Senso di Inadeguatezza: Come Superarlo

In questo articolo vedremo come superare il senso di inadeguatezza.

“Vedevo sempre ciò che non avevo espresso, restavo colpito solo da ciò che avrei dovuto esplicitare, guardavo sempre il dover essere e mai l’essere, in una sorta di pauperismo, guidato dalla sensazione di inadeguatezza e fallimento.”

Vittorino Andreoli

Quante volte vi è capitato di sentirvi fuori luogo o non all’altezza di una situazione, di una mansione o del vostro compagno?

Quanto tempo passate a criticarvi e a credere di non essere mai abbastanza?

Quante volte avvertite addosso quel senso d’inadeguatezza che vi fa credere che in voi non va mai bene nulla?

Perché è proprio di questo che parleremo oggi, sapete?

Parleremo della trappola dell’inadeguatezza e di cosa occorre fare per poterla superare.

Non solo, cercheremo di capire da dove deriva: non vi resta che continuare a leggere.

Senso di inadeguatezza: com’è manifestato

Come accennato poco fa, spesso siamo vittime di una trappola mentale che ci fa sentire inadeguati.

Alcuni di voi si staranno sicuramente chiedendo “come non sentirsi inadeguati al giorno d’oggi?”

Nella società odierna sembra che tutti amino correre per inseguire e intraprendere la strada della perfezione.

Oggi più che mai, infatti,  per non restare un passo indietro è quasi necessario abbracciare degli ideali.

Insomma, per sentirsi all’altezza occorre viaggiare, comprare una casa magari lussuosa, andare in palestra e costruire una bella famiglia.

Chi non rispetta tutto questo, rimane fuori.

Ecco che può prendere vita quel senso di inadeguatezza che sembra quasi tenerci in trappola e quando parliamo di “trappola” non esageriamo: pensate che diversi psicologi definiscono l’inadeguatezza proprio come una trappola, affermando come sia dunque un modo fisso di pensare e sentire che può manifestarsi in vari modi.

Chi viene infatti investito da un senso di inadeguatezza può poter avere timore di sbagliare, a casa, a lavoro, con gli altri.

Cerca di piacere a chiunque e prova costantemente sentimenti di vergogna per i propri difetti.

Non solo: si sente sempre frustrato, poiché insicuro e con una bassa autostima. 

Insomma quando parliamo di persone che si sentono inadeguate, parliamo di chi non crede nel proprio valore: per questo si ha bisogno costantemente delle conferme altrui.

Spesso per mascherare la propria insicurezza, questi soggetti cercano di mostrarsi forti e sicuri, ma questa, appunto, è solo una maschera che si indossa all’occorrenza.

A questo punto vi starete chiedendo cosa nasconda questo senso di inadeguatezza: perché mai qualcuno arriva a considerarsi inadeguato, insicuro e frustrato?

Cerchiamo di rispondere qui di seguito a questa domanda.

Senso di inadeguatezza: cosa nasconde?

Poco fa abbiamo visto che chi si sente inadeguato può arrivare a provare paura: paura di sbagliare, paura di mettersi in un certo senso in gioco.

Paura dei propri stessi difetti.

Perché ci si può sentire così inadeguati?

Spesso dietro l’inadeguatezza c’è la paura del giudizio degli altri.

Quando  si  ha paura  di quello che  gli altri possano pensare, succede questo: la stima e il valore che attribuiamo a noi stessi vacilla, a seconda del pensiero altrui.

In un certo senso più siamo insicuri, più abbiamo paura degli altri  e del loro giudizio e maggiore è la probabilità che il proprio valore, o meglio il valore che attribuiamo a noi stessi dipenda da questi ultimi.

A questo punto una domanda sorge spontanea: come si può non avere paura del giudizio altrui se da questo sembra dipendere il nostro successo o insuccesso?

La paura del giudizio altrui: cosa c’è dietro?

Soffermiamoci su questo aspetto, ovvero sulla paura del giudizio altrui, dal momento che abbiamo visto essere collegata all’inadeguatezza. 

Pensate per un momento all’istante preciso in cui dovete mettere in atto un comportamento:  spesso vi frenate? Qualcosa che vi blocca? 

Sapete cos’è quel qualcosa? 

La paura di essere giudicati e di conseguenza la paura di provare un senso di inadeguatezza.

Non è raro che ci facciamo domande del tipo “ ma se faccio questa cosa, cosa penseranno di me”?

Domande che nascondono in un certo senso delle aspettative su quello che gli altri potrebbero pensare o immaginare. Perché? 

Perchè abbiamo così paura di essere giudicati? 

Semplice.

Perché vogliamo essere accettati. Non è forse questo un bisogno essenziale?

Chi di noi non vuole essere accettato da chi lo circonda?

Magari per il lavoro che si svolge o per l’aspetto fisico che si ha.

Ed è proprio la paura di non esserlo che spesso ci porta ad aver timore del giudizio altrui.

Quando vogliamo fare o dire qualcosa o stiamo quasi per farlo a volte preferiamo frenarci per paura di quello che gli altri possano dire.

Per paura di essere giudicati. Iniziano così ad affiorare nella nostra mente, pensieri quali: “Come dovrei comportarmi in questo momento?” “Che cosa penseranno di me?”, ovvero domande che nascono dalle aspettative che immaginiamo gli altri abbiano su di noi.

Questo perché, come abbiamo visto, non vogliamo essere giudicati, ma al contrario desideriamo solo essere accettati e amati da chi ci circonda.

E’ proprio la paura di essere rifiutati che ci porta a sentirci prigionieri.

Una paura questa legata dunque al desiderio di essere apprezzati.

Una paura che spesso non ci consente di esporci.

Facciamo un esempio forse banale, ma pratico e di facile comprensione: se abbiamo paura del giudizio altrui e ci sentiamo dunque inadeguati, difficilmente riusciremo a prendere un’iniziativa o a proporre un posto dove andare il sabato sera.

Difficilmente saremo liberi di dire la nostra, insomma: ecco perché si parla di trappola!

Giudicare: cosa intendiamo?

Ma soffermiamoci per un momento al termine giudicare: cosa nasconde questa parola? Ha un unico significato?

Sicuramente no. 

Noi tutti infatti valutiamo gli altri e ciò che ci circonda, in base alla nostra personalissima visione delle cose e del mondo, spesso in maniera giudicante.

Basti pensare a quando, per esempio, osserviamo qualcuno per competizione o per fare confronti ed esprimiamo un parere.

In quel caso stiamo in un certo senso avanzando un giudizio che, se ci pensiamo bene,  non fa altro che mettere in risalto non tanto l’altro, ma noi stessi e la nostra voglia di competere.

Dunque in un certo senso spesso  giudichiamo perché tendiamo a fare confronti.

E perché tendiamo a fare confronti? 

Spesso lo facciamo per insicurezza e perchè no, per migliorarci, ma spesso tutto questo ci porta solo ad auto-criticarci.

L’inadeguatezza, con questi presupposti, non può che essere dietro l’angolo.

Paura del giudizio altrui: ha a che fare con il nostro passato?

Riguardo alla paura del giudizio altrui, non possiamo non approfondire la questione, cercando di darne una lettura più approfondita.

Poco fa abbiamo detto che spesso cerchiamo conferme altrui per credere di valere qualcosa.

Ma perché diamo agli altri tutto questo potere?

Perché mai il parere degli altri dovrebbe avere più valore del nostro?

Per rispondere a questo interrogativo ci viene in aiuto Bowlby, uno psicologo e  psicoanalista britannico, che ha elaborato la teoria dell’attaccamento, con la quale ha messo in rilievo quelli che sono gli aspetti caratterizzanti il legame madre-bambino.

Lo psicologo in questione sostiene e sottolinea fortemente l’importanza del rapporto che instauriamo con le nostre figure di attaccamento, sin dai nostri primi momenti di vita.

A tal proposito infatti afferma come sia proprio questo rapporto a far interiorizzare al bambino una figura di sé come degna di essere amata o al contrario come un soggetto non amabile.

In un certo senso  è anche dal modo in cui i nostri genitori ci accudiscono che dipende la nostra successiva capacità di credere in noi stessi e  di conseguenza  la paura del giudizio altrui e la conseguente sensazione di inadeguatezza.

Quanto detto ci fa capire quanto sia fondamentale per un bambino essere accettato, amato e curato e quanto questo possa influire sulla sua crescita psicologica e quindi sui suoi rapporti interpersonali.

Un bambino che non si è sentito amato abbastanza, da grande molto probabilmente tenderà ad essere iper-critico verso se stesso e verso gli altri.

Avrà costantemente timore di essere rifiutato o criticato.

Ma riflettiamo un momento su quest’ultima frase: avere paura di essere rifiutati non è forse una forma di allontanamento da chi siamo realmente?

Non è forse un conflitto che agiamo solo contro noi stessi?

Lasciar andare la paura del giudizio: perché è importante?

Liberarsi dalla paura del giudizio non solo è giusto, ma è anche necessario e il perché non è cosi difficile da capire.

Non possiamo sentirci sempre sotto pressione e prigionieri di quello che gli altri pensano o possono pensare.

Basti pensar a quei momenti in cui, per un qualsiasi motivo x, ci sentiamo inadeguati e di conseguenza ci innervosiamo e ci agitiamo.

Siamo davvero disposti a rinunciare a qualcosa per la paura del giudizio altrui? 

Siamo davvero disposti a rinunciare a quel colloquio di lavoro? 

Siamo davvero disposti a non discutere la nostra tesi in pubblico, solo perché ci sentiamo inadeguati?

Forse tutti noi dovremmo imparare a dare il giusto peso alle cose, alle persone, ma soprattutto a noi stessi, cercando di dare maggior importanza a quello che noi stessi pensiamo.

Ma come si fa?

Come possiamo riuscire a superare quel senso di inadeguatezza che spesso ci blocca e non ci fa fare quello che davvero desideriamo?

La trappola dell’inadeguatezza: come superarla

Fin’ora abbiamo cercato di capire cosa si nasconde il nostro sentirci sempre inadeguati: abbiamo visto come spesso è il timore del giudizio altrui a bloccarci e l’importanza che diamo agli altri.

Inoltre è stato messo in risalto il rapporto che sin da piccoli instauriamo con i nostri genitori,  per spiegare come questo possa avere delle ripercussioni sulla nostra autostima e quindi sul nostro senso di inadeguatezza.

A questo punto non possiamo non chiederci cosa occorre fare per superare tutto questo.

Per rispondere a questo interrogativo, è necessario cercare innanzitutto di capire cos’è che ci fa sentire così dannatamente inadeguati.

Insomma è importante che ci soffermiamo sulle nostre emozioni: non mettiamole in secondo piano.

Cerchiamo di capirci di più, ponendo a noi stessi delle piccole domande.

Cos’è che mi turba così tanto?

E’ la paura del giudizio altrui? Sono le mie insicurezze?

Non ho molta fiducia in me?  

Cercare di rispondere a queste domande è già il primo passo, sapete? II primo passo per conoscervi meglio e per migliorare, ma soprattutto il primo passo per andare nella direzione giusta.

Per fare tutto questo non potete, però,  non lavorare sulla vostra autostima.

Lavorare sulla propria autostima

Nel corso dell’articolo abbiamo incontrato molte volte questo termine e forse è arrivato il momento di darne una definizione.

Partendo dal presupposto che di definizioni ve ne son diverse , qui ne presenteremo una in grado di cogliere il vero significato di autostima.

Cos’è l’autostima?

L’autostima, altro non è che l’insieme dei giudizi valutativi che l’individuo dà di se stesso .

Battistelli, 1994

Ora avete capito perché è così importante annaffiare questo fiore speciale? 

Più lavoreremo sulla nostra autostima, più possibilità avremo di prendere consapevolezza del nostro valore. 

Insomma, la morale della favola è che non dovete cercare di convincere gli altri, ma voi stessi.

Sugli altri noi non abbiamo nessun potere, su di noi, si.

Dunque quando e se vi sentirete giudicati, evitate di cercare di camuffare quello che siete,  nel tentativo di cambiare il giudizio altrui.

Non serve e inoltre è solo una perdita di tempo: impiegatelo per migliorare voi stessi e l’idea che avete di voi stessi.

Questo significa sicuramente mettersi in discussione: quanti ne sono davvero in grado?

Seppur possa sembrare difficile, è necessario farlo: spesso è proprio l’opinione che abbiamo di noi a crearci problemi.

Cosa occorre fare per cambiarla?

Praticate la tolleranza, ma verso voi stessi, soprattutto.

Come riuscirci?

Provate per esempio a pensare a quello che avete vissuto, alle esperienze che avete fatto.

Qualcosa vi ha reso così insicuri? C’è stato un momento in cui avete perso fiducia in voi stessi?

Questo viaggio nel passato può poter essere davvero terapeutico.

Inoltre è importante che sappiate accettare i vostri difetti o i vostri insuccessi.

Non saranno certamente questi a definire chi siete.

Ridimensionate l’importanza che date a tutto questo, ma soprattutto iniziate ad amarvi davvero: fate un lavoro che non vi soddisfa?

Bene, impegnatevi affinchè possiate arrivare a fare quello che più vi piace.

Magari ci vorrà tempo e tanta forza di volontà, ma se ci tenete davvero ad un sogno, il primo passo è crederci. 

Tutto questo non farà che confermarvi che siete delle persone capaci di raggiungere i vostri scopi e finirete per avere più fiducia nelle vostre capacità.

Insomma, la parola d’ordine è questa: OSARE! Spesso il segreto è tutto lì.

Sapete quanti ce l’hanno fatta, sol perché hanno deciso di osare?

In questo modo avrete l’opportunità di far emergere ciò che chiede solo di essere ascoltato e portato in superficie.

Insomma, il primo vero passo è puntare sulla propria autostima: il primo passo che vi consentirà di liberarvi dalla paura del giudizio altrui e  dal vostro sensi di inadeguatezza.

Cos’altro occorre fare per superare la trappola dell’inadeguatezza

Vediamo alcuni consigli qui di seguito.

Ulteriori consigli 

Vi capita di sentirvi giudicati? Rilassatevi. 

Non siamo il centro dell’Universo, quindi non è detto che siamo sempre nei pensieri altrui.

Provate a pensarla in un altro modo: “e se stessimo proiettando  sugli altri ciò    che accade solo nella nostra mente”?

Magari ci sentiamo vittime di un giudizio e in realtà siamo noi i primi a farlo. Rifletteteci su.

Un altro consiglio che non può proprio mancare? Ricordate che quando qualcuno ci critica, sta definendo se stesso e il suo modo di rapportarsi agli altri.

Il vostro partner vi ha trattato male, perché voleva che vi comportaste in un certo modo, durante una cena di famiglia?

Bene, questo non significa necessariamente che siete stati inadeguati.

Molto probabilmente era lui ad essere particolarmente suscettibile in quella circostanza.

Insomma imparate a pensarla in questo modo: non tutto quello che ci viene detto è verità .

Smettiamola, quindi, di dare agli altri lo scettro del potere su chi siamo.

A tal proposito è bene ricordare un’altra cosa importante: spesso gli altri ci criticano non per quello che siamo, ma per quello che credono che noi siamo e la cosa è ben diversa. 

Se pensiamo poi che una critica spesso e volentieri è agita su un singolo   comportamento, una domanda non può che sorgere in modo spontaneo: perché dobbiamo mettere in discussione ciò che siamo?

Non è giusto né utile: quindi cerchiamo di ridimensionare il tutto.

E’ importante cercare di capire quando una critica è davvero costruttiva e quando no: se una critica può esser utile a noi per migliorare qualcosa, perché non prenderla al volo?

Non siamo mica tutti perfetti: prima lo capiremo e prima riusciremo ad accettare che possiamo sbagliare, ma anche recuperare.

