abbiamo della solitudine: solo in questo modo diventerà nostra alleata e non più una nemica da allontanare.

      Come vivere la solitudine?

      A questo punto è arrivato il momento di chiederci e capire come possiamo fare per vivere bene la solitudine: avete letto bene.

      Non dobbiamo cercare di capire cosa occorre fare per sconfiggere la solitudine, ma  cosa è opportuno fare per viverla al meglio, perché la solitudine va accolta e poi vissuta.

      Questo è sicuramente il presupposto giusto da cui partire per rispondere al nostro interrogativo.

      Ovviamente bisogna riflettere anche su altri aspetti.  Vediamoli insieme qui di seguito.

      • Innanzitutto è fondamentale capire e successivamente fare propria la concezione di solitudine  come valore aggiunto e non privazione.

      Dunque spogliate la solitudine dei pregiudizi che le avete sempre associato: la solitudine non è mancanza, distacco, privazione, depressione, isolamento, tristezza. La solitudine è impegno, libertà, consapevolezza, perdono.

      Noi attraverso la solitudine possiamo ritrovarci, perdonarci, amarci e finalmente liberarci di tutto ciò che ci allontana da noi stessi. La solitudine in questo senso è anche vicinanza e non paura.

      • Sentite di avere paura della solitudine? Chiedetevi davvero cos’è che vi fa paura della solitudine. Forse le state dando un significato del tutto errato.

      Se per voi essere in solitudine significa restare soli e sentirsi abbandonati, è naturale averne paura, non credete?

      Provate dunque ad andare oltre questa concezione  negativa e pensate che la solitudine invece è uno stato d’animo che può regalarvi tanto.

      A volte dobbiamo solo darci l’opportunità di vedere o meglio di ri-considerare altri significati, altri mo-n-di di vedere le cose.

      • Sicuramente la paura dell’abbandono che sentite e avvertite come vostra non va certamente trascurata: è proprio nella solitudine che potete cercare di capire cosa nasconde.

      Perché avete così paura dell’abbandono? Cosa vi fa paura  dell’abbandono? Cosa significa per voi essere abbandonati? Insomma le vostre risposte le potrete trovare proprio riflettendo su voi stessi con voi stessi.

      • Non riuscite a fare questo salto di qualità? Non riuscite a restare con voi stessi e a darvi le giuste risposte? Bene, chiedetevi perché non ci riuscite.  Cosa vi blocca?  Avete paura di restare con voi stessi  o semplicemente avete paura del cambiamento?

      Avete paura di rimanere soli o semplicemente avete paura di osare?

      Insomma riflettete su questi aspetti. Spesso dietro una paura, si nascondono ben altre paure che per essere superate  devono essere prima riconosciute.

      • Le vostre paure sono associate al fatto che avete una bassa autostima? Vi siete resi conto che non avete un’alta considerazione della vostra persona? Siete arrivati alla conclusione che non siete in grado di fare nulla di quanto detto sin’ora, perché non credete in voi stessi?

       Bene è arrivato il momento di ricordare a voi stessi quanto invece vi sbagliate. Come riuscirci? Provate ad elencare i vostri successi su di un diario personale:  sicuramente qualcosa di buono siete riusciti a farlo nella vostra vita e magari lo avete fatto proprio grazie all’ascolto di voi stessi. Quell’ascolto che solo la solitudine ci può dare.

      A volte per riconoscere il valore di qualcosa, dobbiamo prima riconoscere il valore di noi stessi: perché non farlo ricordando proprio quello che abbiamo già raggiunto?

      • Ovviamente  per lavorare sulla propria autostima bisogna anche dover fare altro: riconoscere innanzitutto il valore dell’autostima e il ruolo che ricopre nella nostra vita.

      Solo allora riusciremo ad annaffiare questo fiore: come si innaffia l’autostima?

       Dando priorità ai nostri bisogni, concedendoci dei piccoli piaceri,  smettendo di paragonarci agli altri,  coltivando le nostre passioni, buttandoci in nuove esperienze, riscoprendo i valori più nascosti, riscoprendo  le nostre qualità  e circondandoci di persone positive e che ci amano davvero, ma soprattutto smettendo di guardare al fallimento come ad un arresto, ma  come un’opportunità per imparare.

      • Per fare tutto questo dobbiamo focalizzarci sul nostro qui e ora: non è forse questa l’unica certezza che abbiamo davvero?  Non dobbiamo preoccuparci ed occuparci del nostro passato o di quello che succederà in futuro. 

       Noi siamo nel nostro presente e il nostro presente chiede solamente di essere vissuto. Che stiamo aspettando?

      Questo potrebbe essere il nostro vero fallimento: il lasciar scivolare via la nostra vita, senza muovere un dito.

      Riflettendo insieme: cosa abbiamo imparato?

      Insomma come abbiamo detto sin’ora, la solitudine presuppone sicuramente un salto di qualità.

      Un salto che ci faccia finalmente comprendere  che la solitudine non è sinonimo di isolamento o abbandono

      Anzi, la solitudine è l’esatto opposto: è  sinonimo di libertà, introspezione, amore per se stessi.

      Ma solo chi riesce a sconfiggere le proprie paure può riuscire a guardare oltre e considerare la solitudine secondo quest’ottica.

      In un certo senso occorre  fare un grande lavoro su se stessi, sulla propria autostima, altrimenti il rapporto con la solitudine sarà sempre conflittuale e noi continueremo a dare la colpa alla solitudine, senza capire che alla base di tutto ci siamo sempre noi e le nostre paure.

      Essere soli può essere sicuramente frustrante per qualcuno, ma chi l’ha detto che vivere la propria solitudine significhi essere soli?

      Possiamo vivere la nostra solitudine senza necessariamente allontanare chi amiamo.

      Insomma una cosa non esclude sicuramente l’altra.

      Prima riuscirete a capire questo, prima riuscirete a godere pienamente del valore della solitudine che è grande e unico.

      Perché vivere la solitudine è una cosa, sentirsi soli è un’altra.

      Dott.ssa Alessia Pullano
      Psicologa

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        La Terapia psicologica Online è Efficace ?

        Oggi giorno tutto intorno a noi è diventato super-tecnologico, anche il nostro modo di rapportarci all’altro, il nostro modo di chiedere aiuto ad un professionista.

        Sono tanti infatti i professionisti che lavorano con le terapie online, che, appunto, avvengono  attraverso internet e un computer .

        Il fatto che lavorino così tanto ci dà sicuramente un’altra informazione importante:  c’è tanta richiesta alla base, tanta richiesta di aiuto da parte di persone che per ragioni varie scelgono la terapia online.

        Cosa sappiamo della terapia online e della sua efficacia? Continuiamo a leggere per saperne d più.

        L’importanza di un supporto psicologico

        Il supporto psicologico è fondamentale, soprattutto in questo periodo di pandemia, in cui siamo sottoposti a tanto stress psicologico e siamo chiamati ad affrontare situazioni nuove, che fino a qualche anno fa non avremmo minimamente immaginato di affrontare.

        Non stupiamoci dunque se la maggior parte di noi oggi si rivolge ad un professionista per riuscire a gestire tutto questo o anche solo per ritrovare una vicinanza, anche se virtuale, che oggi ci è negata.

        In alcune zone che oggi sono definite rosse (ma non solo), recarsi in uno studio può essere recepito quasi come un rischio e  alcuni, spesso, evitano di intraprendere un percorso professionale proprio per questo.

        Eppure, oggi il 30% delle terapie in Europa viene fatto a distanza, sapete?

        Insomma nulla è perduto: possiamo ricevere il supporto di cui abbiamo tanto bisogno ricercando il nostro professionista online.

        Possiamo intraprendere dunque una terapia online: ma come avviene questa? E’ davvero efficace come una terapia tradizionale che prevede un incontro offline e non solo virtuale?