Quando qualcuno ci giudica, pensiamo primariamente a chi ha mosso il giudizio, vero? 

E noi, in tutto questo, dove siamo? 

Insomma, invece che pensare “lui/lei mi ha giudicata”, provate a dire “mi sento giudicata”. 

Cambiando modalità di pensiero, recupererete il vostro potere di scelta e soprattutto rimetterete al centro voi e non è mica una cosa di poco conto !

Seguite il vostro essere, le vostre sensazioni, le vostre emozioni: amatevi, coccolatevi, smettete di giudicarvi e annaffiate la cosa più importante che abbiamo.

La nostra autostima: solo così riuscirete a stare bene con voi stessi, senza sentirvi costantemente inadeguati o sotto giudizio.

Dott.ssa Alessia Pullano
Psicologa

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    Paura di Parlare in Pubblico: Tecniche e Strategie

    In questo articolo vedremo le tecniche e strategie per superare la paura di parlare in pubblico.

    Le persone, il tuo discorso pronto, la platea in attesa e il tuo corpo che inizia a dare segni di paura. Sudorazione, tremolii alle mani, rossore alle gote, mal di pancia e accelerazione cardiaca.

    Ma che sta succedendo?

    È la paura di parlare in pubblico, tutti almeno una volta l’abbiamo provata, ci siamo vergognati, abbiamo temuto di fare una brutta figura dinanzi a una platea di persone, abbiamo, in altre parole, avuto paura di essere vittime del giudizio negativo dei presenti.

    La paura, come tutte le altre emozioni, ha una funzione adattiva; ci permette, in altre parole, di fronteggiare al meglio la situazione che stiamo per affrontare.

    Tuttavia, quando la paura si cronicizza diventa un ostacolo.

    Succede anche con la paura di parlare in pubblico, quando è sempre presente diventa un limite per chi la vive.

    Può presentarsi in maniera fissa quando abbiamo un colloquio di lavoro, in una riunione, in una presentazione, o connotarsi addirittura come disturbo d’ansia sociale.

    La paura di parlare in pubblico è qualcosa che può essere superata attraverso degli accorgimenti.

    In questo articolo, dopo aver letto cos’è questa paura e come si manifesta, troverai strumenti e tecniche per superare e vincere la paura di parlare in pubblico e portare a termine con successo i tuoi obiettivi.

    La paura di parlare in pubblico: La Glossofobia

    La paura irrazionale e soverchiante di parlare in pubblico è una forma di fobia sociale, che prende il nome di glossofobia (dal greco glōssa, lingua, e phobos, paura o fobia) .

    È un tipo di ansia da prestazione ed è  molto comune nella popolazione.

    È probabilmente la più diffusa forma d’ansia fra le situazioni in grado di provocare ansia sociale. Le cause possono essere riferite a caratteristiche personali, come autostima bassa o insicurezza o ancora smania di controllare tutto e mania di perfezionismo.

    Tuttavia, le cause possono essere rintracciate anche nell’ambiente in cui si dovrà conferire. A volte, ad esempio, esiste un clima non sereno fra colleghi; la creazione di sottogruppi faziosi non aiuta certo chi magari dovrà tenere un discorso, bloccando così la crescita dell’intero gruppo di lavoro. Ma questa è un’altra storia…altrettanto importante! 

    Come si manifesta la paura di parlare in pubblico

    Quando si ha paura di parlare in pubblico si sperimentano sintomi fisici tipici di un attacco di panico.

    Sudorazione, battito cardiaco accelerato, secchezza delle fauci, dolori alla pancia, muscoli tesi. In aggiunta vi è spesso il rossore in viso.

    Dinanzi ad una platea si sperimenta un senso di smarrimento, una paura del giudizio e la paura di lasciar emergere aspetti di sé, spesso, considerati, in maniera del tutto inesatta, segni di debolezza personale.

    La paura è, dunque, anche quella di mostrarsi vulnerabili e legati alle critiche e al giudizio altrui.

    Un altro modo in cui si manifesta la glossofobia è la paura di dimenticare le parole mentre si tiene il discorso.

    Questa paura di per sé rientra nella risposta fisiologica dinanzi ad un evento nuovo che coinvolge molti ascoltatori.

    Come sempre, e come ci insegna una delle regole base della psicopatologia, non è il singolo sintomo ad essere fonte di disagio cronico, ma la sua intensità ed estensione temporale.

    Le persone che soffrono della paura di parlare in pubblico cercano in tutti i modi di proteggersi dallo sperimentare situazioni in cui provarla, anche perché i sintomi fisici sono molto pesanti.

    In tal modo mettono in atto comportamenti di evitamento quali evitare di tenere un discorso, non presentarsi a quel colloquio, non andare a quell’appuntamento, non sostenere un esame. In questo modo si cronicizza la paura mettendosi i bastoni tra le ruote.

    Prendendo in prestito le parole di Giorgio Nardoneogni evitamento conferma la pericolosità della situazione evitata e prepara l’evitamento successivo: l’evitamento rinforza negativamente la paura”.

    Evitando una situazione che riteniamo pericolosa, oltre a cronicizzare la paura, corriamo il rischio di disconfermarci e percepirci come non capaci in una infinita profezia che si auto avvera, frutto di una convinzione scritta e decisa dalla paura, che crea sfiducia nelle proprie risorse.

    Tecniche e strategie per superare la paura di parlare in pubblico

    Esistono numerose tecniche e strategie per modulare la paura di parlare in pubblico e per superarla.

    Nella società della velocità, del tutto e subito e del collegamento sintomo-farmaco, qualcuno avrà sicuramente pensato di sedare questa paura attraverso l’assunzione di qualche farmaco calmante.

    In realtà è risaputo che le performance migliori sono quelle che riescono a incanalare l’adrenalina in maniera fruttuosa e non quelle in cui questa viene soffocata dal farmaco.

    Per cui, si all’adrenalina, ma in maniera intelligente.

    A tal proposito ho pensato di stilare un decalogo, semplice e intuitivo da tenere con sé e rileggere prima di un discorso importante o almeno quando la paura sta facendo capolino.

    Ecco di seguito otto accorgimenti che potrebbero aiutare a superare la paura. 

    1 – In primis, i giorni precedenti al discorso  dedica del tempo alla meditazione e alla respirazione. Sono tecniche che aiutano moltissimo a mitigare l’ansia e la tensione e possono portare benefici in tutte le tue attività e in tutti i tuoi campi. Lavorare sulla respirazione rilassa il battito cardiaco e migliora la circolazione, elementi questi che permettono di percepire maggiore benessere.

    2 – Esercitati davanti allo specchio e poi piano piano davanti ad amici o parenti. Sapere che qualcuno ti ascolta ti da la giusta carica di attivazione che si può sperimentare quando si parla ad un pubblico più ampio. 

    3 – Nell’esercitarti scegli e prediligi argomenti sui quali hai una certa padronanza. In questo modo potrai allenarti senza sentire stress e contattare le tue capacità che la paura a volte tende a nasconderti.

    Esercitarsi è fondamentale: il public speaking, non è talento genetico, bensì è una competenza che va coltivata e migliorata, per cui si può sempre fare un passetto in più.

    Chi studia public speaking approfondisce tecniche, dizione, tono di voce e gestione delle emozioni. Elementi fondamentali per tenere un discorso performante. A tal proposito più avanti vi racconterò un aneddoto che ha visto protagonista Margaret Thatcher anche conosciuta come la lady di ferro.

    Fai attenzione alla velocità di comunicazione. Parla lentamente! L’ansia di finire in fretta e toglierti da quella posizione potrebbe spingerti a parlare velocemente.

    Ciò influenzerebbe negativamente la tua respirazione e il tuo battito cardiaco aumentando così anche l’ansia. Inoltre, non permetterebbe al pubblico di seguirti bene, diminuendo la tua capacità performante.

    4 – È di fondamentale importanza coinvolgere la platea mentre comunichi loro delle cose.

    Guardarli negli occhi e cercare la loro attenzione permetterà di seguirti con più facilità e di sentirsi parte del tuo discorso. In questo modo il discorso e tu che lo stai facendo, avrete una risonanza potente sulla platea che, nel sentirsi coinvolta, svilupperà con più facilità apprezzamenti e simpatie.

    Guardare le persone al fine di coinvolgerle, inoltre, abbassa i livelli di ansia, in quanto anche chi sta parlando inizia a figurare davanti a sé delle persone distinte e non una terrificante e vasta platea, fatta in fondo di singole persone.

    5 – Allenati sulle espressioni facciali: un viso che esprime sicurezza diventa anche rassicurante. Ed è molto più semplice farsi ammaliare. Il sorriso, poi, è un elemento fondamentale, da serenità a chi lo guarda. 

    6 – Anche la gestualità va allenata o quantomeno scoperta. Mettersi allo specchio permette di vedere delle cose di noi, dei gesti tipici che possono diventare elementi distintivi e quindi punti di forza.

    7 – Sfrutta anche l’umorismo, è un potente strumento che mantiene a bada l’ansia, ci permette di allentare la tensione e coinvolge facilmente chi ci ascolta.

    8 – Infine, per sentirsi sicuri con se stessi anche l’immagine che diamo di noi gioca il suo ruolo. Per cui studia l’abito che ti permette di sentirti sicuro di te ed esprime il tuo ruolo al meglio, cosi da avere anche un buon impatto sul pubblico. Perché è vero, l’abito non fa il monaco, ma potrebbe fare l’oratore.

    La Glossofobia tra i nomi famosi

    Il public speaking non è solo genetica e talento, ma è una capacità e una competenza che tutti possono sviluppare lavorandoci su.

    Sapere questo è fondamentale per acquisire fiducia in se stessi e per credere di potercela fare. La dizione, il tono di voce, la gestione emotiva, sono fattori che vanno coltivati e allenati.

    Anche Margaret Thatcher,  anche conosciuta come la lady di ferro, si è dedicata a migliorare le sue doti di comunicazione in pubblico.

    La lady di ferro si è fatta aiutare da un vocal coach ad acquisire un timbro di voce più autoritario e rispettabile.

    Ella affermava, infatti, di avere una voce stridula che a suo dire era inadatta alla carriera politica. Tramite il lavoro sul tono di voce riuscì, addirittura, ad abbassare di 46 hertz  il proprio timbro vocale rendendolo più autoritario.

    Sapere che la paura di parlare in pubblico è una delle più diffuse anche tra nomi importanti senza per questo bloccare il loro successo, credo possa aiutare molto a dare il giusto peso alle proprie paure e a renderle meno spaventose e paralizzanti.

    Saperlo può aiutare molto a ridimensionare gli effetti di questa paura su chi la vive.

    Proprio così, molte persone di successo hanno combattuto contro questa paura, qualcuno ci convive, ma il successo di queste persone non si è fermato affatto.

    Fiorello ha confessato di sentire a volte l’ansia da palcoscenico.

    Ti aspetteresti mai che un one man show dei suoi livelli, una persona che ha calcato palcoscenici importanti possa avere questa paura? Ebbene si! Lui stesso ha raccontato che nel 2009, nel suo debutto su una trasmissione televisiva, ha dovuto terminare la puntata con un quarto d’ora d’anticipo rispetto alla scaletta.

    Ha poi, in seguito, rivelato che non riusciva a gestire l’ansia di quel momento.

    La sua rivelazione, è un prezioso contributo per chi lotta contro la paura di parlare in pubblico. Permette, infatti, di non ridurre le capacità di public speaking al talento.

    Famosissima è, ancora, la storia di Barbara Streisand che in un concerto a Central Park dimenticò le parole di una canzone, non salendo per questa cosa sul palco, almeno fino agli anni ’90, quando ritornò più grintosa di prima.

    Anche la cantante Adele ha avuto problemi di ansia legati al pubblico.

    Ha raccontato di aver, addirittura, vomitato una volta per la tensione.

    Anche musicisti del rango di Luciano Pavarotti hanno avuto tensioni relative all’esibizione in pubblico. Sono solo alcuni nomi, ma sono tutti grandi e talentuosi artisti. 

    La paura non ha di certo fermato il loro talento e sono certa che sarà così anche per te! Basta lavorare sulle capacità di comunicare in pubblico e anche la paura resterà solo un ricordo passato! 

    Dott.ssa Alessia Pullano
    Psicologa

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      Sindrome del Pene Piccolo

      Per definizione la Sindrome del Pene piccolo, anche detta Dismorfofobia peniena, rappresenta l’idea di non avere un’adeguata dimensione dell’organo genitale rispetto a determinati parametri sociali. 

      Ad una prima occhiata, questa definizione potrebbe far sorridere o non sembrare qualcosa da prendere sul serio tanto da esser classificata sotto la semantica di “sindrome”, ma essa rappresenta una vera e propria patologia che può avere una risonanza sulla persona e sulla qualità della vita della persona, anche profonda.

      Per comprendere meglio ciò bisogna analizzare la cosa dal punto di vista storico, sociale ed infine, ovviamente da quello psicologico. 

      La visione dell’uomo ai tempi dell’Antichità

      Il Pene, l’organo genitale maschile, è stato storicamente da sempre paragonato ad un elemento che andava grandemente al di là di una semplice parte del corpo.

      Friedman per esempio, nel 2007 afferma che l’organo genitale maschile rappresentasse un’idea, uno strumento di concetto ma fatto di carne e ossa, che sanciva il posto dell’uomo nel universo.

      Sulla falsariga di questa constatazione è possibile trovare numerosissimi riferimenti nella storia, dove il pene rappresentava una sorta di potere di tipo divino, simbolo della virilità maschile e per estensione dell’uomo stesso.

      Nella cultura greca, per esempio, la forma e la dimensione del corpo veniva confronta con quella degli atleti, simbolo di perfezione, di potenza, di potere.

      Nella cultura romana, la divinità Priapo era un’icona e rappresentava un simbolo di virilità, venendo raffigurato con un enorme pene, con il quale poteva penetrare dando prova di potenza.

      Una figura paradossale ed estrema da un lato, ma che comunque rappresentava un simbolo noto ad ogni giovane adolescente. L’antichità era piena di tali simboli, che erano presenti ovviamente nella vita quotidiana di ogni persona e con i quali risultava impossibile non confrontarsi. 

      La percezione al giorno d’Oggi

      È proprio il confronto ad essere parte del problema alla base della Sindrome del pene piccolo.

      Al giorno d’oggi, infatti, le icone ed i simbolismi del passato hanno probabilmente perso la loro risonanza e non vengono prese come riferimento con il quale confrontarsi da giovani adulti, tuttavia il presente è altrettanto pieno di icone che di certo non rappresentano più il potere divino, ma danno comunque uno standard molto preciso della perfezione e della bellezza nella nostra società.

      Il 2020, ormai nel cuore dell’era digitale, è un presente fatto da immagini provenienti dai molteplici social-network che plasmano, dettano e sanciscono le regole del bello, anche e soprattutto quando si parla del corpo umano.

      Questa è l’era in cui le tendenze vengono grandemente influenzate dai cosiddetti “influencer”, persone note e seguite sui social da migliaia di “followers”, che spesso incarnano quegli ideali di bellezza e forma fisica.

      Nelle teorie della psicologia sociale, questi potrebbero rappresentare un concetto simile e vicino a quello del Leader d’Opinione, ovvero un individuo capace di influenzare profondamente le opinioni, l’atteggiamento ed i comportamenti degli altri grazie alla sua reputazione e grazie al proprio carisma, rispetto a determinate aree di interesse e tematiche. 

      Sulla base di tali teorie e della grande risonanza mediatica, il confronto con gli influencer risulta quasi inevitabile.

      Questi standard fisici, tuttavia, risultano spesso difficili da raggiungere ed il confronto potrebbe portare di conseguenza ad una valutazione dell’adolescente eccessivamente negativa del proprio corpo, distante da uno standard che viene spacciato come la normalità necessaria per raggiungere il successo e per aprire le porte della felicità.

      Ciò risulta essere alla base di molteplici disagi psicologici, connessi a sindromi dismorfofobiche.

      Entrando nel dettaglio per quanto concerne la Sindrome del pene piccolo, uno standard specifico, sempre dettato dalla società odierna è quello rappresentato dalla pornografia, un mondo il quale attraverso internet risulta essere alla portata della maggior parte degli adolescenti.

      Il confronto con la pornografia infatti può essere una delle fonti del problema di questa sindrome, dando una visione distorta delle dimensioni del pene e fissando uno standard eccessivamente alto, che ripresentandosi con ridondanza nel mondo del porno viene erroneamente visto come una normalità sotto la quale l’adolescente può sentirsi inadeguato.

      I numeri contro i miti: quali sono le dimensioni del pene?

      Secondo Mc Carthy i due terzi degli uomini afferma che il proprio pene si sia dimostrato piccolo per almeno una volta nella loro vita.

      Tuttavia i numeri non mentono. In qualunque discussione, due più due farà sempre quattro. Parlando di numeri e per estensione di dimensioni, qual è la “media” di grandezza del Pene?

      Quando si parla di dimensioni, innanzitutto bisogna tenere in considerazione alcuni fattori oltre la struttura anatomica della persona.

      In primis gli agenti ambientali come le temperature eccessivamente elevate restringono la dimensione del pene, in secondo luogo anche la salute dell’individuo ha un’influenza.

      Considerato ciò, se si parla di media, alcuni studi effettuati sulle misurazioni del pene hanno individuato alcuni standard per le dimensioni, relativi alla media della popolazione, alla “normalità statistica”.

      I dati emersi mostrano dimensioni a riposo attorno agli 8, 10 cm di lunghezza dal dorso della radice alla punta del pene. Invece, in uno stato di erezione la media della lunghezza varia tra i 12 ed i 16 cm, con una dimensione di 8/9 cm della circonferenza dell’organo.

      Tenere a mente le dimensioni è importante, proprio perché i numeri non mentono rapportarsi con la media della popolazione risulterà molto meno “traumatizzante” e sicuramente molto più realistico, rispetto al confrontarsi con figure legate al concetto di virilità del passato, atleti, icone per le pubblicità o simili. 

      Un passo normale nella crescita

      Al di là degli esempi storici e della società odierna fatti fino ad ora, il confronto sembra comunque inevitabile.

      Esso rappresenta il normale percorso evolutivo di un giovane adolescente “sano”.

      Durante l’adolescenza, infatti, quando il giovane adulto entra a contatto con i propri coetanei, o comunque un gruppo di pari in generale, tende a confrontare il proprio corpo focalizzando l’attenzione soprattutto sulla zona genitale, rischiando di preoccuparsi e fossilizzarsi su pensieri impropri.

      Qui risulta importante evidenziare l’importanza della percezione che un uomo può avere del proprio organo genitale a livello visivo.

      L’auto osservazione, infatti, può generare una prospettiva completamente distorta (alto/basso) rispetto a quando si osserva frontalmente.

      Da ciò deriva che osservare il pene di un proprio compagno di squadra, dunque in una posizione frontale rispetto all’osservatore, e confrontarlo con il proprio usando un punto di vista “in prima persona” può generare un’illusione in cui la dimensione del pene della persona che si ha davanti possono apparire più allungate e proporzionate. 

      I primi interventi e la patologia vera e propria

      Oltre al valutare il tutto a livello razionale, considerando i numeri e lasciando perdere il confronto con gli “dei”, a livello psicologico, uno dei primi interventi che viene suggerito, potenzialmente in grado di correggere rapidamente il punto di vista degli individui che percepiscono l’inadeguatezza del proprio organo genitale, è quello di osservarsi davanti ad uno specchio in modo da guardare il proprio corpo attraverso una prospettiva simile a quando si osserva quello altrui.

      Se successivamente a tale intervento non dovessero rimanere disfunzionalità e disagi psicologici, ciò rappresenterà un primo passo verso il processo di adeguamento della corretta percezione del proprio corpo. 

      Se invece il disagio sussiste, la qualità del benessere psicologico e della vita quotidiana dell’uomo possono risultare grandemente influenzate.

      Gli effetti risultanti possono portare non solo a reazioni sociali quali la vergogna ed il disagio, ma anche a conseguenze come il ritiro sociale da determinate situazioni, quali per esempio l’andare a mare o in piscina, o anche tutte le situazioni legate alla sfera sessuale.

      L’insicurezza legata a questa sfera può sfociare in ulteriori problematiche, legate proprio al mondo sessuale, infatti la dismorfofobia peniena può provocare forti stati di stress nell’uomo e di conseguenza portare a vere e proprie “defaillance” sessuali, fino a sfociare nella vera e propria depressione.

      Un confronto distorto o necessità fisica?

      Quando si presenta il disagio e quando questo inizia ad essere lo spiacevole compagno della vita quotidiana di un uomo, bisogna porsi una domanda: tale disagio è provocato solamente da un confronto erroneo con standard troppo alti, o vi è una vera e propria esigenza fisica, nata da dimensioni eccessivamente piccole e quindi anche svantaggiose a livello riproduttivo? 

      Anche qui i numeri non mentono. In medicina viene definito come “micropene” un pene in erezione di dimensioni inferiori ai 6 cm.

      Tale condizione, nota anche come ipoplasia peniena, può essere presente fin dalla nascita o anche essere acquisita.

      Esistono infatti delle forme acquisite che portano come conseguenza a neoplasie e processi traumatici che inducono questa condizione.

      Nel caso di micropene, dunque, il disagio psicologico affonderebbe le proprie radici in motivazioni diverse da quelle provenienti dai confronti con la società. 

      In una ricerca del 1994, di Roos H., sulla lunghezza del pene, vengono classificate le tre motivazioni che spingevano gli uomini ad effettuare l’operazione chirurgica di allungamento del pene.

      Divisi in numeri in percentili, circa l’80% delle persone richiedeva tale operazioni per ragioni estetiche, il 14% per ragioni funzionali e solo il 6% per malformazioni.

      In questo tipo di chirurgia risulta fondamentale il colloquio con il paziente, effettuando un completo inquadramento.

      Infatti, solo il 10% delle persone che si rivolgono ad un uro-andrologo rimane convinto di sottoporsi ad un intervento di falloplastica. 

      La conclusione che se ne evince è che spesso la Dismorfofobia peniena è generata da credenze erronee ed ideali e standard eccessivamente elevati, che scostano dalla normalità la percezione dell’individuo, fino a generare disagi psicologici, anche gravi, nella vita quotidiana dell’uomo. 

      Il sostegno da parte di uno psicologo può di certo correggere idee distorte, sciogliendo il disagio senza inficiare la vita ed il benessere della persona.

      Quando si può parlare di vera e propria patologia, dunque? 

      La regola aurea, quando si sfocia nel mondo della psicologia, è quella di considerare un problema “patologico” quando esso inizia ad inficiare gravemente nella vita quotidiana di una persona, nei suoi rapporti, nel suo lavoro, nella sua salute mentale e percezione della realtà.

      Nella dismorfofobia peniena tale scenario si può osservare quando il disagio provocato dalle dimensioni sfocia nella preoccupazione eccessiva, considerando il proprio un difetto fisico che comporta un disagio evidente con limitazioni nell’interazione sociale, lavorativa, affettiva.

      I sintomi principali di questo disagio di manifestano attraverso profondi stati di Ansia e Depressione.

      La paura principale è quella di essere sottoposti al giudizio della società, al giudizio dei pari, delle donne o dei partner e ciò può condurre l’uomo all’isolamento sociale.

      Questo disagio può addirittura portare la persona a rifiutare il contatto stesso con il sesso opposto, facendo inoltre insorgere di una marcata sensibilità riguardo le tematiche inerenti.

      Oltre al già ampiamente citato confronto con gli standard della società, dunque alle ragioni di tipo socioculturale, le cause psicologiche legate all’insorgenza della Sindrome da spogliatoio possono essere molteplici. 

      La fine di una relazione, per esempio, può spesso essere causa di insicurezza, arrivando a cercare le colpe di essa in sé stessi e talvolta attribuendo tali colpe a proprie mancanze, quali appunto dimensioni non adeguate.

      Anche conflitti emotivi e presenza di disturbi nella sfera sessuale come la disfunzione erettile o l’eiaculazione precoce possono favorire l’insorgere del dubbio e portare alla dismorfofobia peniena.

      Le distorsioni della realtà legate a tale sindrome possono essere legate anche alla presenza di fattori neurobiologici, quali l’alterazione del funzionamento del sistema serotoninergico, o di quelle aree cerebrali atte a controllare l’immagine corporale.

      Come si cura la Dismorfofobia peniena?

      Come già detta risulta fondamentale un’analisi accurata della problematica, attraverso il colloquio con un uro-andrologo e con uno psicologo in modo da definire con scientifica precisione l’origine e la natura del disagio. 

      La terapia psico sessuologica è sicuramente lo step fondamentale da affrontare. Questa terapia risulta cruciale nel miglioramento della percezione del proprio corpo, ciò attraverso sedute che possano offrire alla persona una percezione realistica delle condizioni di normalità. 

      In caso di conclamata micropenia, un primo approccio è quello delle tecniche di elongazione fisioterapiche. Questa prende spunto dall’ortopedia, ed in essa vengono utilizzati strumenti quali il “vacuum device” ed estensori del pene. In tale modo il tessuto in trazione diventa la sede di una proliferazione delle cellule che permette l’aumento strutturale del pene. 

      Un approccio più estremo, invece, è quello della già citata Terapia chirurgica, che ha appunto lo scopo di aumentare le dimensioni del pene tramite appunto operazioni chirurgiche.

      Conclusioni

      Che sia un disagio nato dagli standard socioculturali troppo elevati, da mass media martellanti, da figure-icona irraggiungibili, o un disagio nato da problematiche fisiche vere e proprie, la dismorfofobia peniena, laddove vada oltre il semplice step evolutivo attraverso il quale ogni adolescente si ritrova a passare, risulta essere una condizione che può influire anche gravemente sulla vita di un uomo. 

      Dott.ssa Alessia Pullano
      Psicologa

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        Mobbing: quando l’altro ci Schiaccia

        “Vuoi ottenere la vera libertà? Rifiuta il mobbing ovunque esso di trovi, comunque venga suonato, profumato, vestito”

        Giacomo Jim Montana

        Il mobbing: di cosa si tratta

        Il termine “mobbing” è stato inizialmente introdotto dall’etologo Konrad Lorenz (1966) per indicare la condotta di quelle specie animali che, circondando un proprio simile, lo assalgono per allontanarlo dal gruppo. 

        Successivamente, soprattutto in ambito psicologico, l’espressione è stata adottata per riferirsi ad un insieme di comportamenti oppressivi e molesti messi in atto, nell’ambiente di lavoro, da parte dei responsabili e/o dei colleghi nei confronti di un singolo.

        La condotta aggressiva, che è sistematica e persistente, si struttura in una serie di calunnie, critiche, assegnazione di compiti svalutanti, spostamenti continui di posizione o molestie che portano la persona a vivere una situazione di vero e proprio terrore psicologico fino a mettere gravemente a rischio la sua salute psicologica e fisica.

        Si rileva che il tasso di prevalenza del fenomeno è di quasi il 50% negli Stati Uniti e dal 5% al 10% in Europa.

        Per quanto riguarda la situazione in Italia, il 4% della popolazione sembra essere coinvolta nel fenomeno che colpisce maggiormente il settore dell’industria e della pubblica amministrazione, seguiti dall’ambiente scolastico, dal settore sanitario e bancario. 

        Le caratteristiche peculiari

        Il fenomeno è definito da alcune caratteristiche oggettive e verificabili che devono essere attentamente considerate:

        – i comportamenti vessatori devono verificarsi solo nel contesto lavorativo e devono avvenire, con una frequenza variabile (ogni giorno fino a più volte al mese), per almeno sei mesi;

        – la situazione mobbizzante si configura come una limitazione della libertà di parola della persona, il suo isolamento dal gruppo, la variazione della sua mansione o posizione lavorativa, o come un’offesa alla sua reputazione;

        – si parla di mobbing orizzontale quando il mobber e la vittima hanno un pari livello all’interno del contesto lavorativo; verticale se il mobber occupa una posizione più elevata; strategico quando l’atteggiamento vessatorio ha come preciso obiettivo quello di estromettere la persona dal posto di lavoro;

        – sono molteplici le possibili motivazioni sottostanti al fenomeno: una pervasiva mancanza di rispetto delle regole, l’intento di punire l’individuo per un torto reale o percepito, convinzioni politiche o religiose contrastanti, avances sessuali non corrisposte, un tentativo di supplire a generali difficoltà di relazione.

        I protagonisti

        In una situazione di mobbing possono essere individuati tre attori, ognuno dei quali presenta particolari caratteristiche:

        – la vittima, ovvero la persona che subisce violenza, può essere descritta come capace di riconoscere l’ingiustizia con cui ha a che fare ma senza strategie efficaci per contrastarlo oppure come un individuo incapace di farsi rispettare, di dire “no” o particolarmente affabile. In altri casi, la vittima suscita l’invidia dei compagni di lavoro perché molto ambiziosa e determinata a mantenere alti livelli di prestazione oppure essa diventa bersaglio della loro rabbia e insoddisfazione poiché più debole;

        – i testimoni possono farsi coinvolgere dalla situazione e parteciparvi attivamente oppure esserne a conoscenza senza aderirvi in modo diretto ma neanche aiutando la vittima;

        – il mobber, ovvero colui che dà avvio ai comportamenti vessatori e li mette in atto in modo persistente al fine di minacciare l’autostima della vittima, ridurne il senso di efficacia e potere, suscitare in essa sofferenza e frustrazione oppure per acquisire potere ed autorevolezza e avanzare nella carriera. In alcuni casi le condotte oppressive sono messe in opera dall’azienda stessa al fine di diminuire o modificare il suo organico senza incorrere in problematiche di tipo sindacale. 

        I fattori predittivi

        Gli studi hanno portato alla luce alcuni elementi che, interagendo tra loro, si configurano come un terreno fertile per l’instaurarsi del mobbing. Questi fattori causali possono essere suddivisi così:

        individuali: tra le caratteristiche di personalità che sembrano rappresentare un elemento predisponente si riscontra l’intelligenza emotiva ovvero la capacità di comprendere e gestire le emozioni proprie ed altrui. In particolare, le vittime di mobbing sembrano possedere questa capacità in misura minore e questo aspetto si traduce in una serie di fraintendimenti e incomprensioni che via via possono portare a comunicazioni più aggressive. Inoltre, le persone oggetto di mobbing risultano essere, generalmente, meno socievoli e meno piacevoli agli occhi degli altri;

        sociali: un’ipotesi che negli ultimi anni si è fatta largo prevede che coloro che frequentemente assistono ad azioni aggressive e ad atti vessatori finiscono per non ritenerli più come inaccettabili e, anzi, soprattutto coloro che vogliono guadagnarsi la stima dei propri superiori, con più probabilità li imitano;

        organizzativi: incarichi squalificanti o comunque al di sotto delle competenze della persona, mansioni eccessive, non associate ad un’adeguata formazione o che non consentono di avanzare nella carriera. Inoltre, uno stile di leadership eccessivamente permissivo, che lascia troppa autonomia ai dipendenti, sembra favorire l’emergere di mobbing tra colleghi.

        Come si sviluppa? 