        Cerchiamo di rispondere qui di seguito alle nostre domande, mettendo in evidenza i vari dubbi che ruotano o possono ruotare intorno a questa questione.

        Terapia online : come avviene?

        Come accennato poco fa la terapia online è una forma di terapia che appunto avviene grazie al fatto che sono connessi ad internet due dispositivi: se da una parte abbiamo il paziente, dall’altro abbiamo il terapeuta.

        La terapia online può sicuramente prevedere diverse forme: vediamole qui di seguito.

        • Video-therapy: questa forma prevede l’incontro del terapeuta  e del cliente attraverso una webcam, con l’ausilio di un microfono, degli altoparlanti o degli auricolari.

        In un certo senso attraverso una videochiamata cliente e terapeuta possono incontrarsi, parlare e dare via al percorso professionale.

        Spesso questa avviene su un programma apposito: il più utilizzato sembra essere Skype, ma possono essere usati anche altri programmi.

        Qualcuno si starà chiedendo:  “ma concretamente come avviene una terapia su skype?”

        In realtà il tutto prende vita attraverso dei semplici passi: si prende un appuntamento, ci si incontra su skype il giorno prestabilito e si inizia così la terapia.

        Dunque è importante aver scaricato precedentemente il programma e comunicare il proprio contatto all’altro.

        • Chat-therapy: la terapia può avvenire anche attraverso questa forma, dove il paziente e il terapeuta comunicano via chat, scrivendosi. A tal proposito possono essere utilizzati Whatsapp o altri sistemi che assicurano la privacy, innanzitutto.

        In questa forma di terapia è dunque utilizzato il testo: non si comunica con l’altro attraverso la voce o il video e il tutto avviene “in diretta”, quindi entrambi gli “attori dello scambio” sono nello stesso momento davanti allo schermo.

        E’ importante sottolineare a tal proposito che questa forma di terapia prevede delle regole ben precise, dunque non si può improvvisare.

        • Email therapy: un’altra forma di terapia è sicuramente quella che prevede la comunicazione tramite e-mail. In questo specifico caso la comunicazione avviene a turni, dunque a differenza della precedente, non è in diretta e questo significa che tra una risposta e l’altra possono passare anche diversi minuti e addirittura giorni.

        Su tutto questo ovviamente ci deve essere un accordo già stabilito in precedenza, inoltre sia paziente che terapeuta devono avere la propria casella di posta elettronica.

        Alcuni di voi ora si staranno chiedendo: “ma la terapia online è davvero efficace?”

        La sua efficacia può essere paragonata a quella che si ottiene grazie ad una terapia tradizionale, che come ben sappiamo , avviene vis-a- vis?

        L’efficacia della terapia online: vari dubbi

        Quelli individuati poc’anzi sono sicuramente alcuni dei dubbi che ora vi staranno rimbalzando in testa.

        Dubbi questi sicuramente legittimi, a cui cercheremo di dare la giusta chiarezza, attraverso informazioni corrette e fedeli alla realtà.

        Forse il dubbio più grande riguarda proprio il fatto che attraverso una terapia online ci possiamo perdere gran parte del linguaggio e del comportamento non verbale dell’altro.

        Se pensiamo alla video-therapy questo non è propriamente esatto: attraverso una videochiamata infatti non ci perdiamo il volto dell’altro o la voce dell’altro  ancora  il tono della voce dell’altro.

        Attraverso tutti questi aspetti possiamo recepire e percepire le emozioni che la persona dall’altra parte prova, veicolate anche dal modo in cui si relaziona a noi.

        Dunque sotto questo punto di vista la terapia online è efficace tanto quanto quella tradizionale.

        Qualcuno potrà pensare ancora: “ma tramite una videochiamata vedo solo la parte superiore del corpo di una persona e il resto?”

        Se ci pensiamo però anche in studio avviene questo, dal momento che solitamente tra uno psicologo e il paziente c’è una scrivania.