        Lo psicologo Harald Ege, uno dei principali studiosi del mobbing in Italia, sottolineando la dinamicità che caratterizza il fenomeno, ha proposto un modello che permette di evidenziare come, da una fisiologica situazione conflittuale, si struttura invece una vera e propria azione mobbizzante. Il modello prevede sei fasi:

        condizione zero: si configura in realtà come una prefase poiché riguarda una condizione, normalmente presente in un’azienda, di conflitto generalizzato che ogni tanto si manifesta con ripicche, discussioni ed accuse ma che non ha nulla a che fare con un intento sistematico e cristallizzato di distruggere l’altro;

        prima fase: il conflitto prima generalizzato diventa ora mirato ad un singolo individuo e gli attacchi, che coinvolgono anche la sfera personale e privata, hanno lo specifico intento di distruggere la vittima;

        seconda fase: la persona oggetto di mobbing inizia a percepire un aggravio nelle relazioni con i compagni di lavoro e a vivere la situazione con disagio e malessere;

        terza fase: iniziano a svilupparsi nella vittima i primi sintomi di psico-somatici (problemi digestivi, insicurezza, problemi a dormire);

        quarta fase: i sintomi si aggravano, configurandosi come vere e proprie manifestazioni depressive che portano la persona a ricorrere a farmaci e terapia senza tuttavia averne beneficio dato che la situazione lavorativa, causa del malessere, resta invariata. La sofferenza della vittima, strutturandosi man mano, si riflette in un maggior numero di assenze per malattia. Quest’ultime vengono superficialmente giudicate dai vertici come condotte lassiste che, portando la vittima ad essere ulteriormente stigmatizzata dai colleghi, ne aumentano l’isolamento e il vissuto di inadeguatezza;

        quinta fase: riguarda l’esclusione dall’ambiente di lavoro. La vittima, esasperata dalla situazione, lascia il proprio posto oppure l’azienda la esclude tramite licenziamento, trasferimento o prepensionamento. In casi estremi, la situazione esita nel suicidio della vittima.

        Le conseguenze

        L’instaurarsi di una situazione di mobbing può avere ripercussioni notevoli e drammatiche la cui portata dipende dalla durata, frequenza e intensità delle azioni vessatorie e dalla capacità della vittima di mettere in atto una risposta adattiva.  In generale comunque le conseguenze si manifestano a vari livelli: personale, famigliare e sociale, aziendale e sociale.

        Sul piano personale, si possono riscontrare effetti sia sulla salute fisica che su quella mentale:

        capogiri, mal di testa, svenimenti, disturbi dell’equilibrio;

        difficoltà nelle funzioni intellettive in termini di memoria e concentrazione;

        disturbi del sonno (incubi, insonnia, risvegli anticipati, interruzione del sonno);

        problemi nelle funzioni gastriche come bruciori di stomaco, vomito, diarrea, inappetenza, gastrite, nausea;

        dolori muscolari come cervicali, artriti, reumatismi;

        sintomi di nervosismo: palpitazioni, sudori improvvisi, agitazione, irrequietezza, bocca secca, difficoltà respiratorie, tremori o debolezza degli arti, nodo alla gola, pressione sul petto, reazioni aggressive e sproporzionate;

        sintomi depressivi: pessimismo, apatia, tendenza al pianto;

        altri disturbi psicopatologici: disturbo da stress post-traumatico, disturbi d’ansia e disturbo dell’adattamento.

        A livello famigliare e relazionale, il disagio vissuto dalla persona vittima di mobbing può tradursi in un maggior grado di conflittualità interna e nella sensazione sempre più invivibile di non sentirsi compresi. Questo aggrava ulteriormente il vissuto di solitudine esperito dalla persona, inducendola ad un progressivo ritiro dalle relazioni sociali. L’isolamento che ne deriva fa venire meno il supporto e il sostegno sociale proprio quando la persona ne avrebbe maggiormente bisogno.  

        Anche a livello organizzativo ed aziendale si riscontrano importanti effetti negativi: un calo dell’efficienza tra i dipendenti (circa il 60% in meno di produttività); un aumento del numero di infortuni e delle assenze per malattia (fisica e correlata allo stress) e maggiori errori nello svolgimento delle mansioni assegnate.

        Questi elementi, insieme al potenziale danno di immagine, ad un maggior numero di contenziosi e di danni all’erario, hanno inevitabilmente importanti ripercussioni economiche per l’azienda o l’impresa. 

        Infine, il fenomeno del mobbing mostra i propri effetti a livello della comunità nel suo insieme perché comporta un aumento della spesa sanitaria pubblica e, conseguentemente, un maggior carico fiscale per i contribuenti. Inoltre, come sottolineato precedentemente, uno degli effetti sul piano personale riguarda l’emergere di reazioni aggressive e sproporzionate da parte della vittima e queste possono, nel tempo, strutturarsi in vere e proprie condotte devianti ai danni dell’intera collettività.  

        Come riconoscerlo? 

        Ege (2002) ha messo a punto anche un test breve ed intuitivo grazie al quale, rispondendo categoricamente sì/no ad una serie di semplici domande, è possibile monitorare il proprio stato di benessere all’interno dell’ambiente di lavoro. 

        Questo autotest (reperibile gratuitamente online) non permette di stabilire con certezza se si è o meno vittime di mobbing, ma l’eventuale conferma che fornisce può rappresentare un primo segnale di allarme per cui richiedere una valutazione più approfondita da parte di un esperto. 

        Infatti, accertare la presenza di mobbing implica il riscontro di un’effettiva azione mobbizzante, la dimostrazione di un nesso di causalità tra quest’ultima e le eventuali patologie riportate dalla vittima e conseguentemente, tramite la definizione della capacità lavorativa residua, la quantificazione del danno.

        A tal fine è necessaria un’attenta e dettagliata valutazione che prevede l’analisi della documentazione disponibile; un colloquio clinico che includa l’utilizzo di test diagnostici e porti alla definizione di una diagnosi psicopatologica; una stima dei rivolti negativi della vicenda sulla qualità di vita della persona e sul suo benessere e la formulazione di un giudizio prognostico a breve e lungo termine.

        Prevenzione del fenomeno

        Considerato l’impatto e la prevalenza del fenomeno negli ultimi anni, appare utile presentare alcune azioni utili ad anticipare e prevenire l’emergere di situazioni di mobbing. Si evidenziano tre possibili tipologie di interventi preventivi:

        primari ovvero tesi a evitare, o ridurre al minimo, l’esposizione ai fattori che portano ad un maggior rischio di mobbing: la formazione dei responsabili e dei dipendenti su concetti quali il benessere organizzativo, il mobbing, le abilità emotive e relazionali utili nell’ambiente lavorativo, lo stress; la presentazione dei codici di comportamento e delle buone prassi che sono finalizzate a tutelare la dignità delle donne e degli uomini ed a garantire a tutti i lavoratori un ambiente di lavoro sereno;

        secondari ovvero interventi di sorveglianza che permettano di individuare le situazioni a rischio e quelle di mobbing;

        terziari: azioni messe in atto in situazioni in cui è già conclamata la presenza di una situazione di mobbing e che quindi hanno la finalità di favorire il recupero della salute psicofisica dei singoli lavoratori, del gruppo di lavoro e dell’azienda nel suo insieme attraverso l’istituzione di centri di ascolto sindacali e specifici interventi psicologici e legali.

        Riflessioni conclusive

        Come abbiamo visto, il mobbing rappresenta un particolare fenomeno di natura relazionale e comunicativa che, protraendosi nel tempo, può avere gravi ripercussioni sulla salute fisica e mentale del lavoratore così come notevoli conseguenze per l’azienda e per la comunità nel suo insieme. 

        Risulta quindi importante conoscere il fenomeno e le sue caratteristiche in modo da poterlo riconoscere, e quindi contrastare, tempestivamente, al fine di evitare il cristallizzarsi di situazioni di grave disagio e patologia. 

        A questo proposito è di fondamentale importanza parlare di mobbing sul posto di lavoro.

        Parlarne e confrontarsi infatti permette, nel singolo caso, di porre fine alla situazione di terrore e malessere vissuta dal lavoratore, ma rappresenta anche un esempio importante di coraggio per coloro che fino a quel momento hanno scelto di tacere (magari per paura di perdere il posto di lavoro) così come un monito per l’intera collettività. 

        Dott.ssa Alessia Pullano
        Psicologa

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          Psicologia del Tradimento

          In questo articolo analizzeremo la psicologia del tradimento.

          Il nostro ideale di coppia

          Nell’immaginario di quando si è fanciulli c’è soprattutto per le ragazze l’incantevole principe azzurro.

          Da adulti poi quando ci si innamora e si dà il via ad una relazione di coppia, nella mente si iniziano a prospettare degli scenari che non sono altro che i nostri desideri. 

          Si pensa all’indissolubilità della coppia, al famoso “per sempre”, si pensa a creare una propria famiglia, si pensa quindi alla stabilità del rapporto in cui come nelle favole il finale è: “e vissero felici e contenti”.

           Alcune volte però si fanno i conti con la realtà, che ci prospetta una relazione di coppia assai diversa, fatta di alti e bassi, dove tutta questa stabilità è solo professata, dove invece gli equilibri sono precari. 

          A infrangere ancor di più i nostri sogni c’è la scoperta che non esiste il principe o la principessa azzurra, anzi cosa ancor più grave si scopre il tradimento, il bisogno di ricercare fuori dalla coppia tanto desiderata l’appagamento dei propri istinti.

          Cosa significa tradire ?

          L’etimologia della parola tradire significa dedicarsi ad un altro.

          Spesso però nella nostra mente il termine ci riporta subito al tradimento del partner quindi all’interno di una relazione amorosa ma il tradire è un contenitore ben più ampio. 

          Ci possono essere tradimenti tra colleghi di lavoro, tra parenti, tra amici. Il tradimento quindi presuppone che ci sia un qualche tipo di relazione e più questa è colorata da emozioni, da affetti, più il tradimento assume valore, peso, importanza.

          Qui si prenderà in esame il tradimento all’interno di un rapporto di coppia, si cercherà di capire quali siano i motivi che portano una persona a tradire, quali siano le dinamiche di coppia e cosa succede all’interno del rapporto fra le parti.

          Perché si tradisce ?

          In un rapporto di coppia, come anche all’interno della società, esistono delle norme che non sono scritte ma fanno parte della consuetudine, della cultura, e la norma che stabisce di non tradire fa parte proprio di quest’ultima forma. 

          Si sente il peso del tradimento infatti proprio in quanto esiste un codice, in questo caso morale che viene violato, e quindi l’atto di tradire assume valore e rilevanza.

          In altre culture invece dove esiste e viene praticata la poligamia, il tradire, il dedicarsi ad un altro non ha nessun valore in quanto la norma condivisa implica questo passaggio di dedizione nei confronti di più persone.

          Nelle coppie occidentali però i due partner stabiliscono un tacito accordo che si basa sul rispetto e la fiducia e in cui il tradimento proprio non è contemplato anzi, è e deve essere scongiurato, non rientra nel codice morale, nella cultura di riferimento.

          Ma quando ciò invece accade allora si dà avvio al fallimento delle aspettative, della fiducia, del rispetto, la coppia ne viene fortemente provata e a volte, il più delle volte direi, non regge, si sfalda, scoppia.

          La coppia quando si forma si crea delle aspettative, ma può capire durante il cammino che i bisogni siano disattesi, vengono meno alcuni dei presupposti che avevano portato alla sua nascita e da rapporto felice si trasforma in sofferenza, in disagio, e la relazione diventa una prigione.

          Spesso l’arrivo di un figlio cambia le dinamiche familiari.

          La donna è sempre più presa nel suo ruolo di madre, un ruolo che all’inizio è esclusivo con il figlio, l’altro partner, pur essendo anche lui diventato genitore spesso ne viene quasi escluso.

          Le attenzioni che prima gli erano rivolte in modo esclusivo, ora sono da dividere con il nuovo “arrivato”, anzi addirittura il piccolo riesce a catalizzare tutta l’attenzione su di sé. 

          L’uomo subisce una ferita narcisistica che deve essere “riparata”, ecco allora che si ricercano le attenzioni di un tempo e quando queste non possono essere date all’interno della propria famiglia, la ricerca si sposta fuori, dando il via all’altà infedeltà.

          Altre volte si può tradire semplicemente per noia. Con il passare del tempo, spesso la coppia entra in un ciclo di routine che può portare a “stancare”,  a non provocare più le sensazioni iniziali di euforia.

          Il tempo porta con sé anche un altro cambiamento, l’amore diventa più “maturo”, più consapevole, e tutta la passione iniziale si affievolisce. In un certo senso la maturità raggiunta porta a distanziarsi dal partner, a richiedere sempre più spazi in cui non ci sia la presenza dell’altro. 

          Altre volte il tradimento maschile può avvenire per ristabilire un suo arcaico bisogno di sicurezza sulla propria mascolinità. Ma il tradimento non è solo una prerogativa maschile anche le donne tradiscono per la stessa tendenza degli uomini che in questo caso può essere definita seduttività.

          Ci sono casi in cui si tradisce perché è finito l’amore ma non si ha il coraggio di ammettere il fallimento e allora si rimane e si sopporta  un rapporto vuoto, sterile, accettandolo quasi come una punizione per non essere stati in grado di “far funzionare le cose”, e poi si ricerca quello che non si ha più, per poter ritornare ad essere vivi, per provare le emozioni di un tempo.

          Come abbiamo visto di motivi per cui trovare una scusa per sentirsi legittimato a tradire ce ne sono tanti, si potrebbe continuare all’infinito, ma a dire il vero ciò che è presente in tutti queste motivazioni è la ricerca di essere al centro dell’attenzione di qualcuno, di essere riconosciuto, di sentirsi importante per qualcuno per scongiurare l’anonimato affettivo.

          Quali sono le motivazioni psicologiche che si nascondono dietro ad un tradimento?

          Le ragioni psicologiche che possono portare al tradimento sono diverse a seconda della fase di vita che si sta attraversando. 

          Nel periodo adolescenziale il tradimento potrebbe rappresentare un tentativo di affermazione della propria libertà, della propria autonomia. L’adolescente si trova in una fase evolutiva in cui la parola chiave è sperimentare.

          Si sperimentano le prime uscite da casa da soli, le prime amicizie, i primi amori ed anche le prime relazioni sessuali. 

          Tradire la propria ragazza o ragazzo potrebbe rappresentare una gratificazione narcisistica che conferma il suo valore, il suo fascino, la libertà di fare ciò che vuole e quindi divincolarsi anche da quel modo “arcaico” di gestire le relazioni, in realtà è un modo di essere in contrasto con i genitori, con le loro idee, insegnamenti per l’affermazione della propria identità.

          Nella prima età adulta il tradimento può rappresentare una modalità di fuga interiore da quelle che sono le responsabilità assunte dalla formazione del nuovo nucleo familiare. 

          Mentre quando l’adulto si avvia verso la maturità, il tradimento può rappresentare un bisogno inconscio di prolungare il periodo giovanile, il non voler accettare l’idea che la vita vissuta sia in percentuale maggiore rispetto a quella che rimane ancora da vivere.

          Il tradimento assume quindi una gratificazione narcisistica di conferma di questo suo poter dare ancora tanto.

          Quali sono i sintomi di un possibile tradimento?

          Quando si tradisce si mettono in atto dei comportamenti che sicuramente sono diversi per ogni individuo ma ci sono dei cambiamenti nel comportamento che sono più prevedibili rispetto ad altri e possono essere presi come indicatori di un qualcosa su cui conviene prestare l’attenzione.

          Per tenere in piedi una relazione si ha bisogno di tempo per incontrarsi, per stare insieme, ecco allora che gli “impegni di lavoro” del traditore aumentano.

          Le riunioni di lavoro diventano più frequenti, gli straordinari aumentano e poi ci sono le cene di lavoro.

          Tutte scuse incontestabili da fornire al partner.

          A volte lo pseudo traditore inizia a essere più taciturno, ad essere più permissivo alle richieste dell’altra persona soprattutto quando queste implicano più autonomia.

          Altre volte, al contrario, diventa più loquace e quando quelle rare volte è in casa, è anche disponibile nell’aiutare, cosa che prima era un qualcosa di impensabile.

          Il “traditore”/ce addirittura può arrivare a fare dei regali, ad avere mille attenzioni.

          Può capitare che nella coppia cala il desiderio sessuale.

          Un calo che con il passare degli anni potrebbe essere fisiologico ma a volte invece può, soprattutto se è improvviso, nascondere un tradimento.

          Un cambiamento che accomuna tutti, ed è il più visibile, è la cura del proprio aspetto fisico.

          Si inizia a curarsi di più, a passare più tempo davanti lo specchio per cercare di capire cosa si potrebbe migliorare, e allora spesso si inizia con l’attività sportiva, con diete improvvisate per riappropriarsi della forma fisica che con gli anni qualche piccolo cedimento ci può essere stato. 

          Le donne iniziano a tenere ancora di più ai capelli, sperimentando nuovi look, e il make up ora diventa un elemento indispensabile anche quando si deve scender giù a buttare i rifiuti.

          L’armadio diventa come il deserto, è necessario rinnovarlo per essere sempre al top.

           C’è un elemento poi di cui proprio non si può fare a meno, il cellulare che diventa il proprio prolungamento non è ammissibile lasciarlo neanche quando ci si va a fare la doccia.

          Altre volte invece iniziano i litigi, magari si litigava anche prima, ma alcuni individui quando vivono una storia di infedeltà litigano con maggiore frequenza perché iniziano a criticare di più il partner, a volte anche a umiliarlo per l’aspetto fisico, o le pulizie di case non fatte bene, ecc..In realtà criticano e litigano con la loro insoddisfazione identificando nell’altra persona tutto il loro malessere, il loro disagio.

          Tutti questi “sintomi” sono solo indicativi, può infatti succedere che la persona stia passando un periodo di particolare stress al lavoro o abbia subito qualche perdita per cui può momentaneamente “ritirarsi” dalla relazione per stare con se stesso cercando di canalizzare tutte le energie disponibili in quel momento in ciò che gli sta procurando un disagio.

          Quali effetti produce sulla coppia il tradimento?

          Prima di parlare degli effetti che il tradimento può avere sulla relazione di coppia bisogna capire se la persona tradita sia al corrente o meno dell’infedeltà dell’altro partner, gli effetti infatti possono essere diversi a secondo appunto la consapevolezza di questa notizia.

          Quando il partner è ignaro di essere stato tradito può capitare che apparentemente la coppia ne possa trarre anche dei risvolti positivi.

          Si è infatti detto prima che alcuni “traditori” in questi periodi si dimostrano più affettuosi e disponibili con le loro compagne e anche l’intimità ne trae giovamento, il problema nasce quando il partner ne viene a conoscenza, lì il discorso cambia.

          Il tradimento porta con sé la rottura di una promessa.

          Si infrange un sogno, l’idea che ci si era fatti del principe azzurro che ora assume una connotazione umana anzi forse ancora mistica ma si sposta l’asse dall’angelico al demoniaco.

          Subire un tradimento è un atto distruttivo che destabilizza.

          Tutto ciò che si provava prima viene a mancare: dalla fiducia, al senso di protezione, alla sicurezza. L’amore si può trasformare nel suo antagonista e diventare odio, disprezzo. 

          Può addirittura portare ad un senso di vendetta, ma tutto questo, tranne in casi limite, sono emozioni che si provano all’inzio quando si è scoperti di essere stati traditi. 

          Dopo il tradimento quale decisione prendere? 

          Quando si elabora il tutto due sono le alternative possibili: continuare a tenere in piedi la coppia o dividere le proprie strade.

          Non c’è una decisone migliore di un’altra da prendere, tutto dipende da una serie di riflessioni che vanno fatte e non certo quando “il sangue ribolle nelle vene”, ma con tutta calma, in tranquillità, solo così si potranno vagliare le possibili soluzioni.

          E’ importante parlare con il proprio partner e capire quali siano stati i motivi che lo hanno portato a cercare al di fuori nuove sensazioni ed emozioni. 

          A volte le “colpe” non sono tutte inscrivibili ad una sola persona, la coppia è fatta da una diade e a volte qualche responsabilità si ha da entrambe le parti, con questo certo non sto giustificando il tradimento, però è evidente che il tradimento sia soprattutto una mancanza di comunicazione.

          Se si impara a dialogare di più, e anche ad ascoltare forse un po’ di sofferenza può essere evitata. 

          Di emozione si vive e per questo può essere oggetto di discussione, invece molto spesso si ha paura di esternarle, di parlarne.

          Un piccolo consiglio

          Avere una comunicazione che sia efficace ed efficiente non è scontato ma si può porre rimedio mediante percorsi di coppia con degli specialisti.

          Parlare ad una persona competente che ha degli strumenti per comprendere le dinamiche che si sono create all’interno di una relazione tra due persone non può che essere utile. 

          Lo psicologo/psicoterapeuta potrebbe fornire nuovi modi di vedere le cose, nuove possibilità.

          Permetterebbe l’elaborazione dei vissuti sia all’interno della diade che i vissuti personali.

          Comprendere i motivi reali che hanno indotto una persona a tradire da un lato e dall’altro ad essere tradito è un atto necessario quando si vuole ricostruire un rapporto.

          Già il fatto di capire che si ha bisogno di un professionista e poi di intraprendere un percorso è un fattore predittivo che può far sperare nella rinascita o meglio nella riscoperta di quelle emozioni che per un po’ di tempo sono state sopite. 

          Alla fine quindi il consiglio che potrei dare è di non prendere decisioni avventate ma valutare l’ipotesi di chiedere aiuto, alla fine un tempo si era stati felici!!!

          Vorrei chiudere con un pensiero di Paulo Coelho: “Chi ama riesce a vincere il mondo, non ha paura di perdere nulla. Il vero amore è un atto di totale abbandono”.

          Dott.ssa Alessia Pullano
          Psicologa

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            Non riesco a Dimagrire: Cause Psicologiche

            In questo articolo analizzeremo le cause psicologiche legate al non riuscire a dimagrire.

            “Riuscire a mantenere la mia battaglia di una vita per tenere il peso sotto controllo, mi è stato possibile applicando il metodo di trattare me stessa così  come io tratto gli altri in ogni situazione.”

            Oprah Winfrey

            Non Riesco a Dimagrire

            Nel corso della propria vita, ognuno di noi ha cercato di fare una dieta.

            Spesso ci si è affidati semplicemente alle nostre conoscenze su quali fossero i cibi da eliminare o da mangiare, facendo quindi piani alimentari “fai da te”, altre volte si è fatto affidamento a diete “miracolose” trovate su qualche rivista o suggerite da qualche conoscente, altre ancora ci si è affidati ai professionisti. 

            Tante le prove ma pochi risultati.

            Funzionano solo all’inizio ma poi l’ago della bilancia ritorna inevitabilmente al punto di partenza e qualche volta schernendoci dei tanti sacrifici fatti aggiunge qualche linea in più evidenziando ulteriormente il nostro fallimento. 

            Alla fine la frase che si sente pronunciare è sempre la stessa “Non riesco a dimagrire, eppure non mangio nulla”. Ma sarà proprio così? 

            Di cosa c’è bisogno per decidere di fare una dieta ?

            Sicuramente l’aver fatto molte diete ha permesso alla persona di documentarsi circa le calorie che contiene ogni alimento, leggendo magari i valori nutrizionali posti sui prodotti, trovando qua e là articoli sul funzionamento del metabolismo, su possibili cause fisiche legate a malfunzionamento ad esempio della tiroide o sugli scompensi ormonali.

            Si cerca insomma una causa che sia esterna ma raramente si mette in discussione che invece la causa sia proprio interna a noi. 

            A volte il problema del sovrappeso può essere determinato effettivamente da cause fisiche di tipo ormonale, endocrinologico, dovute a qualche cura farmacologica, ma una base psicologica c’è sempre. 

            Decidere di fare una dieta non è solo un atto volitivo ma i fattori che devono entrare in gioco sono diversi.

            Si ha bisogno di una forte motivazione, certo, di una forte volontà, ma è importante capire che cosa porta a mangiare più di quanto il nostro corpo necessita, soprattutto se veramente si è pronti a mettere in discussione noi stessi e l’ambiente che ci circonda.

            Partendo proprio dall’ambiente, la società ci impone (e ciò è totalmente sbagliato per le motivazioni che ne sono alla base) di essere magri eppure siamo bombardati dalla presenza di pietanze succulenti sia in Tv che su cartelloni pubblicitari, sui giornali, ovunque insomma!

             L’avere qualche chilo in più sembra un reato.

            Ovunque la persona si giri, c’è sempre qualcuno che le ricorda come ha “sfiorato i canoni” che vengono richiesti.

            Anche comprare un semplice abito diventa fonte di frustrazione, c’è sempre una commessa pronta, con uno sguardo sprezzante a farci sentire inadeguati, come dei “mostri da baraccone” che devono essere messi alla berlina. 

            Viene chiesto di essere normopeso e poi continuano a dare rinforzi positivi che ci fanno comportare come i cani di Parlov, al richiamo dello spot ecco che si scatena la salivazione alla bocca.

            Proprio per resistere a tutto questo la nostra motivazione deve essere altissima e partire dal profondo. 

            Quali sono le motivazioni che spingono a mangiare ?

            Ci si dovrebbe porre nella mente una serie di domande: “Perché mangio così tanto? , Che cosa voglio colmare con il cibo? Chi rappresenta il cibo per me? Sono questi gli interrogativi che bisogna porsi prima ancora di iniziare una dieta.

            Le risposte dovranno essere le più sincere possibili, non avrebbe poi tanto senso mentire a noi stessi! 

            C’è sempre un motivo dietro ogni abbuffata.

            Le cause psicologiche possono essere dovute a stress, ci si sente ad esempio sotto pressione per un’interrogazione, un esame all’università, per un carico di lavoro eccessivo,  perché i colleghi sono insopportabili, o perché, al contrario, si è in cerca di lavoro e non lo si trova. 

            La solitudine potrebbe costituire un’altra motivazione, alcune volte pur stando tra tante persone si è soli, e questo lo dimostrano anche gli innumerevoli accessi che si fanno sui social, lo slogan che rappresenta questa situazione potrebbe essere: “ Tutti insieme ma soli”, poi c’è la noia, altro elemento da tenere in considerazione.

            Paradossalmente siamo bombardati da stimoli su cosa si potrebbe fare per passare il tempo eppure non si è in grado di scegliere, ci si rifugia nelle solite attività ripetitive fatte ormai solo per automatismo senza alcun interesse e questo porta alla noia e allora?

            Meglio spizzicare qua e la qualcosa, un tarallino, due patatine, una caramella, qualche gomma da masticare, l’unica parte di noi che le resiste sono le mandibole sempre in movimento. 

            Altre volte le motivazioni che spingono a mangiare sono un po’ più profonde: si ha la necessità di spostare l’attenzione da ripetuti maltrattamenti subiti sia nelle mura domestiche che fuori, oppure il fattore scatenante diventa la fine di una relazione, la perdita di una persona cara, ci si sente sopraffatti dall’ansia, da un senso di oppressione che il cibo può calmare. 

            Si potrebbe continuare all’infinito nel trovare possibili cause. 

            Chi o Che cosa rappresenta il cibo ?

            Come già si è detto sopra, molte persone hanno provato a fare delle diete ma poi sono state puntualmente abbandonate. 

            Le motivazioni hanno tutte lo stesso minimo comune multiplo: si mangia perché mangiare fa star bene!

            Almeno così sembra, in realtà si entra in un circolo vizioso a cui è difficile sottrarsi proprio per la facilità con cui si può reperire.

            Spesso il cibo rappresenta un amico fedele.

            Sempre presente, come ci si aspetta da un buon amico.

            Si è tristi e allora si mangia una buon gelato, una buona barretta di cioccolato, un bel pezzo di torta, ed ecco ci sente meglio, l’amico è stato in grado di calmarci, di farci stare bene, ma dopo solo poco tempo quel senso di vuoto inizia nuovamente a farsi sentire, a diventare soffocante e allora si ha ancora bisogno del compagno fedele, si riapre la credenza e si ricomincia.

            Senza che ci si renda  conto i chili sulla bilancia salgano, e più aumentano, più si lievita, più si mette una distanza tra noi e il mondo. 

            Si assume quindi cibo come mezzo di protezione tra il mondo esterno che viene percepito come minaccioso, pericoloso e il nostro mondo interno così delicato e sensibile da non tollerare tutta questo male. 

            Ma in realtà più si ingrassa e più si permette a questo vuoto di divorarci, non ci si rende conto che oltre ad acquistare peso si acquistano anche delle lenti sempre più spesse che fanno guardare il mondo con occhi paranoici, dove la società appare perversa e  quindi bisogna trovare il modo di difendersi.

            Può anche rappresentare un mezzo per poter fare “gruppo”, aggregarsi.

            I pranzi con la famiglia, gli aperitivi o le cene con gli amici, le colazioni con i colleghi di lavoro, le feste.

            Tutte occasioni “sociali” per mangiare e dove certamente il computo delle calorie è l’ultima cosa che interessa, in quel momento si pensa a stare con gli altri, a parlare, ridere, scherzare e soprattutto a mangiare in modo sproporzionato senza tenere conto che solo poche ore prima si era stati un qualche altro luogo, con altri compagni a ripetere il rituale.

            Altre volte rappresenta un fattore culturale.

            Non è infrequente, soprattutto da piccoli sentir dire che un bel bimbo paffuto sia bello da vedere a dispetto di uno magrolino, gracilino, che fa pensare che sia malato.

            Soprattutto le nonne (e che non me ne vogliano), incitano le giovani madri a dar da mangiare ai nipotini. Ogni strillo di pianto è buono come pretesto per ingozzare il bimbo!

            A volte sono anche le stesse mamme che prese dai loro innumerevoli impegni lasciano questi bambini a poltrire su un sofà guardando la Tv o a giocare ai videogiochi con un bel po’ di “cibo spazzatura” a tenerli compagnia sostituendosi alla loro presenza, così le leccornie assumono il posto vacante dalla mamma sostituendosi alla sua figura. 

            Il cibo può anche rappresentare un modo per ricercare l’attenzione proprio dalle figure di attaccamento.

            Le madri, a causa dei loro vissuti, possono essere particolarmente ansiose e comportarsi in modo ambivalente nelle risposte con i propri figli.

            Questa incertezza può portare i ragazzi prima e i futuri adulti poi, a sviluppare un senso di disorientamento, di insicurezza che gli porta ad usare l’assunzione di cibo per richiamare l’attenzione materna. 

            Il cibo è oralità, si ingurgita nel proprio corpo ciò di cui si sente la mancanza. Si indossa una zavorra in modo da far rimanere stabili su una base e respingere il vento della precarietà affettiva che si è sempre percepito soffiasse sopra le proprie teste.

            Problemi di Proporzioni

            Nella mia esperienza di clinico ho rilevato anche un altro aspetto che spesso afflige coloro che hanno problemi di peso.

            I colloqui iniziano sempre allo stesso modo: “Dottoressa, ho fatto tante diete ma con me non funzionano, eppure mangio pochissimo, meno di un bimbo”. 