        Ora focalizziamoci su altri aspetti che invece potrebbero esser considerati come limitanti se si parla di terapia online: pensiamo alla luce che spesso non è proprio “ideale” o alla connessione che a volte va lenta e fa i capricci, rendendo anche l’immagine  non proprio nitida e ben visibile.

        Tutti questi “imprevisti”, alcuni penseranno, possono ridurre l’efficacia di una terapia?

        No:  sicuramente una buona connessione è un presupposto fondamentale per fare terapia, ma il fatto che a volte sia meno “forte” , non preclude il fatto che il percorso intrapreso possa comunque avere i suoi frutti.

        Ovviamente questo discorso vale se succede raramente: se  la nostra connessione va proprio male, allora in quel caso è opportuno cercare di porre rimedio, perché in questo modo diverrebbe proprio difficile parlare e soprattutto ascoltare l’altro:  il fatto di avere un audio disturbato potrebbe insomma creare un certo fastidio.

        Dunque non è tanto il fatto di non poter guardare l’altro il problema, ma proprio il fatto di non riuscire ad avere una comunicazione priva di “ rumori di sottofondo”.

        Anche perché, riflettiamo insieme, se fosse necessario il comportamento non verbale, le altre forme di terapia online sopra considerate non dovrebbero proprio esistere.

        Insomma sicuramente il comportamento non verbale è importante, ma non è essenziale per la buona riuscita di una terapia.

        A questo punto dobbiamo fare i conti con un altro dubbio che potrebbe venirvi: “ma questa modalità di comunicazione non è distaccata?”

         L’altro non fa più fatica a sentirsi compreso?

        Sicuramente la presenza fisica  fa il suo e ad alcuni può dare un “ calore diverso”: questo non significa però che parlare con un terapeuta online porti necessariamente  a provare freddezza o recepirla dall’altra parte.

        Dall’altra parte c’è sempre un professionista attento e presente, anche se non fisicamente.

        Insomma il fatto che in video non ci sia quel contatto fisico che ritroviamo dal vivo,  non rende la relazione che instauriamo con il nostro terapeuta necessariamente fredda.

        Basti pensare a quando siete al telefono con un vostro amico: quante volte vi sarà capitato di avere delle conversazioni lunghe ma comunque piacevoli anche se lontani fisicamente.

        E poi chi l’ha detto che tutti noi preferiamo il contatto fisico?

        C’è chi per esempio avverte un certo imbarazzo e quindi vede nella terapia online la via più giusta per farsi aiutare, proprio perché manca la componente fisica che in alcune persone è fonte di ansia e disagio.

        Facciamo parlare gli studi

        Dunque sfatiamo questo mito: la terapia online è efficace tanto quanto quella tradizionale e a dirlo e confermarlo  vi sono anche vari studi.

        Sicuramente può essere più o  meno efficace proprio come quella faccia a faccia, ma i motivi alla base non dipendono sicuramente dal mezzo, ma da altri fattori che sono specifici per ogni caso e soggetto.

        Facciamo riferimento ad una ricerca del 2013:  i risultati di quest’ultima hanno messo in evidenza come alcune persone depresse che avevano seguito la terapia tradizionale avessero raggiunto un minor miglioramento rispetto a persone depresse che erano state seguite con una terapia online , le quali dopo la consulenza al computer ricevevano il riassunto della seduta che quindi andavano a  rileggere, aumentando così quella che è l’aderenza al trattamento.

        Inoltre da altri studi è stato messo in evidenza il fatto che l’alleanza terapeutica  non è sicuramente lesa nel caso di una terapia online.

        Per quanto riguarda il nostro Paese, è stato condotto nel 2020 da APC (Associazione di Scuole di Psicoterapia Cognitiva) uno studio tramite questionari  che aveva lo scopo di indagare  cosa ne pensassero i pazienti della terapia online.

        Non a caso tra questi  pazienti vi era chi aveva iniziato la terapia online durante la pandemia e chi invece l’aveva iniziata già da prima.