            Durante l’anamnesi raccontano che mangiano pochissimi carboidrati, pochissime proteine, poca frutta, insomma dai loro racconti dovrebbero addirittura avere delle carenze alimentari eppure non è così.

            Dopo i vari tentativi di convincermi che effettivamente non mangiano spesso chiedo di mostrarmi con le mani quanto riempiono un piatto di pasta, e di qui che il  loro corpo inizia a smascherare l’idea che si sono fatti di “quel poco”, le mani le tradiscono facendo emergere il vero problema: le proporzioni. 

            Alla fine pian piano la verità inizia a venir fuori, ciò che per loro è poco per altri è tanto o quanto meno è più della giusta quantità.

            Ma queste persone, come già è stato detto prima, hanno la necessità di introdurre quel di più per permetterli di essere riconosciute e di essere calmate dall’ansia che le divora.

            Iniziano a parlare dei momenti in cui si sentono sopraffatte dai sentimenti e così compulsivamente introducono cibo nel proprio corpo come effetto placebo, è a tutti gli effetti un calmante, che a differenza di altre “medicine” non ci vogliono prescrizioni mediche, lo si trova con facilità e le controindicazioni (peso in aumento) con una buona dose di volontà si possono eliminare. 

            Purtroppo non è così, perché questa gratificazione momentanea ci rende sempre più dipendenti, e come si sa le dipendenze sono dure da combattere. 

            Quando si usa questo termine “dipendenza” si pensa automaticamente all’uso di droghe o di alcool come se il termine fosse stato coniato solo per loro e invece sta proprio qui l’errore.

            Il dipendere o “l’essere condizionato da” può essere riferito anche all’assunzione di cibo. Anzi a dire il vero, in questo caso diventa un “mostro” ancora più infido proprio grazie alla sua facile reperibilità, al fatto che esso sia sempre posto sotto il nostro campo percettivo.

            Come affrontare il problema

            Quando c’è un problema la prima cosa da fare certamente è quello di riconoscere che esso esista, e questo non è poi così automatico. 

            Il secondo passo da fare è quello di capire quanto questo disagio sia presente nella vita e quanto esso sia invalidante.

            Va chiesto un aiuto ad un professionista che in questo caso non dovrebbe essere una solo figura ma una equipe perché da come si è potuto notare prima, il problema del peso è multifattoriale dove possono entrare in gioco variabili ormonali, endocrinologiche insieme a variabili psicologiche.

            Certamente l’affermazione latina “mens sana in corpore sano” è vera,  e allora anziché sperare che ci venga un’illuminazione dall’Alto e “Orandum est ut sit mens sana in corpore sano” (Bisogna pregare affinché ci sia una mente sana in un corpo sano), questa preghiera va rivolta all’interno, alla propria volontà, alla propria motivazione, alla propria capacità di doversi e volersi rimettere in gioco per combattere i propri nemici neutralizzandoli, portandoli fuori dal nostro corpo divenuto ormai tossico. 

            Ci vuole un’azione di epurazione dalle tossine che hanno avvelenato il corpo.

            Alla fine del percorso non si uscirà solo più magri, un fisico più snello diventerà la rappresentazione della leggerezza che sarà presente dentro di noi, quelle lenti “paranoiche” indossate fino a quel momento si trasformeranno in lenti con cui vedere tantissimi nuovi colori, un arcobaleno che prima era stato ingrigito da quegli sguardi persecutori che la nostra mente percepiva.

            Affidarsi ad una buona equipe significa mettersi nelle mani di persone che capiscono il problema e che non giudicano. Chiedere aiuto è un segno di grande coraggio, di una grande forza. 

            Decidere di cambiare è un atto d’amore verso se stessi e questo è proprio il punto di partenza, ritornare ad amare prima il nostro essere per poi amare gli altri.

            Non bisogna essere perfetti, né magri per gli altri, la necessità di perdere peso deve essere una scelta salutare, un bisogno fisiologico per stare meglio, deve essere la scelta di uno stile di vita non una imposizione solo così la battaglia sarà vinta.

            Dott.ssa Alessia Pullano
            Psicologa

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              Mania di Controllo

              In questo articolo analizzeremo la mania di controllo, come riconoscerla e vincerla.

              “Tutto quello che non riesci a controllare ti sta insegnando a lasciar andare.”

              Jason Kiddard

              Mania di Controllo: Cos’è ?

              Ognuno di noi ha diversi modi di reagire agli stress quotidiani, alle difficoltà, alle incertezze della vita mettendo in atto diverse modalità di comportamento che siano funzionali a contenere tutto questo “magma” emotivo  che deriva dal quotidiano, un “tentativo di prevenire l’imprevedibilità e la variabilità del comportamento altrui e delle situazioni”. 

              Una modalità messa in atto da alcune persone è la mania di controllo.

              L’individuo è portato ad esercitare un ipercontrollo quando si trova in situazioni che sente sfuggirli di mano come possono essere i momenti di difficoltà o di incertezza, questo esercizio di ipervigilanza viene anche esperito mediante il comportamento che diventa “asfissiante” nei confronti delle altre persone.

              La mania di controllo quando è eccessiva e pervasiva può assumere forme patologiche e diventare un vero e proprio disturbo di personalità con caratteristiche ossessivo – compulsive,  portando inevitabilmente a problematiche nella sfera sia emotiva, affettiva che lavorativa dell’individuo. 

              Come si manifesta?

              Una delle caratteristiche di manifestazione della mania di controllo è la difficoltà per la persona di vivere con serenità situazioni che percepisce incerte. Vive costantemente con la paura di commettere errori, sente su di sé un carico eccessivo di responsabilità. 

              La persona ha bisogno di essere costantemente rassicurata, è incapace di lasciare qualcosa al caso, tutto deve essere pianificato, studiato nei minimi particolari, deve essere insomma tutto perfetto e per far questo è necessario non delegare agli altri, non dare fiducia a nessuno ma essere l’unico in grado di far bene, di gestire la situazione. 

              La persona spesso si dimostra intransigente, non riesce a valutare opinioni o modi di fare altrui. E’ perfezionista, assume comportamenti di rigidità e di distacco.

              Questa modalità viene riportata anche nelle relazioni amicali e amorose. Non è infatti infrequente che il soggetto eserciti forme di controllo anche sul proprio partner.

              A volte questa necessità viene esercitata con modalità persecutorie, svalutanti, si cerca di sminuire l’autostima del proprio partner in modo che rimanga assoggettato al proprio controllo. 

              Cerca in modo compulsivo di fare ordine, di prevedere tutto, di non essere mai colto di sorpresa, impreparato. Tutto questo costituisce un bisogno interiore che nulla a che fare con il senso di responsabilità e di dovere.

              Come riconoscerla ?

              Non è per nulla semplice riconoscere quando una persona è vittima della difficoltà di gestire con serenità la propria vita.

              Nell’ambito lavorativo per esempio sono persone molto efficienti, precise, meticolose, sempre pronte e disponibili con tutti, non si tirano mai indietro nel lavoro, sono quindi dei soggetti su cui si può contare, su cui fare affidamento.

              Sono tutte caratteristiche che possono sembrare in apparenza positive, avere un collega sempre pronto e disponibile che a volte fa addirittura il lavoro che dovremmo fare noi è come vincere un terno a lotto, ma in realtà questa disponibilità nasconde altro.

              Nasconde un bisogno incontrollabile di dover gestire tutto perché non si riesce a delegare, a lasciare che le cose non siano fatte nel modo giusto o in tempi più lunghi.

              Non ammettono la possibilità che gli altri svolgano i loro compiti al meglio perché li ritengono incapaci e allora ecco che sono sempre lì pronti per rendere tutto perfetto. 

              Anche nelle relazioni amorose l’apparenza di una rapporto perfetto, nasconde insicurezze, incertezze che devono essere “gestite”, e allora si mettono in atto azioni di controllo.

              All’inizio si gratifica il partner, si cerca di essere sempre presente nella sua vita, di accompagnarlo nelle uscite, di fare qualsiasi attività insieme, dalla spesa fino a fare jogging, e nei momenti in cui si è lontani ecco che arrivano gli sms, i messaggi su whatsapp, dove si possono fare le videochiamate e quindi vedere anzi meglio dire “controllare” dove effettivamente sta in quel momento la persona amata. 

              Inizialmente fa piacere ricevere tutte queste attenzioni, e il partner ne è felice, lo percepisce come una forma di amore, di essere al centro dell’attenzione. 

              Questo fa piacere soprattutto alle donne, vedono queste modalità di attenzione come forma di un innamoramento assoluto, di certezza, ma dopo, nel lungo periodo, tutto assume un altro significato.

              Ecco allora che tutte queste attenzioni diventano esagerate, soffocanti, asfissianti, e allora si chiede di allentare un po’, di avere i propri spazi, ma difficilmente la persona con mania di controllo accorda queste nuove richieste. Non sarebbe in grado di tollerarne l’angoscia. 

              Iniziano così i  “rinfacci” con frasi: “ho fatto tutto per te”, “sei al centro del mio mondo”, “Per te ho rinunciato alle mie passioni”, ecc. ecc ,. 

              Frasi che dovrebbero farci sentire in colpa, che ci mettono nella condizione di pensare che forse effettivamente  il nostro partner ha ragione e che ci ha dato dimostrazione del suo amore e allora siamo pronti a venire nuovamente a patto con le nostre esigenze, di contro, quello che in realtà è successo, è l’esercizio ripetuto di una forma di controllo, dove l’unica cosa ad essere cambiata è la modalità, questa volta si è fatto leva sui sensi di colpa dell’altra persona.

              Quali sono gli effetti psicologici?

              A livello psicologico manifestare un bisogno di controllo aiuta a mantenere l’immagine ideale di sé. Quando si ha la difficoltà di controllare il proprio mondo interno allora si cerca in tutti i modi di spostare l’attenzione e di controllare il mondo esterno come possibilità di equilibrio e di riscatto. 

              Operare questa azione di ipercontrollo sugli eventi e sulle cose diventa un tentativo di rimedio simbolico rispetto a tutte quelle situazioni in cui si è percepito di non averlo. 

              Ma paradossalmente il tentare di non perdere ciò che si ha, fa invece perdere la spontanietà, la voglia di imbattersi in nuove esperienze, fa perdere anche la capacità di adattamento. 

              La persona si fa prendere dall’ansia generata dal fatto che le cose possono andare in modo differente da come le si è programmate. Ci si sente spiazzati, insicuri nel non sapere come andranno gli eventi, ed ecco che inizia la paura. E allora quale potrebbe essere la soluzione?

              Bloccare! Bloccare la propria creatività, le proprie esperienze, le proprie emozioni. 

              Eppure si continua a percepire quel senso di colpa, di inadeguatezza, a sentirsi perennemente insoddisfatti e allora ecco che bisogna ricercare la perfezione che non può essere mai raggiunta per l’elevato senso di autocritica che si rivolge a se stessi e ciò non fa altro che minare anche la propria autostima. Più le cose non vanno nel senso desiderato, non sono perfette, più non si è in grado di essere apprezzati, di valere qualcosa. 

              Quali sono le cause?

               I motivi scatenanti all’origine della mania di controllo possono essere tanti. Alla base del senso di inadeguatezza percepito ci potrebbe essere la possibilità di aver ricevuto un’educazione rigida, in cui i genitori pretendevano molto dai propri figli ed erano pronti a svalutarli quando si presentava l’occasione per non aver raggiunto i risutati attesi, magari anche punendoli per non essere stati all’altezza delle loro aspettative. 

              Non solo però nelle mura domestiche si sperimentano questi sentimenti svalutativi ma anche chi è ritenuto un “caregiver secondario” ha le sue responsabilità nella formazione del Sé di un individuo.

              Un ambiente scolastico in cui gli insegnanti sono sempre pronti a giudicare, quantificare, paragonare le prestazioni tra i vari alunni, in coloro che non hanno sperimentato in famiglia un attaccamento sicuro e che quindi non abbiano ricevuto gli strumenti per far fronte adeguatamente a situazioni stressanti o a gestire la frustrazione, possono favorire un senso di inadeguatezza e di bassa autostima che porterà come forma reattiva a sviluppare una eccessiva mania di controllo.

              Anche un nuovo assetto familiare può essere fonte di preoccupazione, ansia per una persona.

              L’arrivo di un nuovo componente all’interno della famiglia può richiedere un maggiore sforzo per garantirsi quell’attenzione che prima era esclusiva.

              Il bambino comincierà quindi a mettere in atto una serie di comportamenti che lo rendono amabile agli occhi dei genitori, sarà attento e scrupoloso, diligente, studioso. 

              Si sforzerà così tanto per essere ciò che i suoi genitori desiderano che canalizzerà tutte le sue energie per confermare questa visione del bambino perfetto ma che in realtà lo porterà a pretendere sempre di più da se stesso, a non essere soddisfatto, a cercare di controllare tutto per non perdere l’amore e l’attenzione degli altri.

              E ancora, sempre all’interno dei legami di attaccamento, il rapporto con la madre può essere stato ambivalente, non è riuscita a sintonizzarsi su quelli che erano i bisogni e gli stati d’animo del figlio, tanto da generare in lui un senso di precarietà, di inadeguatezza nel non saper prevedere la risposta materna ai suoi bisogni.

              E’ mancata quella che potrebbe essere definita “costanza d’amore”.

               Si sono potuti sperimentare anche lutti, abbandoni, sia in senso fantasmatico che reali e qundi il bambino/adulto è angosciato dalla paura di rivivere quel dolore infantile.

              Questo lo porterà a gestire le relazioni con la stessa modalità ambivalente della madre, sarà assalito dalla sensazione di terrore nell’essere abbandonato, onde evitare ciò metterà in atto le più disparate strategie di controllo verso il partner, compromettendo la relazione stessa, potremmo dire che darà modo alla profezia di autoavverarsi.

              A quali sviluppi psicopatologici può portare

              La mania di controllo può essere semplicemente un tratto del nostro modo di essere ma in casi limite può cronicizzarsi fino ad assumere caratteristiche di pervasività e stabilità nell’organizzazione della nostra struttura di personalità.

              La rigidità, il distacco emotivo, l’inadeguatezza, l’ipercontrollo possono assumere caratteristiche di poca adattabilità all’ambiente compromettendo le varie aree di funzionamento dell’individuo. 

              Si può dare  origine a delle vere e proprie ossessioni. Freud scriveva nel 1896 che: “le rappresentazioni ossessive sono sempre autoaccuse mascherate”.

              Nella mente della persona si susseguono idee e pensieri ossessivi che portano ansia e angoscia per  timore di vivere una situazione di pericolo.

              Le ossessioni e le compulsioni che ne derivano implicano la paura di aver dimenticato delle cose o situazioni da fare, di aver commesso un errore, di non avere insomma il controllo totale su qualcosa.

              L’idea che nella mente prende posto è quella di pensare che una propria azione o l’omissione di essa abbia potuto causare degli   eventi spiacevoli.

              L’eccessiva mania di controllo quindi, potrebbe portare all’evolversi di un Disturbo Ossessivo – Compulsivo.

              Nel manuale dei disturbi mentali (DSM), i criteri che sono inclusivi di questa struttura anomala della personalità sono la preoccupazione per l’ordine, il perfezionismo, il controllo mentale e interpersonale e questo a scapito della flessibilità, dell’apertura ed efficienza. 

              La persona è talmente ossessionata e preoccupata per l’ordine che ciò interferisce con lo scopo principale delle sue attività. Il suo eccessivo perfezionismo interferisce con lo svolgimento dei suoi compiti, il soggetto infatti non riuscendo a soddisfare gli standard elevati della sua prestazione si sente sempre insoddisfatto e ha difficoltà a completare i propri compiti.

              Anche da un punto di vista delle relazioni sociali ci sono delle problematiche in quanto è talmente dedito alla produttività che tralascia i rapporti interpersonali.

              Ha anche difficoltà a gettare via gli oggetti consumati anche quando non ci sono legami affettivi per cui vale la pena conservarli.

              Altro criterio a cui la persona non si sottrae per l’identificazione del disturbo è la sua rigidità. Ha bisogno di avere sempre ragione, non cambia mai le sue posizioni e ciò rende difficile il rapporto con gli altri.

              Quando la persona presenta tutti questi criteri inclusivi tanto da delinearne un disturbo della personalità ciò che si può fare è ben poco. Le strutture di personalità infatti sono organizzazioni più o meno stabili ma invece tanto si può fare quando si è in presenza di tratti.

              Come vincere la mania del controllo?

              Quando la mania di controllo non è indice di disturbi più gravi come i disturbi d’ansia o di personalità che hanno bisogno necessariamente di essere seguiti da personale qualificato e specializzato come possono essere gli psicologi – psicoterapeuti, allora in questo caso si possono imparare delle ottime strategie in modo da limitare e poi eventualmene superare l’eccessivo bisogno di essere controllante.

              Prima di tutto è importante imparare a delegare.

              Anche gli altri possono portare buoni risultati e svolgere i compiti al meglio, e poi seppur fosse che si sbagli questi sono necessari proprio per imparare. 

              Gli eventi vanno lasciati anche un po’ al caso, non si può controllare tutto, e poi l’ignoto a volte può riservare anche delle belle soprese. 

               E’ necessario dare fiducia alle persone, fare in modo che abbiano la loro autonomia, i loro spazi, imporre la presenza a tutti i costi, controllare e prevedere qualsiasi “mossa” dell’altro come se fosse una partita a scacchi porterà solo la nostra paura, la nostra angoscia a fare “scacco matto” e a rovinare l’armonia di un rapporto di coppia.

              E’ importante anche saper dosare le energie e il tempo da investire in qualsiasi attività.

              Nulla può e deve essere assoluto, nella vita si ha bisogno del lavoro quanto delle amicizie, dell’amore, di divertirsi, e a volte di ritagliare del tempo per se stessi senza necessariamente far apparentemente nulla, ma sarà un tempo che la nostra mente inconsciamente utilizzerà pre riordinare le idee, per allentare la tensione o lo stress accumulati ma tutto questo si può fare solo se si riesce a dare fiducia anche agli altri lasciandoli fuori dal nostro controllo.

              Sarebbe utilissimo anche imparare ad uscire dagli schemi, a intraprendere nuove attività, nuove amicizie, imparare ad esplorare tutto ciò che ci circonda.

              Fare nuove esperienze, scoprire cose o vivere situazioni che potrebbero essere condivise e portare i rapporti interpersonali a livelli superiori dove la paura di essere abbandonati non si mai neanche avvicinata per minare tutto ciò che si è costruito.

              Dott.ssa Alessia Pullano
              Psicologa

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                La Paura di Vincere

                In questo articolo analizzeremo i motivi psicologici legati alla paura di vincere.

                Vincere. Semanticamente parlando la vittoria rappresenta un risultato di superiorità, che viene conseguito al termine di una battaglia o una guerra, di una gara o anche di competizioni di svariato genere.

                Ma cosa significa vincere? 

                Una conclusione automatica che viene pensando alla vittoria è quella che chi vince, ottiene benefici. Nel regno animale, per esempio, per gli esemplari maschi vincere significa ottenere un posto in “prima fila” nel cerchio della riproduzione. 

                Storicamente parlando i grandi gladiatori del passato, attraverso le loro vittorie riuscivano a raggiungere privilegi unici, fino a scavarsi un tunnel verso la libertà. Le vittorie sul campo di battaglia davano ai soldati prestigio, garantendo loro ricompense, promozioni, fama. I successi decisionali degli imperatori garantivano loro approvazione sia politiche, che popolari. 

                Il concetto di vittoria, infatti, fin dalle prime civiltà è sempre stato un concetto pregnante a tal punto da essere raffigurata attraverso il volto di diversi dei o semidei. Per esempio gli antichi greci chiamavano la vittoria Nike, raffigurandola come una dea alata che portava grandi benedizioni e vittorie in molteplici campi a chi la venerava. 

                Oggi le cose non sono diverse. Vincere nel nostro mondo significa potere, fama, attenzioni, soddisfazioni personali… In estrema sintesi: gratificazione.

                In psicologia, una delle regole auree riguardanti il comportamento recita dicendo che le decisioni vengono prese fondamentalmente sulla base di due grandi pietre miliari: raggiungere la gratificazione ed evitare o diminuire le sensazioni spiacevoli.

                La vittoria è appunto un validissimo esempio di gratificazione, rappresentando un minestrone di sensazioni positive.

                Inoltre, chi più chi meno, tutti gli uomini hanno seguito questa direzione, che sia per una grande vittoria o che sia per le piccole vittorie quotidiane.

                Più grande è l’impresa, più grande il beneficio. Più grande il beneficio, più luminosa sarà la luce. Viceversa, tuttavia, più luce vi sarà più sarà grande l’ombra. 

                E’ proprio quando si inizia a percepire quest’ombra, che si inizia a scoprire il lato oscuro della vittoria. La vittoria di certo porterà grandi gratificazioni e benefici, ma essi non sono le uniche “conseguenze” dei piccoli o dei grandi traguardi che ognuno di noi chiama vittorie. 

                Il lato oscuro della vittoria ed i suoi aspetti negativi

                Come è stato detto la vittoria rappresenta un mix di sensazioni e conseguenze positive, ma parafrasando una nota frase di un noto film, avere un grande potenziale significa avere una grande responsabilità. 

                Vincere significa essere il migliore, ed essere il migliore a volte significa anche “essere in vetrina”. Quando ci si sente in vetrina, esposto allo sguardo delle figure di riferimento come i genitori ed i pari ed a volte anche sotto i riflettori della società stessa, ci si può sentire anche “etichettati”.

                Ciò comporta la nascita di tutta una serie di aspettative nate da questa immagine da vincente in cui ci si può sentire incastrati.

                Si genera dunque un vero e proprio timore di non rispettare le aspettative di vittoria che gli altri hanno verso di noi.

                In questo caso il giudizio del prossimo e della società può diventare un macigno enorme da portare sulle spalle. Quando ciò accade possono innescarsi meccanismi di rigetto nei confronti della vittoria, arrivando a provare addirittura “nausea” all’idea di vincere

                Non è atipico, soprattutto durante l’adolescenza, vedere ragazzi mollare la scuola, lo sport o il lavoro proprio a causa di questa sensazione di pesantezza, di paura.

                Una volta un saggio disse “La fama è la cosa più spaventosa al mondo”.

                Raggiungere la vetta significa essere il migliore. Rimanere il migliore, tuttavia, è tutt’altra storia e ciò, a volte, può rappresentare un peso quasi insopportabile.

                Questa è una delle ragioni per la quale, negli sport più seguiti al mondo quali il calcio, il basket, e così via, i talenti più promettenti, quando vengono definiti “vincenti naturali” o anche “prodigi”, a volte finiscono per non rispettare le aspettative, calando drasticamente le loro prestazioni.

                Ovviamente esistono molteplici altri fattori che possono portare a questa conseguenze deludente, ma di certo la paura di vincere e non rispettare le aspettative è fra questi fattori.

                Un altro fattore che rappresenta un lato oscuro della vittoria è quello della fatica.

                Vincere non è sempre semplice, anzi. Arrivare alla vittoria comporta lavoro, spesso molto lavoro. Il lungo processo che ci può portare a questi risultati, lì dove fossimo costretti a ripeterlo può scoraggiare.

                Il pensiero di dover risalire centinaia di scalini per arrivare in vetta a volte rappresenta un deterrente nel ripetere quelle azioni che ci hanno portato ad un traguardo, spingendoci a lasciar perdere. 

                Infine, la parte più oscura del duplice volto della vittoria, è rappresentata di certo da quella che in psicologia viene definita la Nikefobia, ovvero quando la paura di vincere diventa un disagio talmente grande da sfociare in una vera e propria fobia.

                Quando la paura diventa fobia: la Nikefobia.

                Il termine Nikefobia deriva da due parole di origine greca, la prima parola, Nike, significa vittoria, termine che veniva usato anche per chiamare la dea della vittoria, la seconda parola, Phobos, significa paura.

                La Nikefobia rappresenta letteralmente la paura di vincere, una fobia diffusa in molteplici ambiti, che vanno da quello scolastico, ai contesti lavorativi, fino ad approdare in quello che è forse l’ambito più in cui tale fobia è più presente, ovvero quello sportivo.

                Come già scritto sopra, la vittoria comporta anche carichi notevoli sulle spalle di chi la ottiene, o di chi la potrebbe ottenere. La paura di non raggiungere le aspettative, l’ansia da prestazione, la fatica e così via sono alcuni esempi canonici delle conseguenze che derivano dalla paura di vincere. 

                Ma perché avviene ciò, quando queste paure diventano una vera e propria fobia e quali sono i fattori di vulnerabilità che portano ad avere paura di vincere?

                Come spesso accade le ragioni delle nostre insicurezze possono essere ricercate nella nostra infanzia.

                Quando durante l’infanzia si viene denigrati dalle figure genitoriali, facendo sentire il bambino in crescita non idoneo al successo ed al raggiungimento di traguardi importanti, o anche al contrario quando si ricevono eccessive pressioni ed aspettative troppo alte, che se non rispettate possono portare ad diminuzione dell’affetto e della considerazione da parte delle figure di riferimento, allora il vincere può diventare un terribile mostro da affrontare.

                La conseguenza che ne deriva è che pur essendo eventualmente in possesso delle capacità per ottenere dei traguardi, si finisce inevitabilmente per temere il “primo posto”, non sentendosi adeguati ad esso, anche da adulti.

                Ciò comporta quasi sempre forti ansie e paure legate alla possibilità concreta di raggiungere i risultati, ed in alcuni casi ciò può diventare una vera e propria fobia.

                Si insinua così nella realtà cognitiva dell’individuo la convinzione di non essere idonei al successo, al quale a volte si crede di essere arrivati per caso o fortuna e non per merito.

                Il dover mantenere quell’immagine da vincente diventa dunque un peso, in quanto non ci si ritiene meritevoli e degni.

                Qui entrano in atto i processi di identificazione, si entra in uno stato di disagio psicologico, in termini scientifici chiamato dissonanza cognitiva, che deriva dall’associare mentalmente due immagini di noi stessi in contrasto fra loro, da un lato quella del vincitore, dall’altra invece l’immagine costruita di sé stessi figurata come non adatta ad imbracciare il successo.

                Anche in persone con educazione ed esperienze perfettamente nella norma possono approdare alla Nikefobia.

                Uno dei motivi principali che spinge a far diventare la paura di vincere una vera e propria fobia può essere ricercato nella società di oggi.

                La nostra è una società dove le informazioni e le notizie si muovono rapide, alla stessa velocità della rete e delle nuovissime tecnologie. Gli standard in una società dove ogni giorno vengono rese pubbliche migliaia di notizie ed accadimenti sono di certo non solo molto alti, ma anche in continua ascesa.

                Sono propri questi standard elevatissimi e soprattutto in continuo mutamento, dettati dalla nostra società, che possono innescare sia la più normale paura di fallire, sia una vera e propria paura di vincere, facendo sentire anche le persone più sicure e stabili non idonee alla vittoria a causa di questo continuo innalzarsi dell’asticella del successo.

                Così, per esempio, atleti eccellenti con risultati eccellenti, possono ritrovarsi a vedere i propri traguardi, raggiunti dopo sudore e tanta tanta fatica, confrontati in pochissimo tempo con risultati ben più alti dei loro. 

                Questo confronto può generare la convinzione di non possedere le abilità necessarie per vincere, dunque approdare in un senso di inadeguatezza, di impotenza, portando anche alla percezione di non sentirsi meritevoli del successo e dunque alle stesse conseguenze scritte fino ad ora.

                In definitiva, qualunque sia l’origine, la sensazione che si prova a causa della Nikefobia è quella di non sentirsi all’altezza, di percepire un’immagine di sé stessi non adatta alla vittoria o anche di supporre che figure di riferimento quali i propri genitori, i propri compagni, un allenatore, i tifosi, gli spettatori e così via, non ci ritengano all’altezza del successo. 

                Quali sono dunque le conseguenze di questa fobia e cosa accade quando questo stato di malessere si prolunga nel tempo?

                Le conseguenze della Nikefobia

                Quante volte ci è capitato di arrivare quasi a vincere, quando ad un certo punto accade qualcosa di incomprensibile e la nostra meta sembra svanire nel nulla? 

                Una delle conseguenze della Nikefobia è quella di ritrovarsi in una sorta di loop in cui si ambisce alla vittoria e si finisce invece ad “autosabotarsi” per paura di ottenerla e delle conseguenze dei pesi che derivano dal vincere, in un ciclo infinito nel quale ci si ritrova intrappolati.

                Ciò che ne deriva è il ritrovarsi a fallire in maniera ridondante e pilotata, anche laddove si era in grado di arrivare al successo. 

                Il fallimento ripetuto e le reiterate sensazioni di paura, di etichettamento da parte della società ed il confronto con standard sempre più alti possono inevitabilmente portare a sintomatologie legate a disturbi dell’umore.

                L’ansia è infatti una diretta conseguenza della Nikefobia.

                Inoltre, quando lo stato di malessere si prolunga per molto tempo, anche la depressione può essere una conseguenza, sfociando anche nelle sue forme più gravi se la paura del successo, e di vincere in generale dovesse arrivare a compromettere diversi ambiti di vita.

                Gli ambiti che possono essere compromessi a causa della Nikefobia sono molteplici.

                Nell’ambito scolastico, la paura di raggiungere i traguardi data da sensazioni di inadeguatezza verso gli stessi, può sfociare nell’adolescente che abbandona il proprio percorso scolastico

                Allo stesso modo nell’ambito lavorativo si può finire costantemente a cambiare lavoro, o ad accettare lavori umili pur avendo titoli e capacità per ottenere lavori prestigiosi. 

                Nell’ambito sportivo, che è l’ambito in cui sono stati fatti più studi riguardanti l’effetto della Nikefobia, le conseguenze sono simili. E’ stato stimato che circa il 25% degli atleti finisce per provare lo stato di ansia e di paura dato dal peso della vittoria

                In generale la sintomatologia presente in tutti gli ambiti in cui si percepisce questo tipo di fobia risulta simile: insonnia, palpitazioni, demotivazione, ansia, che come è stato detto possono portare, se reiterate nel tempo, a veri e propri disturbi dell’umore e stati depressivi.

                Il risultato è inevitabilmente quello che porta all’autosabotazione dei propri risultati per evitare di confrontarsi con il peso della vittoria.

                I lati Positivi della Paura di Vincere

                Fino ad ora abbiamo parlato della paura di vincere come fobia, tuttavia la sintomatologia della Nikefobia, così come ogni paura, può anche rappresentare un’importante lezione dalla quale imparare.

                Quando non si rimane incastrati nel circolo vizioso della paura, questi vissuti rappresentano un’esperienza normale, un passo normativo nel percorso della vita.

                Tutti abbiamo provato la paura che deriva del peso della vittoria, almeno una volta nella nostra esistenza.

                Tutti ci siamo confrontati con quell’immagine del vincitore, a volte non sentendoci adeguati ad essa. Ma affrontare queste paure significa crescere, diventare più consapevoli e comprendere come superare “i propri demoni”.

                Ciò permette di rimodellare l’idea che si ha di noi stessi, di confrontarsi con nuovi stati d’animo.