        Le risposte ai questionari, somministrati a ben 184 pazienti italiani, donne e uomini hanno messo in evidenza alcuni aspetti importanti: vediamoli.

        • circa  il 77 % per cento dei pazienti considerati nel nostro campione ha dichiarato di non avere pregiudizi verso la modalità  online e  non ha dunque posto fine al percorso
        • circa l’80 % ha riconosciuto la validità della terapia online,
        • precisamente il 71,9% ha ritenuto che il proprio disagio e il proprio malessere potesse essere trattato in modo altrettanto adeguato anche in una modalità di questo tipo, il restante 28% ha manifestato invece  dei dubbi a tal proposito.
        • l’82 %  ha riportato di essere a proprio agio in questa modalità
        • la maggior parte dei pazienti (84,1%) ha  manifestato il desiderio di tornare alla terapia  tradizionale per la mancanza di vicinanza percepita.

        Insomma diciamo che questo studio ha messo in evidenza come appunto si possa preferire l’una o l’altra terapia, in base a quelle che sono le proprie percezioni da paziente.

         Alcuni infatti hanno mostrato interesse verso questa modalità, altri sicuramente  hanno invece privilegiato quella tradizionale.

        Quando dire no alla terapia online

        A questo punto sorge spontaneamente un altro dubbio: “quando dobbiamo dire no alla terapia online?”

        Quando semplicemente ci rendiamo conto che non fa per noi..

        C’è chi per esempio ha bisogno di vedere fisicamente il terapeuta e lo abbiamo visto proprio nello studio presentato poco fa: in questi casi dunque è meglio prediligere una terapia tradizionale, ma non perché abbia più efficacia, ma perché il soggetto la può preferire ad una modalità online.

        Insomma un paziente deve sentirsi in sintonia non solo con il proprio terapeuta, ma anche con la forma di terapia che sceglie e che deve sentire come sua.

        Sicuramente ci sono anche altri casi in cui andrebbe privilegiata una terapia tradizionale: quando per esempio  il paziente ha un disturbo grave e si ha la necessità di avere dei contatti con i suoi familiari per esempio.

        In questo caso il problema, però, non è tanto il fatto di fare terapia online o meno, tanto il fatto che si può avere la necessità di metter in atto delle accortezze che un caso specifico può richiedere e che non è possibile mettere in atto se si è a distanza.

        Riflettendo insieme

        Da quello che è emerso fin’ora, sicuramente non è il caso di giungere ad una conclusione definitiva: con quanto appena affermato intendiamo dire che deve essere il paziente insieme al terapeuta a decidere quale sia la miglior modalità da seguire, tenendo conto di alcune variabili, poiché è sulla base di quest’ultime che si basa il successo di una terapia, online o no.

        Sicuramente non possiamo negare che la terapia online consente alla maggior parte delle persone di chiedere aiuto. Pensate a quelle persone che non si possono spostare fisicamente per raggiungere lo studio del professionista: con la terapia online possono comunque cercare e ricevere un aiuto.

        Ovviamente il professionista, sia che lavori attraverso una modalità tradizionale  sia che lo faccia attraverso una modalità online, deve rispettare il codice deontologico, tutelare la privacy del paziente, facendo firmare il consenso informato.

        Inoltre deve assicurarsi allo stesso modo che la terapia avvenga in un contesto sicuro, privato  e privo di interferenze.

        Dunque sotto questo punto di vista non cambia nulla: il rispetto è preservato e anche il segreto professionale.

        Cambia solo il mezzo, ma come abbiamo visto, gli studi dimostrano che non è questo a inficiare la riuscita di un percorso.

        E’ sempre il buon senso del professionista a fare la differenza, il quale dovrà dialogare  con il paziente  in tutta onestà, con totale trasparenza e assenza di pregiudizi, a fine di valutare se effettivamente la modalità scelta è quella giusta e se è in grado di dare  ciò che il paziente si aspetta.

        Dott.ssa Alessia Pullano
        Psicologa

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