                Riuscire a superare in maniera sana queste paure, soprattutto nelle fasi adolescenziali, significa riuscire poi a gestire meglio situazioni simili durante tutto l’arco della nostra vita, significa imparare a gestire meglio l’ansia, le tensioni ed è un’occasione per imparare ad essere resilienti e resistenti allo stress.

                Questo tipo di esperienze permette anche di imparare a conoscersi meglio e ad eventualmente trovare dei compromessi con sé stessi, lì dove i pesi dello stress diventassero eccessivamente gravosi.

                Un esempio canonico è quello di accontentarsi di un secondo posto, di una seconda scelta altrettanto valida, di una via comunque gratificante, ma meno pesante da sostenere del primo posto.

                Questo è un meccanismo di difesa comune, che però funge anche da strategia per evitare di compromettere i propri ambiti di vita tramite le dinamiche autosabotative canoniche della Nikefobia che portano al fallimento reiterato, raggiungendo invece comunque traguardi importanti, allentando però le tensioni e le ansie.

                Dott.ssa Alessia Pullano
                Psicologa

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                  Ecofobia: la Paura di restare Soli in Casa

                  Quale miglior modo di capire cos’è l’ecofobia, se non il racconto (qui per questioni di privacy un po’ romanzato) di chi la vive?

                  Questa breve descrizione è un’ottima introduzione per comprendere e/o per riconoscersi nelle sensazioni di una persona che soffre di ecofobia: la paura di restare soli in casa. 

                  “Ho paura di restare solo in casa. La paura che provo, non è gestibile, è vero e proprio terrore. Credo che possa chiamarsi anche panico, perché il cuore mi batte all’impazzata e sento tutti i miei sensi in allarme, pronti a cogliere qualsiasi cambiamento nell’ambiente.

                  Ogni giorno che passo da solo in casa, questo terrore aumenta. È una sensazione che mi accompagna durante tutta la giornata, ma il picco maggiore, in cui per me le cose cominciano a diventare veramente incontrollabili, è la notte. Ho difficoltà a dormire da solo, spesso passo le notti in bianco e se riesco ad addormentarmi succede ormai a notte fonda.

                  La mattina mi sveglio molto presto, ma sono spesso confuso. Il mio non è un sonno riposante: faccio strani incubi e quando mi sveglio mi sento come se dovessi fuggire. Se in casa c’è qualcuno, non ho problemi, mi sento sereno e dormo bene, quando sono da solo è un inferno.

                  Mi vergogno molto di ciò che mi accade, perché spesso costringo qualcuno a stare con me o fermarsi a dormire da me, per non dover sentire tutto quel terrore. So che ho perso molti amici per questo, non sopportavano più le mie richieste ma sono stati cattivi a lasciarmi da solo in questo incubo, mi sento abbandonato”.

                  Cosa significa ecofobia

                  Ecofobia è un termine che deriva dal greco, èco- in greco significa “dimora”, “casa”, mentre -fobia significa “paura”. In psichiatria, l’ecofobia è la paura irrazionale, incontrollabile e persistente di restare soli in casa. Come abbiamo visto nell’introduzione, come accade in tutte le fobie, questa paura genera una forma di terrore che causa all’individuo sentimenti d’ansia e di panico ingestibili. 

                  Aspetti psicologici

                  Cosa rende la persona ecofobica?

                  L’ecofobia nasce dal bisogno di evitare un luogo, la casa, in cui è possibile che l’individuo abbia fatto delle esperienze spiacevoli.

                  Spesso le persone che soffrono di ecofobia presentano dei traumi legati all’ambiente domestico, ma non solo.

                  Vediamo alcuni esempi di esperienze che possono indurre l’individuo a sviluppare questa particolare forma di fobia:

                  • Aver subito un furto in casa mentre si era nell’abitazione, 
                  • Aver subito un abbandono,
                  • Aver vissuto in un ambiente familiare iperprotettivo,
                  • Aver avuto gravi incidenti domestici,
                  • Aver avuto malattie improvvise.

                  Tutte queste esperienze rimandano a situazioni in cui l’individuo si sia ritrovato solo a dover affrontare emergenze, esperienze traumatiche, senza poter esser soccorso da nessuno.

                  Aver vissuto la separazione dei genitori, sentirsi trascurati emotivamente dalla famiglia, subito un allontanamento di uno o entrambi i genitori, le violenze domestiche, sono esperienze che se vissute in particolar modo durante l’infanzia, possono lasciare cicatrici difficili da accettare.

                  Inoltre, la solitudine è una componente fondamentale di questo stato d’ansia, perché è la sensazione che innesca il terrore che spesso accompagna il pensiero che se succede qualcosa nessuno può accorrere in soccorso.

                  Come visto nell’elenco dell’esperienze che concorrono allo sviluppo dell’ecofobia, non sono solo le esperienze traumatiche ad innescare l’insorgenza di questa strana forma di paura: un particolare accento va posto sulla possibilità che si sperimenti queste sensazioni perché si è cresciuti in un ambiente familiare iperprotettivo.

                  Questa persona non ha potuto sperimentare un sano processo di separazione-appartenenza: è come se quello scudo di protezione fosse saltato improvvisamente, senza che l’individuo abbia avuto l’occasione di sperimentare una certa sicurezza di sé che gli consenta di vivere serenamente la solitudine. 

                  Per fare un esempio concreto di questa situazione, possiamo immaginare il caso di quei giovani che riescono a scegliere ed ottenere la possibilità di proseguire gli studi lontani dal proprio nucleo familiare, ma che appena si trovano soli nelle nuove case vivono con terrore, fanno lunghe telefonate ai genitori e tendono a tornare spesso dalle proprie famiglie.

                  A volte questi sentimenti di paura sono così forti da limitare il rendimento nello studio o nel lavoro, spingendo la persona ad abbandonarlo, o a cercare trasferimento in luoghi in cui sa che non sarebbe da solo in casa.

                  Al di fuori dell’ambiente domestico gli ecofobici non hanno nessuna difficoltà a restare da soli: non hanno problemi durante i viaggi anche solitari, nei rapporti sociali. La particolarità di questa fobia è la connessione esclusiva con l’ambiente domestico.

                  Chi è maggiormente a rischio di sviluppare un’ecofobia?

                  Innanzitutto, una precisazione: le caratteristiche che vedremo non implicano che chi le ha svilupperà sicuramente la fobia, ma che potrebbe avere più probabilità di altri di svilupparla. 

                  Un elemento importante che spinge verso il rischio di sviluppare l’ecofobia è quello di avere una bassa autostima.

                  Avere bassa autostima implica una scarsa fiducia nelle proprie capacità, quindi nella possibilità di affrontare autonomamente i problemi e le emozioni.

                  È importante precisare che l’autostima può variare in base ai contesti.

                  Avere una buona autostima in ambito lavorativo, non significa avere una buona autostima in ambito relazionale, o in altri contesti ancora: ad esempio una persona con ecofobia può funzionare benissimo in campo lavorativo, ma essere terrorizzata di ritornare a casa.

                  Come accennato in precedenza, in genere queste persone hanno avuto un’esperienza di abbandono in infanzia che le spinge a temere l’ambiente domestico, ma al tempo stesso a ricercare la presenza di qualcuno che non le faccia sentire abbandonate, sole o a riproporre l’esperienza di iperprotezione.

                  Ricreare questo contesto relazionale, induce chi ha un’ecofobia a mantenere la credenza di essere incapaci nella gestione dell’esperienza di solitudine domestica, influenzando pian piano, in base alla gravità di tale convincimento, le proprie esperienze e la propria vita. 

                  I sintomi

                  Il quadro psicologico ci è utile per individuare quali sono i comportamenti osservabili con cui si esprime questo disagio.

                  I sintomi più frequenti sono riconducibili alle sensazioni del disturbo d’ansia, perciò possiamo affermare che la persona con ecofobia, quando si trova sola in casa sperimenti:

                  • Tachicardia
                  • Perdita del controllo
                  • Disorientamento
                  • Idealizzazione catastrofica
                  • Ipervigilanza
                  • Attenzione selettiva

                  Facciamo un esempio di ciò che accade quando la persona ecofobica si trova in casa da sola: l’individuo può improvvisamente sentire il cuore batter forte, e sperimentare la famosa “fame d’aria” tipica degli stati ansiosi e del panico.

                  Può succedere che l’ecofobico si aggiri per casa senza sapere cosa fare e che cominci ad immaginare tutte le situazioni apocalittiche che possono accadergli: “se entrano i ladri che faccio?”, “se mentre cucino inalo per sbaglio il gas?”, “se mi sento male, a chi chiedo aiuto? Morirò da solo”.

                  Questi pensieri possono influenzare la sua percezione: il sistema nervoso manda messaggi d’allarme che lo fanno essere ipervigile a ciò che gli accade intorno, ma al tempo stesso queste sensazioni contribuiscono a spostare l’attenzione solo su alcuni stimoli come i rumori o a cercare di cogliere l’origine dei movimenti percepiti in casa. 

                  La strategia che viene attuata per sfuggire a queste sensazioni spiacevoli è quella dell’evitamento, che vedremo in modo più specifico nel prossimo paragrafo.

                  Evitamento e Ansia Anticipatoria

                  Evitare di stare in casa da soli è una delle strategie preferite da chi soffre di fobie: chi ha l’ecofobia la mette in atto per non dover sperimentare quella sensazione di terrore e angoscia che attanaglia quando si è soli in casa.

                  Non è raro che queste persone tornino a casa tardissimo la sera, hanno una vita sociale intensa, oppure che la mattina escano all’alba anche quando non ce ne sarebbe bisogno.

                  Un altro comportamento che hanno è quello di tendere spesso a richiedere la presenza di amici e parenti in casa, con domande così urgenti ed assillanti che causano disagio non solo alla persona che ha paura di stare in casa da sola, ma anche ai suoi cari. Ciò ha un’influenza negativa sulle relazioni sociali oltre a delle conseguenze sulla possibilità che l’ecofobico superi la sua paura

                  Perché la compagnia non è la soluzione all’ecofobia?

                  Purtroppo, è probabile che se la persona per stare bene ha bisogno della presenza di qualcun altro, sta sviluppando una forma di dipendenza da ciò che è altro da sé perché non ha abbastanza fiducia nella possibilità di potersi rassicurare da solo: “affinché io non abbia paura, ci deve essere qualcuno accanto a me”.

                  Questa affermazione, che può essere più o meno consapevole, è una soluzione disfunzionale che sicuramente favorisce l’attenuarsi dei sintomi, ma non risolve il problema.

                  Dipendendo dall’esterno, l’individuo imparerà che per sentirsi al sicuro deve sentire prima possibile quando accadrà che si trovi solo in casa, che c’è tale possibilità, che sta per incontrare la sua paura.

                  Per questa ragione i sintomi ansiosi inizieranno a presentarsi anche se non i trova solo in casa, ma quando inizia a presentarsene la possibilità.

                  Questo particolare tipo di ansia si chiama ansia anticipatoria: è un sintomo caratteristico dei disturbi ansiosi e fobici e la sua caratteristica è che non è relativa al contatto diretto con l’oggetto della fobia, perciò in questo caso allo stare soli in casa, ma si presenta anche solo al pensiero di poter vivere la situazione fobica, spingendo il fobico ad assumere una serie di comportamenti evitanti lo stimolo che provoca loro paura.

                  Perciò rispondere alle richieste d’aiuto della persona ecofobica non la aiuta davvero a superare il problema.

                  D’altro canto, non rispondere alla richiesta di aiuto potrebbe incidere negativamente sul rapporto, perché spinge inevitabilmente la persona che ha paura a stare sola in casa al confronto con il senso di abbandono e di inefficacia che generano la stessa fobia.

                  Ciò causa nelle persone che vogliono bene all’individuo con ecofobia una grande difficoltà sul decidere quale sia la posizione da prendere: stargli vicino, accontentando tutte le sue richieste a scapito della propria libertà, non accontentarlo alimentando un senso di abbandono irrazionale.

                  Non esiste una risposta, un manuale su come potersi rapportare con chi soffre di questo, ma sicuramente si può aiutare l’amico, il figlio a riconoscere che qualcosa non sta funzionando. Cosa fare allora per affrontare il problema e la paura? Lo vedremo nel prossimo paragrafo!

                  Come affrontare la paura di restare soli in casa

                  L’ecofobia è incontrollabile e irrazionale.

                  Nei paragrafi precedenti abbiamo visto quanto disagio e difficoltà può far vivere sia alla persona che ha paura di restare sola in casa, che ai suoi cari che possono sentirsi oppressi dalle richieste continue di rimanere in casa.

                  Vista l’importanza di questo disagio, per poterlo superare è necessario che la persona riesca a riconoscere che i suoi stati ansiosi dipendono da questa paura, affinché trovi il coraggio di contattare un professionista che la aiuti a gestirla e superarla.

                  L’intervento del professionista è fondamentale in questo caso, perché si possano riscoprire le risorse dell’individuo, acquisire una consapevolezza dei traumi che ha potuto vivere in passato e che l’hanno condotto a sperimentare questa paura.

                  Potrebbe essere utile lavorare anche sulle dinamiche relazionali che non hanno permesso lo sviluppo della fiducia in sé stessi o dell’autonomia, nella relazione terapeutica che garantisce protezione ma non dipendenza, sostegno ma non sostituirsi al paziente nel risolvere le problematiche che descrive. In attesa di iniziare un percorso di psicoterapia, si può anche pensare di gestire momentaneamente il problema con piccole strategie, vediamone alcune!

                  • Scrivere una lista dei pensieri che incrementano la paura di restare a casa: spesso questi pensieri sollevano problematiche a cui è difficile dare risposte, perché si sommano ad altri pensieri diventando una matassa ingarbugliata senza capo né coda. Perciò, scrivere una lista di pensieri, analizzarli uno per volta e pensare ad una soluzione può aiutare a vedere con coraggio la propria paura, permette di coglierne le sfumature, di ritrovare capo e coda così da iniziare a riavvolgere il gomitolo.
                    • Esempio: ho paura di sentirmi male mentre sono in casa da solo perché non saprei chi può portarmi i farmaci di cui necessito  soluzione possibile: cercare una farmacia che consegna a domicilio a cui riferirsi nell’eventualità che ciò accada.
                  • Iniziare piano piano a stare del tempo da soli in casa: iniziare passando dieci minuti da soli in casa e gradualmente aumentare la permanenza in solitudine. Queste esperienze, ripetute nel tempo, possono aiutare a sperimentare che non è un pericolo per noi restare da soli in casa, che le cose spaventose che immaginiamo possono anche non capitare. 
                  • Immaginare che lo stare soli in casa sia un momento di piacere, un’occasione per prendersi cura di sé senza essere interrotti.

                  Conclusioni

                  La fobia di cui abbiamo parlato può interessare tante persone, di tutte le età, giovani e anziani.

                  Ha una stretta connessione con esperienze traumatiche, con la mancanza di autostima, un carente sviluppo dell’autonomia.

                  Ciò implica vivere in uno stato d’allarme perenne, che può avere conseguenze anche sulle scelte della nostra vita come andare a studiare in altre città, accettare incarichi di lavoro importanti fuori sede, ma soprattutto sul benessere psicologico.

                  Tutta questa sofferenza però non deve portare ad una rassegnazione o alla convinzione che se è così oggi, così sarà per sempre, perché il lavoro su di sé può essere di grande aiuto per superare questa fobia, riconquistare la propria vita, un pezzetto per volta.

                  La terapia non è semplice, ma iniziarla permette di incrementare la speranza che sia possibile superare le difficoltà, che ognuno di noi può avere la forza di cercare le soluzioni migliori per sé stesso, per compiere il proprio bene.

                  Dott.ssa Alessia Pullano
                  Psicologa

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